-------- Recensioni – Pagina 3 – Biblioteca Montepulciano Calamandrei
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Recensioni

RECENSIONE. Le radici nell’aqua, Vincenza Lorusso

 

Vincenza Lorusso, Le radici nell’acqua

Una vita raccontata con coraggio, altruismo e generosità. È la vita di Vincenza Lorusso narrata nel suo libro autobiografico Le radici nell’acqua (edito da Europa Edizioni). Una storia avvincente, drammatica, coinvolgente, da leggere tutto d’un fiato. È la storia dell’infettivologa originaria di Gravina di Puglia che, dopo l’Università a Siena, decide di lavorare per le associazioni umanitarie portando la propria opera volontaria dove vi è più bisogno, dal Kenya all’Uganda, dalla Tanzania al Brasile. È stato in Guatemala, però, che la sua vita, a soli ventisette anni, subisce una svolta drastica e drammatica, rimanendo vittima di un attentato che la segnerà per sempre.

Leggendo il libro riesci a percepire i colori, la fatica, il caldo, i profumi, la sensazione di impotenza ma anche la caparbia voglia di fare qualcosa per cambiare le cose. Tutto questo con una scrittura netta, chiara, senza fronzoli, dritta al punto ma con momenti di grande poesia che riesci a tirare fuori solo se hai davvero vissuto, fino in fondo e con consapevolezza, ciò che stai raccontando.

Le radici nell’acqua è dunque un libro appassionante da cui prendere ispirazione e esempio: l’umiltà di un medico che decide di offrire cure, sostegno e amore agli ultimi della terra. Ma non è solo la storia di un medico sul campo, il libro è ancora di più la storia di una donna forte, determinata, caparbia, dolce e fragile. Una donna profonda e un’anima gentile che racconta la maternità, l’amore, i fallimenti e i successi.

Una storia che non lasci e che non ti lascia, che ti arriva dritta allo stomaco e che ti fa credere che il mondo può essere anche meraviglioso e che sia popolato anche da persone con anime profonde che rincuorano, come Vincenza.

(Recensione di Francesca Cenni)

RECENSIONE. Sacha Naspini, Villa del seminario. Edizioni e/o 2023

Sacha Naspini, Villa del seminario. Edizioni e/o 2023

 

Con Naspini la nostra biblioteca ha un rapporto antico, avendone presentato le prime opere ed avendolo seguito nella carriera letteraria commentandone l’evoluzione, fino all’approdo con una casa editrice di grande impatto, riuscita a riproporre anche opere che rischiavano di essere dimenticate, nonché a promuoverne la notorietà globale con le tante traduzioni.

Non possiamo che rallegrarci di questa nuova creazione, già proposta per lo Strega, ed uscita in occasione della Giornata della memoria come un pugno allo stomaco. Già, perché lo scrittore maremmano è andato a scovare una memoria che si è fatto di tutto per occultare. Cone scrive nella nota finale:

“Grosseto ha un primato nella storia dell’Olocausto: l’unica diocesi in Europa ad aver firmato un regolare contratto d’affitto per realizzare un campo d’internamento. A Roccatederighi, tra il ’43 e il ’44, nella villa del seminario furono rinchiusi un centinaio di ebrei italiani e stranieri destinati ai lager di sterminio”.

E ancora:

“Neanche al processo contro i gerarchi fascisti della provincia – incluso Alceo Ercolani – istruito per l’organizzazione e la gestione del campo di Roccatederighi (nonché per il trasporto da lì ai campi di sterminio) si parlò di capi d’imputazione. Su circa ottanta pagine, nemmeno una parola. Venne presto l’amnistia. Se in un primo momento ai condannati toccarono pene severe, i più non scontarono nemmeno un giorno di carcere. La volontà di considerare i crimini contro gli ebrei come un evento minore risulta anche da quanto avvenne nel dopoguerra: il vescovo Galeazzi trovò del tutto normale pretendere dallo Stato italiano il pagamento dell’affitto che l’Ercolani non aveva onorato per l’uso del seminario”.

L’oblio, che si è tentato di fugare con ricerche storiche locali e con il libro di Ariel Paggi Il muro degli ebrei, nonché con una lapide commemorativa, viene ora messo sotto i riflettori da un narratore, particolarmente legato a Roccafedrighi, già protagonista collettiva del romanzo Le case del malcontento, l’opera forse più compiuta di Naspini. È tra quelle case e quei personaggi che lo scrittore ambienta compromessi, collusioni, resilienze e resistenze che caratterizzano il periodo finale che precede la Liberazione, tentando di rispondere alla domanda:”cosa succede se da un giorno all’altro piazzano un campo d’internamento accanto a casa tua?”.

Protagonista un ciabattino e la donna amata in segreto, più risoluta di lui nell’unirsi alla lotta partigiana e a lasciare la “zona grigia” dell’attendismo e della pavidità. Ma Naspini ha modo di modulare nei personaggi tutta la gamma degli atteggiamenti di quel periodo di oppressione, scelta, attesa, trasformismo, in un ritratto impietoso, senza retorica di un passato che merita di essere rivisitato.

Forse non è la sua opera letterariamente meglio riuscita, perché si è fatto prendere dalla foga della denuncia, ma la scelta d rievocare memorie sgradevoli va salutata come gesto di coraggio in un panorama editoriale che moltiplica memorie delle vittime e rischia di dimenticare i carnefici e i loro complici e scansa le responsabilità e le colpe.

Silvia Calamandrei

RECENSIONE. Un ebreo in camicia nera, Solferino 2023

Paolo Salom, Un ebreo in camicia nera, Solferino 2023

 

La scadenza della Giornata della memoria viene utilizzata dagli editori per ripubblicare classici sulla Shoah ma anche nuove testimonianze e memorie, che continuano ad emergere da quel nodo o meglio gorgo tragico del Novecento, in cui ogni storia individuale acquista valenza di lezione da non dimenticare.

Ẻ il caso di questo racconto autobiografico del giornalista Paolo Salom, che ricostruisce le vicende del padre Marcello e del nonno Galeazzo, quest’ultimo ebreo veneto convertitosi al cattolicesimo persuaso di sottrarsi alle persecuzioni che si preannunciavano, imponendo la scelta all’intera famiglia, trasferitasi in Italia dalla Romania nel 1938, proprio alla vigilia delle leggi razziali. Una conversione di opportunità che la moglie rumena non gli perdona, e che comunque non salva la famiglia quando la caccia agli ebrei si intensifica con l’arrivo dei tedeschi dopo l’8 settembre del 1943.

Il quindicenne Marcello, amareggiato dai contrasti familiari, prende la fuga a finisce tra le camice nere, del tutto inconsapevole della guerra civile in corso: indossare la divisa gli sembra una buona mimetizzazione, dopo che il tentativo di passare il confine svizzero per ritrovare parenti ebrei rifugiati si rivela troppo pericoloso.  Un giovanissimo ebreo in camicia nera quasi per caso, che addirittura decide di raggiungere il fronte verso Sud per combattere, ritrovandosi a Rimini proprio nelle giornate della rotta della Linea Gotica. I tedeschi abbandonano alla loro sorte i collaborazionisti fascisti i quali si sbarazzano delle divise per far ritorno disordinatamente a casa. Tra loro Marcello che rischia stavolta non come ebreo ma come fascista, tardando a sbarazzarsi dalla divisa. Sarà un suo vecchio compagno di scuola ad accoglierlo urlando: Cosa fai vestito in quel modo, santo ragazzo! Per carità, entra che se ti vede la ronda dei partigiani ti mette al muro qui, dove ti trova”.

Una delle tante storie di zona grigia, che l’Italia avrebbe poi faticato a metabolizzare. Il figlio e nipote racconta con partecipazione empatica, a distanza di anni. Il racconto non ha la drammaticità delle testimonianze dirette, né il pathos della fiction, ma mette a fuoco l’esperienza individuale di un giovanissimo perso nel gorgo della storia.

(Silvia Calamandrei)

RECENSIONE. Ritanna Armeni, Secondo piano, Ponte alle Grazie, 2022

Ritanna Armeni, Il secondo piano, Ponte alle Grazie 2023

Ho avuto il privilegio di leggere in anteprima questo romanzo forse perché vi compare anche mia madre, Maria Teresa Regard, giovane partigiana gappista che fa esplodere una bomba ad un caffè della Stazione Termini frequentato da ufficiali tedeschi. Quanto di più lontano dalle suore protagoniste della narrazione.

Ritanna Armeni dichiara nella postfazione di aver superato i suoi stereotipi sulle suore, a lungo ignorate e di avere imparato a conoscerle anche grazie alla ricerca storica di suor Grazia Loparco sulla vicenda dei conventi e dei monasteri femminili durante l’occupazione nazista a Roma.  Attingendo a tali ricerche ci narra una storia vera di soccorso umanitario alternandola alla cronaca dei fatti che si svolgono a Roma tra il settembre 1943 e la Liberazione del giugno 1944 (in tali cronache fa la sua comparsa Maria teresa). Un ennesimo contributo alla conoscenza di quella resistenza civile diffusa, di cui le donne sono state protagoniste nel loro maternage, di cui ci narra Benedetta Tobagi nella sua recente opera La Resistenza delle donne.

Quale migliore lettura da consigliare per la Giornata della memoria di questa narrazione romanzata della Roma occupata dai nazisti e della protezione offerta agli ebrei scampati al rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre dai tanti conventi presenti nella “Città aperta”? Coraggiose caritatevoli suore protagoniste, che ospitano al secondo piano del loro convento famiglie ebree, mentre al pian terreno devono coesistere con una infermeria allestita dagli occupanti tedeschi.

Qualche dubbio esternato dalla Armeni nella postfazione sul ruolo del Vaticano e di Pio XII in quel periodo lo nutrono ogni tanto anche le suore, che si interrogano sulla conformità della loro iniziativa caritatevole ai desiderata della Santa Sede, che appare esitante a prendere posizione. Ma traggono conforto dalle notizie di tanti altri conventi operosi nel soccorso, nonché dal rifugio offerto in Laterano a tanti esponenti dell’antifascismo. Insomma il ruolo di intermediario del Vaticano ne esce valorizzato, sia pure all’insegna della prudenza. Ma non sarebbe stato poi la rete Odessa, disseminata di conventi, ad offrire canali di salvezza nella fuga verso l’Argentina anche a taluni dei criminali nazisti protagonisti della strage dell’Ardeatine, come Priebke? Ma qui si entra in un’altra fase, che prelude alla Guerra fredda.

A  Ritanna Armeni interessano soprattutto le suore, sorelle delle “streghe della notte”, le aviatrici sovietiche che ha raccontato in un altro dei suoi romanzi storici, all’insegna di “una donna può tutto”. Perché le suore, come già altre femministe hanno scoperto, sarebbero “all’avanguardia, nel modo di essere donne, moderne nell’affrontare la realtà di oggi, originali in un impegno che mette insieme comunità e imprenditorialità” e praticherebbero un “femminismo, mai dichiarato tale, ma chiarissimo nel giudizio sul mondo, sugli uomini e sul mondo degli uomini. E sulla Chiesa”.

Le suore del convento sulla Salaria che ci descrive sono animate da generosità e buoni sentimenti: tanta è l’affezione che una di loro sviluppa verso un bambino ebreo che rischia di mettere in dubbio la propria vocazione. Ma è solo uno smarrimento momentaneo, perdonato dalle altre e dalla superiora: e come non rallegrarsi che la bimba Rachele nata in convento sia stata battezzata di nascosto dalle brave suore?

Silvia Calamandrei

RECENSIONE. Benetta Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi 2022

Benedetta Tobagi, La Resistenza delle donne, Einaudi 2022

Un omaggio alle partigiane

 

La Tobagi, dopo averci offerto saggi fondamentali sugli anni Settanta e le stragi, da quella di Milano a quella di Brescia, andando oltre la propria dimensione personale e la tragedia vissuta, narrata in Come mi batte forte il cuore, dedica un libro pieno di splendide immagini parlanti alle donne combattenti nella resistenza, protagoniste a lungo rimaste nell’ombra di quella guerra che Claudio Pavone ha saputo ricostruire nella sua triplice dimensione, patriottica, civile e di classe. E le donne ci sono in tutt’e tre, oltre che nel più ampio sostegno non armato alla lotta di liberazione. Ma le donne aggiungono una dimensione in più alla “moralità della resistenza”, declinando a proprio modo la propria partecipazione.

È commovente e bello che la narrazione della lotta fondante della nostra Repubblica e della nostra Costituzione sia ripresa e innovata da una protagonista dell’oggi, rivisitando le testimonianze del passato recente con occhi freschi, per trasmetterle in forma antiretorica alle nuove generazioni. Anche il suo modo di narrare le vicende di contadine, operaie e studentesse che imbracciarono i fucili o le pistole, stabilendo una comunicazione empatica con le lettrici e i lettori, aggiunge pregio al volume.

La Tobagi mette a fuoco il peso di una scelta, di ragazze che ci tengono ad essere al pari con i compagni, ma rifiutano i riferimenti alla “virilità” che vengono fatti nelle motivazioni delle loro medaglie al valore. Ma non manca di evidenziare gli atteggiamenti di quelle che come Lidia Menapace si sforzano di operare per la “riduzione del danno”, introducendo una dimensione di “guerra alla guerra”, animate da un impegno pacifista:

“Il loro modo di intendere la lotta vuole sovvertire alla radice la prospettiva militarista e si traduce in un impegno pacifista dopo la fine del conflitto”.

Come racconta Teresa Mattei:

“noi tutte e ventuno- le ventuno donne elette nell’assemblea costituente- ci tenemmo per la mano” al momento del voto sull’articolo 11. “Eravamo tutte per la pace, anche la collega dell’Uomo qualunque, di sentimenti monarchici”.

Come dice benissimo la Tobagi, la cifra della resistenza delle donne è una liberazione nella Liberazione, perché le donne si portano la guerra dentro.

(Silvia Calamandrei)

Recensione. Giulio Donzelli, Diritto e politica nel pensiero di Piero Calamandrei, 2022

Giulio Donzelli, Diritto e politica nel pensiero di Piero Calamandrei, il Mulino 2022

 

Nella collana Storia dell’avvocatura in Italia esce con un’autorevole prefazione di Guido Alpa l’opera di un giovane promettente studioso, che si è misurato con l’itinerario giuridico politico di Piero Calamandrei indagando anche su inediti appunti in archivio e ci offre una sintesi innovativa di un pensiero divenuto ormai “iconico”, come scrive Alpa.

Dopo aver tratteggiato il percorso biografico intellettuale del giurista, Donzelli torna sul nodo della collaborazione alla riforma del Codice di procedura civile, oggetto di un volume collettaneo nella stessa collana cui aveva personalmente contribuito con la comparazione delle diverse versioni della Relazione al Re (Calamandrei-Grandi).

Ma al centro del saggio c’è l’itinerario dalla legalità alla giustizia costituzionale, per approdare ad una riflessione sulla responsabilità sociale del giurista a partire dal pensiero di Calamandrei. Donzelli si misura con l’oggi, ragionando sul tramonto delle ideologie e proponendo un approccio che vada oltre il dilagante formalismo e nichilismo giuridico, in nome dell’eticità del diritto.

In appendice il giovane studioso ci offre la trascrizione di appunti inediti conservati nell’Archivio di Montepulciano, su cui ha lavorato puntigliosamente, assistito dai nostri archivisti.

Uno strumento prezioso per approfondire l’itinerario di un giurista e politico tante volte citato nel dibattito odierno.

(Silvia Calamandrei)

Recensione. Miguel Gotor, Generazione Settanta, Einaudi 2022

Miguel Gotor, Generazione Settanta, Einaudi 2022

Miguel Gotor, attento studioso delle carte Moro, dei memoriali, dei tanti processi e commissioni d’inchiesta, dei documenti rinvenuti e delle testimonianze succedutesi negli anni, si è posto un obiettivo ambizioso: tracciare una sintesi degli anni Settanta che parli a chi li ha vissuti e alle nuove generazioni. Come ha dichiarato in un’intervista:

“Il libro parla soprattutto a chi ha superato i settant’anni ma c’è anche il rapporto con chi è giovane e può avere voglia di ripercorrere la storia del nostro Paese per capire l’oggi. Ẻ difficile sperare di parlare a entrambi i pubblici, il mio sogno è di riuscirci”.

Per chi ha superato i settanta come chi scrive il suo lavoro parla solo parzialmente, e dubito che un giovane d’oggi riesca a districarsi nel complesso quadro che ricostruisce e a recepirne un messaggio e un filo conduttore che aiuti alla comprensione.

Molto apprezzata se non osannata nelle recensioni di Riotta e Mughini questa narrazione di uno storico che si misura con gli anni della sua infanzia risulta affastellata e farraginosa, nell’alternarsi di riassunti cronachistici tratti dalla stampa dell’epoca e voli poetici che attingono ai cantautori e a Montale. C’è un problema di metodologia rispetto alle fonti, che a volte rasentano il pettegolezzo o le ricostruzioni giornalistiche non verificate, ed un eccesso di dietrologia, avendo per anni l’autore perseguito piste che aiutassero a spiegare i tanti lati oscuri della strategia della tensione e degli intenti destabilizzatori che hanno segnato quegli anni.

Se devo azzardarmi ad interpretare la tesi di Gotor in soldoni (e spero di non aver frainteso un testo la cui leggibilità non è delle migliori, non solo per i caratteri tipografici scelti dalla casa editrice per ridurre il numero delle pagine) ci sarebbe una cesura tra i tentativi golpisti ed il terrorismo nero dei primi anni Settanta e l’uso destabilizzante delle azioni armate brigatiste a partire dal 1974, in una sorta di patto scellerato tra apparati di sicurezza e brigatisti e loro emuli che consisteva in un sostanziale laissez faire per profittare di un clima di paura e terrore ai danni della democrazia. Il tutto condito da intervento dei vari servizi stranieri dal Mossad al KGB alla CIA e dai patti stretti con l’OLP sotto l’egida del colonnello Giovannone. Solo dopo Moro si innesca una controffensiva dello Stato ad opera di Dalla Chiesa e dei carabinieri, peraltro lasciati spesso isolati, per infiltrare i brigatisti e inaugurare la stagione del pentitismo e della dissociazione, in una sostanziale omertà ai danni della verità. Questa del resto sembra la chiave di lettura offerta anche dallo sceneggiato televisivo Roma di piombo, cui Gotor ha collaborato insieme a Bianconi, in un’operazione mediatica che esalta l’arma dei carabinieri e il loro ruolo fondamentale nello sgominare la colonna romana delle BR, dando spazio a interventi a ruota libera di Piccioni e Persichetti, brigatisti non dissociati.

Questo di Gotor è un libro pieno di notizie ed elementi di informazione, ma privo di una narrazione empatica: paradossalmente è come se mancasse un punto di vista, quel “centro di gravità permanente” smarrito cantato da un disincantato Battiato sventolando la bandiera bianca. Recentemente Enzo Traverso nella Tirannide dell’io ha deprecato l’eccesso di protagonismo nelle nuove narrazioni degli storici: in questo saggio di Gotor l’io sembra invece mancare, anche se si avverte una forte antipatia per il Sessantotto, i suoi eccessi, le sue derive ed i suoi fallimenti.

Gotor cita Curcio che dichiara: «Ci sono tante storie di questo Paese che vengono taciute, che non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio, come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che, per ventura della vita, nessuno può dire come sono veramente andate… C’è stata una sorta di complicità tra noi e i poteri che impedisce a noi e ai poteri di dire come è veramente andata». Lui stigmatizza questa «formula criptica e reticente, ma al fondo indulgente e autoassolutoria, nella quale tutti i superstiti di questa tragica storia, per la loro quota parte di responsabilità, e da qualsiasi lato della barricata avessero militato, si sarebbero potuti riconoscere. […] Tutti, tranne i morti». L’omertà e la mancata chiarezza sarebbero all’origine della disaffezione dalla politica, «radicalizzando in milioni di cittadini un sentimento di sfiducia, d’impotenza e di disillusione nell’azione collettiva, di disimpegno e di ripiegamento nel privato».

La premessa del volume intreccia Gigliola Cinquetti di Non ho l’età, con le riviste della Nuova Sinistra e il convegno del Parco dei Principi che inaugura la strategia della tensione e la stagione golpista. La conclusione è il ritrovarsi dell’Italia nei festeggiamenti della vittoria della nazionale ai mondiali di calcio del 1982 e il film di Moretti La messa è finita che chiude con i sogni e le utopie.

Forse c’è troppa carne al fuoco, ed un fuoco che ancora brucia, per una sistemazione a freddo di anni che hanno segnato la nostra storia. I capitoli più efficaci corrispondono alle ricerche fatte dall’autore stesso sul caso Moro e il suo contesto mentre altri risultano eccessivamente compilativi. Sullo sfondo la politica e la società, anche se vengono enumerati i governi e le loro composizioni e riforme fondamentali come il divorzio e l’aborto. Le ricerche su quegli anni e le narrazioni sono ancora in fieri ed è forse ambizione eccessiva tentare di mettere assieme tutti i tasselli.

Silvia Calamandrei

Recensione: Giuliano Amato, Bentornato Stato, ma. Il Mulino, 2022

Giuliano Amato, Bentornato Stato, ma, Il Mulino 2022

 

In un agile volumetto Giuliano Amato ragiona sul ritorno dello Stato dopo la fase liberista e si preoccupa che non riemergano vecchi vizi di eccesso dì regole, di  gestione burocratica ed di autoritarismo. L’orizzonte della sua elaborazione era quello della pandemia, cui purtroppo nel frattempo si è aggiunta la guerra in Europa. La sua dichiarazione finale di fiducia nella superiorità dei sistemi democratici dovrà fare i conti con questo nuovo orizzonte che  alimenta ulteriormente spinte autoritarie.

Il maestro cui si rifa nel capitolo iniziale è Douglass North, premio Nobel  1993 per l’economia, che ha studiato l’evoluzione economica del sistema occidentale e delle sue istituzioni, comparando in fasi storiche e situazioni geografiche differenti il ruolo rispettivo dello Stato e del mercato e concentrandosi sull’efficacia dell’intervento pubblico sull’economia. Il nodo è quello dell’efficienza dell’intervento pubblico, in una fase in cui sta ridiventando essenziale.

Amato prende atto che dopo la crisi fiscale dello Stato, con eccessi di debito pubblico, di burocrazia e di infiltrazioni politiche nei gangli delle imprese si è assistito ad una politica di riduzione dell’intervento pubblico attraverso le privatizzazioni, lo smantellamento degli enti pubblici, la limitazione delle politiche industriali ai soli incentivi fiscali: neo liberalismo con al centro la concorrenza e le sue virtù.

Il panorama odierno è profondamente cambiato: tornano le regolazioni di settore, orna la proprietà pubblica delle imprese, torna lo Stato investitore, per non parlare dello Stato provvidenza distributore di reddito. Ma, ammonisce Amato, laddove può fallire il mercato e la concorrenza, anche lo Stato non è esente da fallimenti: non basta la bontà delle intenzioni ad evitare distorsioni.

Quali antidoti contro le devianze e gli eccessi di intrusione? Se l’indebolimento del sistema dei partiti rende meno pericolosa la corruzione e la funzionalizzazione della spesa a fini clientelari, disponiamo anche di nuove normative, come la legge Severino in funzione anticorruzione, e di nuove tecnologie informatiche che agevolano i sistemi di controllo e di responsabilizzazione della pubblica amministrazione.

Ma quello che interessa ad Amato è il pieno funzionamento di un sistema di trasparenza e democrazia: il forte potere centrale deve accompagnarsi a responsabilità diffuse, delle istituzioni territoriali, delle autonomie private, delle aggregazioni di interessi collettivi e sociali. Democrazie governanti, come auspicava Bourdeau, finalizzate a trasformare l’esistente in funzione di bisogni sociali non soddisfatti. Ben tornato Stato, ma immune dai vecchi vizi!

Nuova recensione: Titti Marrone, Se solo il mio cuore fosse pietra

Titti Marrone, Se solo il mio cuore fosse pietra, Feltrinelli 2022

Un’altra pietra d’inciampo viene ad aggiungersi alla memoria della Shoah, che ogni anno si arricchisce di nuovi preziosi contributi.

La storia di Tatiana e Andra Bucci, le due sorelle sopravvissute ad Auschwitz, e del loro cuginetto Sergio, vittima degli esperimenti condotti dai nazisti sui bambini, è stata raccontata da loro stesse in tante interviste e libri e dalle loro testimonianze dirette accompagnando gli studenti in visita ai campi di sterminio nella Giornata della memoria. Ne conosciamo anche la versione per bambini e il cartone animato La stella di Andra e Tati di Rosalba Vitellaro. Titti Marrone le aveva dedicato un saggio Meglio non sapere (Laterza 2003) giunto ormai alla quindicesima ristampa.

Ma stavolta il punto di osservazione è un altro: Titti Marrone, dedicando l’opera a Sergio, il bambino non sopravvissuto, ricostruisce in forma romanzesca i postumi drammatici dei tanti bambini ebrei “salvati” dai campi di sterminio e dai rifugi, accolti da organizzazioni umanitarie che cercano di ricostruirne l’identità e i legami familiari ma soprattutto di curarne i traumi, le ferite nei corpi e negli spiriti, aiutandoli a tornare a vivere.

Nel romanzo, in cui Tatiana ed Andra sono tra i personaggi, si narra dei venticinque bambini accolti in una casa di campagna a Lingfield in Inghilterra, in un progetto di accoglienza e recupero coordinato da Anna Freud, di cui è protagonista la sua allieva Alice Goldberger, coadiuvata da assistenti, educatrici e infermiere.

Tatiana e Andra sono due di quei venticinque bambini, e forse le più fortunate, perché riescono a ritrovare e ricongiungersi ai genitori, grazie anche alla memoria conservata dei propri nomi che la madre si era sforzata di imprimere nelle loro menti. I bambini provengono non solo da Terezin ed Auschwitz, ma da nascondigli e conventi cui sono stati affidati da genitori destinati alla deportazione: a volte l’isolamento in un nascondiglio è stato più traumatico, mancando dello spirito di gruppo comunque creatosi nei lager tra i bambini. Le angherie e i soprusi subiti, il contatto quotidiano con la morte, i sentimenti di abbandono provati, la denutrizione e spesso la cattiva salute fanno dei piccoli ospiti dei casi clinici da trattare con estrema cautela ed affetto, sviluppando nuove strategie e strumenti di cura per rimetterli a lorio agio nel mondo. Alice Goldberger, in continuo contatto con Anna Freud, e le sue collaboratrici, affrontano un’esperienza sconosciuta di cura e riabilitazione, che mette a dura prova i loro sentimenti e le loro conoscenze professionali.

Ogni bambino ha una storia a sé ed il suo ritorno alla vita sarà più o meno facile, superando la diffidenza verso gli adulti ormai introiettata e i sentimenti di abbandono e di colpa inevitabilmente ereditati dalla separazione traumatica dalla famiglia. Anche le esperienze di adozione risultano spesso fallimentari e la casa di Lingfield, che chiuse nel 1948, restò nella memoria di molti di loro come uno dei periodi più felici della propria vita.

Alcuni di loro si troveranno a rievocarlo insieme in un documentario della BBC, nel 1978 (This is your life); e poi ci sono gli Alice Goldberger Papers, custoditi nel memoriale dell’Olocausto di Washington, che raccolgono carteggi, album fotografici, disegni e altri documenti di questa esperienza unica di ritorno alla vita. L’autrice ha dato forma narrativa a questo straordinario intreccio di storie vere, attingendo a una vasta memoria archivistica e bibliografica.

(Silvia Calamandrei)

Le carte Andreotti. Nuova recensione!

Andreotti e Gorbačëv, Lettere e documenti 1985-1991, a cura di Lucarelli e Pons, Edizioni di storia e letteratura 2021

Con i venti di guerra sul fronte orientale e le relazioni con la Russia problematiche sul fronte dell’approvvigionamento energetico, questo volume documentario spinge a guardarsi indietro, ad una fase in cui altre piste sembravano possibili e l’Italia ambiva a ritagliarsi un ruolo nella ridefinizione degli equilibri mondiali scommettendo sulla perestrojka.

Utile inquadramento alle lettere e alle note della Farnesina e degli ambasciatori offrono le note introduttive di Silvio Pons e Massimo Bucarelli separate dallo spartiacque del 1989. Ci consentono di guardarci indietro a quando un abile gestore della politica estera come Andreotti cerca di valorizzare la posizione italiana offrendosi come il miglior interlocutore dell’apertura gorbacëviana, fidando nella sua capacità di riforme e in tempi lunghi per l’integrazione dell’Europa orientale in un nuovo assetto di relazioni internazionali. Nonostante la diffidenza dell’ambasciatore Sergio Romano, che a distanza dimostra maggior lungimiranza realistica, Andreotti si batte per il sostegno all’esperimento del leader sovietico presso gli alleati e punta su un’apertura di credito per favorire la ripresa dell’economia sovietica.

E invece in quei pochi anni deflagra il sistema sovietico e la Germania si unifica in tempi accelerati per iniziativa di Kohl. La sponda italiana si rivela insufficiente a puntellare le sorti dell’inventore della perestrojka, travolto all’interno e incapace di controllare lo sfaldamento dell’Unione: anche la mediazione nella guerra del Golfo scatenata da Saddam Hussein con l’attacco al Kuwait si rivela inefficace: in soli quattro giorni nel febbraio del 1991 l’offensiva di terra della coalizione schiacciò le forze irachene, decretando la fine del conflitto con la forza (mentre l’Italia si era adoperata per una soluzione negoziata).

Cone conclude Bucarelli:

La fine della Guerra fredda, in realtà, aveva letteralmente frantumato il vecchio ordine bipolare, fatto uscire di scena l’Urss e lasciato l’Italia senza un ruolo preciso. La «scommessa» di Andreotti e del governo italiano sul successo di Gorbačëv e della perestrojka era stata persa. L’Italia si ritrovò proiettata in un nuovo ordine mondiale, in cui il paese avrebbe fatto sempre più fatica ad orientarsi, perché i vecchi schemi basati sulla logica bipolare, sia pur adattata ai nuovi contesti, su cui i dirigenti italiani avevano continuato a puntare, erano ormai superati e inutilizzabili.

Forse rileggendo il passato riusciamo a capire come mai oggi annaspiamo nel definire una politica estera.

Resta documentato in questi scambi anche un lato umano : una stima reciproca e un’amicizia sincera che si sviluppa tra il nostro scaltro diplomatico e politico e il coraggioso ma incauto riformatore del Cremlino.