-------- RedazioneBM – Biblioteca Montepulciano Calamandrei
Skip to content Skip to left sidebar Skip to right sidebar Skip to footer

Author: RedazioneBM

RECENSIONE. La crisi della repubblica nel carteggio Andreotti Cossiga 1985-1992, a cura di Luca Micheletta, Edizioni di stria e letteratura, 2025

La crisi della repubblica nel carteggio Andreotti Cossiga 1985-1992, a cura di Luca Micheletta, Edizioni di stria e letteratura, 2025

 

Nella collezione di Politica e storia delle Edizioni di storia e letteratura, dedicata alle carte di Giulio Andreotti, sono usciti i i tre volumi del carteggio tra Cossiga e Andreotti 1985-1992 curato da Luca Micheletta, preziosa fonte di documentazione di un passaggio epocale negli equilibri internazionali e interni nonché di una relazione politica ed umana intensa pur nella differenza di caratteri e visioni. Presentato all’Istituto Sturzo da De Rita, D’Alema e Cirino Pomicino, che ne hanno lumeggiato passaggi significativi conditi dai propri giudizi e dalle proprie memorie, si è rivelato un prezioso lascito di memorie e testimonianze fondamentali sulla fine della Prima repubblica, ma anche letterariamente godibili.

Illuminante la consapevolezza di Andreotti:

“Forse devo la mia sopravvivenza politica, dopo la morte di De Gasperi, al mio pressappochismo romanesco unito alla superba pretesa di appartenere ai pochi monocoli in una terra di ciechi o comunque poco vedenti”.

Ci sono nodi istituzionali e politici innumerevoli da approfondire dalla vicenda Gladio ai limiti dei poteri presidenziali alla relazione con il CSM all’articolo 11 in relazione ai conflitti che iniziano a esplodere, per non parlare del terrorismo e della criminalità mafiosa (grazia a Curcio e nomina Falcone): il dialogo tra i due esponenti democristiani collocati in posizioni chiave è preziosa testimonianza di una politica vissuta intensamente e con grande professionalità. È stato De Rita a sottolineare nella sua presentazione la qualità dello staff di amministratori di cui disponeva Andreotti, le cui risposte alle “esternazioni” talvolta fuori delle righe di Cossiga sono sempre sostanziate e pertinenti. Una politica non improvvisata la cui stagione è forse tramontata.

Una introduzione lunga al Primo e due brevi al Secondo e Terzo volume di Micheletta aiutano all’inquadramento, mentre Giuliano Amato si spende sui profili costituzionali dell’operato di Cossiga, con indulgenza, sottolineandone la cultura costituzionale, quasi a difenderlo dall’impeachment.

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Flaminia Morandi, Ignazio di Loyola, La storia mai raccontata, Laterza 2026

Flaminia Morandi, Ignazio di Loyola, La storia mai raccontata, Laterza 2026

Una appassionante biografia di Ignazio, fondatore della Compagnia di Gesù, che si legge come un romanzo e che si interroga sul perché volle escludere le donne dalla Compagnia nonostante l’importante sostegno ricevuto da una rete solidale e devota di donne nel suo percorso dalla ferita alla gamba di Pamplona alla messa a punto degli Esercizi spirituali e delle regole dell’ordine gesuitico.

Addirittura sottoposto ad indagine nel 1527 dall’Inquisizione spagnola, sospetto di essere vicino agli alumbrados (illuminati) Ignazio si trova a dover rendere conto della grande partecipazione femminile alla pratica dei suoi esercizi (ivi comprese ex prostitute recuperate). Interessante l’inquadramento nelle vicende politiche e religiose della Spagna dell’epoca in cui le idee erasmiane e luterane penetrano in un terreno segnato dalla presenza dei moriscos e degli ebrei convertiti dopo la loro espulsione.

Ben evidenziata anche l’appartenenza di Ignazio alla razza padrona, che gli assicura relazioni e familiarità coi potenti. La Compagnia, una volta istituzionalizzata con il riconoscimento di Paolo III del 1540, appare funzionale all’espansione missionaria nel Nuovo Mondo e alla rivitalizzazione spirituale della Controriforma.

Ma sono bandite le “gesuitesse” nonostante il grande supporto da loro ricevuto, anche in termini finanziari. L’argomentazione fu che le donne non erano adatte alla regola dell’obbedienza diretta al Papa e alla disponibilità a mobilitarsi per ogni dove la missione ne esigesse i servigi. Molte pressioni dal basso dai conventi femminili non bastarono a far cambiare idea ad Ignazio. Le donne vengono però indirizzate alla fondazione dei collegi, il sistema di formazione multitasking concepito per ampliare l’influenza dei gesuiti in concorrenza con le università dominate da domenicani e francescani. Sono spesso donne potenti a reperire i fondi per questa “‘inculturazione”.

Una gesuitessa ci sarebbe stata, sia pure in incognito: la figlia più piccola di Carlo V, Juana di Spagna, alla quale era difficile dire di no: Ignazio la ammise in prova e sotto pseudonimo maschile: una soluzione tipicamente gesuitica….

Il saggio della Morandi si conclude on una bibliografia per capitoli che dà conto dell’ampiezza della ricognizione sia nella storia della Chiesa che nel contesto storico dell’Europa dell’epoca.

 

[Silvia Calamandrei]

Intervento della Presidente Silvia Calamandrei al Convegno su Salvatore Satta a Sassari

L’amicizia tra Satta e Calamandrei

Angela Guiso e Carlo Felice Casula, grazie al lavoro condotto sull’epistolario Satta-Calamandrei (Il Mulino 2020), mi hanno dischiuso la conoscenza di un’amicizia sia pure coltivata da lontano e nel corso dei decenni tra i due giuristi, entrambi autorità del diritto processuale civile, con momenti estremamente significativi. Non a caso Satta sarà tra i migliori commemoratori e compendiatori del pensiero di Calamandrei, nel suo Interpretazione di Calamandrei (Giuffré 1967): la moglie Ada Cocci Calamandrei lo ringrazia e ne ricorda l’amicizia in una lettera del novembre 1967, che conclude l’intenso epistolario curato dai due studiosi sardi.

Pima di approfondire l’epistolario, all’epoca custodito a Firenze (ISRT) ed ora accessibile sul sito archiviocalamandrei.it,  grazie alla collaborazione tra i quattro archivi che ne custodiscono le carte, io avevo soprattutto contezza della lettera inviata da Satta nel dicembre del 1941 in ringraziamento del dono dell’Inventario della casa di campagna, una tra il più di un centinaio di lettere di amici e conoscenti ricevute per l’occasione e custodite nell’archivio di Montepulciano, che conserva le carte più strettamente private (una scelta delle lettere  è stata recentemente pubblicata in appendice alla riedizione del 2024 delle Edizioni di storia e letteratura).

Satta è tra i 300 destinatari del dono di una edizione privata, che Calamandrei invia tra il Natale e il Capodanno del 1941, nel momento più cupo della guerra, cercando disperatamente interlocutori del suo viaggio nell’infanzia, nelle radici, nel paesaggio e nella natura, a cauterizzare il dolore e l’oppressione che avverte e che esprime quotidianamente nel suo diario. Una sorta di elegia in controcanto, che trova sintonia in quella cerchia di eletti, nel senso di prescelti, tanti dei quali saranno tra i ricostruttori dell’Italia liberata e repubblicana.

Satta intende, ma è soprattutto quasi geloso che l’amico abbia saputo indulgere alla sua più intima vocazione letteraria, cui personalmente dichiara di aver rinunciato:

Carissimo professore,

ho ricevuto in questo momento. Ho intuito. Ho aperto a caso. Pag. 61: la Mantide religiosa.

            Ci siamo. Quell’ansia verso la bella opera d’arte che vagheggiava, compresso, forzato, in ogni suo scritto, mi pare abbia trovato il suo sfogo in un respiro ampio, aperto, libero come la terra. Il giurista nemico è vinto. E Dio sia lodato.

            Sento il bisogno di dirglielo subito. E di dirle che non mi inganno. Ho dovuto, ahimè, percorrere il cammino inverso, e uccidere in me il poeta, per esser giurista: mi è rimasto il rimpianto, e più l’intuito, quasi infallibile.

            Ora leggerò tutto, leggeremo, con la padrona della mia piccola casa e del mio grande mondo, nelle sere fatte silenziose dal sonno del bambino.

            E mi consenta di dirle che l’ammiro- e l’invidio- per aver escluso il “pubblico” dal godimento prezzolato della sua opera.

            Sono fiero di essere uno dei trecento.

Con affetto devoto mi consideri

suo

Satta

Un momento di forte sintonia, che segue a contatti precedenti sul fronte della dottrina processuale tra due maestri del processo civile, che avevano saputo apprezzarsi quanto alla battaglia contro l’insidia del diritto soggettivo germanico che stava penetrando nell’ordinamento giudiziario italiano: Calamandrei aveva guardato con simpatia alla prolusione di Satta al suo corso di Diritto processuale civile nell’università di Padova del 1936, nella quale il giurista sardo aveva proposto una dura polemica contro l’ipotesi di integrale pubblicizzazione del processo civile italiano.

Già nel 1939 Calamandrei aveva sottolineato il comune “amore per il diritto”, e la condivisione di un senso di angoscia che si esprimeva negli scritti, augurandosi di poter “parlare lungamente su questi argomenti di studio, nei quali ci è ancora dato di avere qualche opinione”.

Nella lettera del 1941 la sintonia è nel sentimento e nell’invidiare all’amico la vittoria del poeta sul giurista, la capacità di dare sfogo al respiro più intimo, mentre lui per essere giurista ha dovuto uccidere in sé il poeta. E prendiamo nota che il passaggio dell’opera di Calamandrei che si è scolpito nella mente di Satta è quello della mantide, che ritornerà quando dovrà compendiarne la vita.

Eppure il giurista non avrebbe ucciso il poeta, e Satta riprenderà la composizione letteraria, abbandonata dopo l’opera giovanile La veranda, scritta sulla sua esperienza di sanatorio, per darci il capolavoro del De profundis. Nel secondo dopoguerra questo testo avrebbe avuto vita travagliata, ed il suo valore sarebbe statio apprezzato solo molto più tardi: ma Calamandrei ne fu uno dei primi estimatori.

Satta aveva inviato il suo manoscritto ad Einaudi ma ne aveva ricevuto un rifiuto molto politically correct da parte di Massimiliano Mila in data 8 maggio 1946, “perché il suo modo di vedere le cose è troppo radicalmente diverso dal nostro”. E questo in nome della lotta partigiana vittoriosa contro il sentimento di sconfitta e sfacelo, di “morte della patria” che pervadeva lo scritto. Satta è tacciato di “tipico assente” che sconta la sua assenza dall’antifascismo “con il catastrofico pessimismo che “Le fa vedere il nostro popolo come un abulico e passivo oggetto di storia”. Di fronte al “fossato” che la redazione di Einaudi definisce come distanza, Satta risponde pacatamente da Trieste, allegando il discorso inaugurale all’Università che era stato apprezzato da Calamandrei, per dimostrare che:

“lo stesso bisogno di sincerità e di onestà che ha ispirato il De profundis ha spinto il “tipico assente”, il “catastrofico pessimista”, lo “estraneo agli ambienti antifascisti”, come Ella ama pensarmi, ad assumere una responsabilità e ad occupare un posto da cui gli italiani attivi ed ottimisti si terrebbero oggi prudentemente lontani”.

A proposito del discorso inaugurale a Trieste, raccolto ora in Soliloqui e colloqui di un giurista (Adelphi 2004), mi piace segnalare alcune consonanze con Calamandrei dello stesso periodo, come nell’idea della rinascita grazie al “culto degli spiriti magni”, ricercandone “le traccie tra le rovine, e “riscoprirli innamoratamente fra i codici obliati e dispersi”. Non pare di riascoltare le parole di Calamandrei della prefazione al Beccaria, scritta tra il 43 e la fine del 1944? (Le Monnier 1945)

“basta ora rimuovere le macerie per veder riapparire tra la polvere la nitida stampa un po’ antiquata di questi vecchi libri fidati, ai quali si può chiedere ancora, senza il timore di rimaner delusi, la parola che valga a farci ritrovare la fede”.

Ma c’è anche un ragionamento sulle libertà formali e libertà sostanziali, che Satta auspica la città di Trieste, “posta fra le democrazie occidentali e le orientali, e quindi al centro della storia” possa contribuire a coniugare:

“la civiltà che Trieste rappresenta contiene in se stessa la soluzione del conflitto, perché accoglie in sé la grande critica della vecchia democrazia, e senza ripudiare le libertà formali, cerca di realizzarle e risolverle in una libertà sostanziale, che restituisca all’uomo, a ogni uomo, non qualificato da altra ricchezza che quella del proprio lavoro, la sua dignità. E in tal modo s’incammina sicura e fidente, verso la vera democrazia”.

Tralasciando il non avverarsi di questa previsione ottimistica circa le sorti di Trieste, sembrano riecheggiare qui i nodi affrontati da Calamandrei nella prefazione a Ruffini sui diritti di libertà (La Nuova Italia 1946).

Tornando al De profundis mi piace pensare che Satta reagisca al rifiuto di Einaudi premurandosi di verificare, con una lettera del 29 maggio, se Calamandrei, di cui Satta intuisce una possibile sintonia, abbia ricevuto il suo manoscritto, inviato il 4 maggio. Impegnato com’era con il referendum e le elezioni dell’Assemblea Costituente Piero C. aveva tardato a reagire, ma ripresosi di una settimana di “collasso” (parola cara anche al sensibilissimo Satta) replica:

“il tuo saggio è stupendo, e mi ha profondamente commosso. Bisogna pubblicarlo”.

Intanto chiede di pubblicarne qualche pagina sul “Ponte”, come avverrà nel numero di fine anno. E dunque anche in questo caso, come per quello di Primo Levi, la rivista fiorentina si fa ospite e promotrice di testimonianze ed “esami di coscienza” sgraditi al clima di euforia dominante. La gioia di Satta è immensa, perché Calamandrei ha inteso le sue motivazioni profonde, come scrive il primo luglio:

“Per me ha un’importanza immensa che un Uomo come te, che hai lottato e sofferto per la libertà, sia rimasto commosso dalla lettura: è segno che non ti è sfuggito che al fondo dello spietato esame di coscienza sta una incrollabile e quasi soprannaturale speranza. È un libro triste, ma non desolato e desolante, un libro che io sono fermamente convinto possa fare del bene, anche a chi non sia disposto a condividere il mio personale atteggiamento di fronte alla nostra spaventosa esperienza”.

Se la rivista pubblica alcune pagine, il testo integrale non viene invece accolto nei quaderni del Ponte e neppure dalla Nuova Italia, forse per le esitazioni di Tristano Codignola e Corrado Tumiati, che lo liquidano come inadatto per i suoi “intendimenti artistici” (un pretesto?). Satta finisce per persuadersi che la “nuova Italia, e non la casa editrice, ma questo nostro singolare paese, non sia il posto adatto per la pubblicazione del mio libro” e si augura che tra cent’anni qualche studente ritrovi il manoscritto, reperto per i postumi “sullo stato d’animo degli italiani durante la seconda guerra mondiale”.

Ma in fondo non era stato lo stesso intento di Calamandrei nello scrivere il suo Diario, che paragonava ad un testo dell’epoca di Giuliano l’Apostata, destinato alla lettura dei posteri? E forse non fu un caso il ritardo della sua pubblicazione (1982). proprio perché gli stessi allievi esitavano a offrire un ritratto in chiaroscuro del cantore della Resistenza? E l’introduzione di Mario Isnenghi alla riedizione integrale 2015 delle Edizioni di storia e letteratura ne dà ben conto.

Il chiaroscuro che emerge da quelle pagine è del resto tuttora oggetto di commento, come è avvenuto col saggio incluso in I fantasmi del fascismo di Simon Levis Sullan, che rimprovera agli intellettuali italiani uno scarso “esame di coscienza”, prendendo curiosamente come casi esemplari Piero Calamandrei, Federico Chabod, Luigi Russo e Alberto Moravia.

Eppure nello scambio tra Satta e Calamandrei l’esame di coscienza è centrale.

Il De profundis uscì per la CEDAM nel 1948 a spese dell’autore, e nel testo che appartiene alla biblioteca di Piero sono posti due punti interrogativi a passaggi anti-inglesi che deve aver commentato anche in una lettera a Satta forse andata smarrita (i curatori non ne fanno parola). Lo desumiamo dalla lettera di Satta del 7 luglio 1948 che si riferisce alle parole di Calamandrei sul “libretto” ed insiste di non aver voluto fare “un’opera di storia”:

“Ho voluto solo rappresentare il dramma di un individuo che si trova d’un tratto in mezzo alla tormenta […] ed è spinto da ciò a un doloroso esame di coscienza, di null’altro desideroso che di veder chiaro nella propria anima. E perciò quei giudizi di cui tu lamenti l’asperità (come quello sull’Inghilterra) non possono essere considerati come l’espressione del mio pensiero, ma solo del mio sentimento in quelle circostanze di tempo e di luogo”.

Ed a proposito della lotta per la liberazione, afferma di non averla voluta oscurare, “o sommergere nella vivisezione dell’individuo tradizionale, ma se mai esaltare e purificare negli uomini eletti, nei credenti che l’hanno combattuta”.

Insomma siamo sulle orme del classico esame di coscienza del letterato di Renato Serra, caro a Calamandrei, e ad un discorso sul carattere degli italiani, topos della nostra tradizione. A differenza del crociano “fascismo come parentesi”, siamo sulle orme del Gobetti di fascismo come autobiografia degli italiani.

Le edizioni Adelphi che si susseguono tra il 1979 e il 1980 gli assicurano finalmente il successo letterario. Poi ci sarà la vulgata di Galli della Loggia sulla “morte della patria” (1996), che coinvolgerà in polemiche antirevisioniste lo stesso Satta, con anche l’infortunio di attribuirgli una lettera a Segni di un suo omonimo avvocato sassarese per dare degne onoranze alle spoglie di Mussolini.

Il successo di Satta si colloca dopo l’Intervista di De Felice, che inaugura una nuova stagione di studi sull’antifascismo ed il fascismo, ad indagarne la complessità al di là delle sistemazioni retoriche. Stagione tuttora aperta sia pur con la pietra miliare posta da Claudio Pavone.  E in tali studi, con la nuova introduzione all’edizione integrale dei Diari di Mario Isnenghi (Edizioni di storia e letteratura 2015), anche le pagine del Diario di Calamandrei sono testimonianza essenziale.

È interessante notare che nella prefazione alla traduzione francese del Diario 1939-45 Christophe Carraud, autorevole traduttore e commentatore di Calamandrei, Satta e Capograssi, intreccia sovente le figure di Satta e Calamandrei in quella stagione.

Nel suo lavoro più recente, Salvatore Satta, Una biografia letteraria, Il Mulino 2025 Angela Guiso si addentra in una biografia letteraria del grande giurista e scrittore, incrociando le opere letterarie più significative con le lettere scambiate in proposito ad illuminarne il retroterra di travaglio interiore e rassicurazioni ricercate non solo rispetto ai propri dubbi di assecondare la propria vena di scrittura, ma anche rispetto agli ostacoli incontrati nella ricezione da parte di editori sondati. La fortuna letteraria di Satta, il suo riconoscimento come grande scrittore, verrà solo postuma e grazie alla Adelphi, mentre in vita solo la Cedam, casa editrice delle sue opere giuridiche, accoglierà il De profundis (1948) e in prima edizione Il giorno del giudizio (1977) nonché i Soliloqui e colloqui di un giurista (1968), mentre il giovanile La veranda dovrà attendere l’apprezzamento di Calasso contattato dagli eredi attraverso Linder, l’unico, secondo l’allievo Mazzarella, che possedesse un respiro europeo in grando di valutare la grandezza di Satta. Curioso che Calasso figlio sia quello che riprende la cura di Satta dopo che il giurista padre si era fatto portavoce nel dopoguerra delle ragioni per cui la casa editrice la Nuova Italia non era adatta ad accogliere il suo scritto, che aveva “intendimenti artistici”.

La felicità della ricostruzione della Guiso sta nell’intreccio tra corrispondenze e testi, a esemplificare anche quanto le lettere costituissero esercizio di scrittura letteraria e di esame di coscienza e quanto il concorso degli affetti e delle amicizie abbiano contrastato le remore e le esitazioni del giurista-scrittore. I carteggi con Calamandrei testimoniano tanti punti di contatto nel corso dei decenni, a partire dagli anni Trenta. L’affinità con Calamandrei è più di comune sentire che strettamente di dottrina giuridica, così come i due giuristi sono lontani per percorsi di vita quanto all’impegno civile, più defilato e pessimista Satta, testardamente utopista Calamandrei nel suo indefesso “azionismo”.

Ma c’è un nodo concettuale fondamentale che li avvicina nella fase costituente e che è stato felicemente evidenziato da Carlo Pontorieri nel saggio «Rimuovere gli ostacoli. Le origini del dettato costituzionale tra letteratura e diritto» (2024). In effetti la vicinanza tra i due nello scambio sul De profundis fa sì che l’espressione contenuta nello scritto del giurista sardo si trasfonda nella elaborazione del secondo comma dell’articolo 3, in cui Calamandrei è impegnato alla Costituente e che consegnerà agli studenti milanesi nel 1955 come l’espressione più importante della nostra Costituzione. Vicini dunque nell’opporsi al rischio di predominio del diritto germanico durante il fascismo, ma vicini anche nel dopoguerra nel riproporre la coniugazione tra diritti di libertà e diritti sociali auspicata da Rosselli, e infine entrambi attenti esegeti del “mistero del processo”.

 

In quest’anno che ne ha visto la dipartita è d’uopo rendere omaggio ad un altro grande civilista, erede della direzione della «Rivista di procedura civile», Bruno Cavallone, anche lui diviso tra passione per il processo e passione per la letteratura, addirittura a fumetti, grande traduttore dei Peanuts ed autore di un denso volume, La borsa di Miss Flite, in cui i nessi tra il  processo e l’ elaborazione letteraria e iconografica sono illustrati da una serie di esempi che vanno da Kafka ad Alice nel paese delle meraviglie a Pinocchio, con una ricchissima casistica tratta da Dickens, Shakespeare, Rabelais e Da Ponte: perché in realtà il processo come risoluzione metaforica del conflitto appartiene alla storia della civiltà umana fin dalle origini: un “gioco” artificiale per ricomporre le tensioni, come ben aveva evidenziato Huizinga in Homo ludens.

 

Il lavoro di Cavallone si inserisce con maestria nel filone Law and literature, particolarmente coltivato nel mondo anglosassone, che già ha offerto numerose analisi con cui il nostro si misura; affascinante la parte iconografica, in cui l’angelo dell’Annunciazione viene accostato all’usciere di giustizia che notifica un provvedimento giudiziario e il giudizio di Salomone di Poussin illustra una delle tante varianti di quella sentenza mitica, ripresa anche da Bertold Brecht.

Non è un caso che il nostro si sia appassionato non solo alla corrispondenza tra Calamandrei e Carnelutti a proposito della rivista di cui lui aveva ereditato la direzione, ma anche alle favole giovanili di Piero pubblicate su riviste per ragazzi del primo Novecento cogliendo l’elemento ludico che contraddistingue Calamandrei, che aveva intitolato un suo saggio Il processo come giuoco.

Non sfugge alla Guiso anche l’elemento ludico in Satta, nelle composizioni ad uso familiare che ci segnala quando lasciava messaggi domestici in brevi poemetti o indugiando in giochi di parole.

Un altro elemento di affinità che tempera la vena melanconica di due personalità di cui Satta medesimo non manca di sottolineare le differenze, pur “nel comune sentimento della vita” soprattutto nella lettera del 9 febbraio 1951:

“Vorrei [anzi]dire che in una sola cosa noi divergiamo: importante indubbiamente, ma non decisiva: voglio dire nell’azione. La mia povera azione è tutta nel pensiero, la tua si svolge nella partecipazione attiva alla vita, che io posso intendere negli altri, ma non in me, perché l’azione ha sempre in sé qualcosa di impuro, che non riesco ad accogliere. Di qui la mia sostanziale inutilità, almeno nell’ora presente. Ma quando la tua azione sosta, si manifesta il tuo vero essere, e allora sento quanto il tuo animo sia vicino al mio, e come tu viva la mia stessa passione, cioè come la vita si rifletta in te nello stesso modo”.

Significativo comunque che sia Satta a mitigare l’angoscia di Calamandrei per la minaccia atomica, espressa anche nella favola Futuro postumo nella distopia della scomparsa della specie umana, quando gli scrive nel Capodanno del 1950:

“Vero è che il mondo si è fatto triste, ma perché, proprio in questo giorno, negare la sola cosa che possiamo opporre alla bomba atomica: la speranza?”.

L’attenzione di Calamandrei alle pagine del De profundis, scritte ed affini a quelle da lui vergate nell’isolamento di Collicello, consolidò comunque una collaborazione col “Ponte” sia nel contributo per il numero speciale sulla Sardegna, sia pur pubblicato posteriormente e dedicato allo spirito religioso dei sardi, sia per le pagine della slavista Laura Boschian, la moglie di Satta, pubblicate sulla rivista.

Se si rilegge il saggio sullo spirito religioso dei sardi, pubblicato sul numero 9-10 del Ponte del settembre-ottobre 1951 ci si trovano in nuce i temi che verranno sviluppati nel Giorno del giudizio: il binomio simbolico chiesa-tribunale che incombe su Nuoro, l’intreccio tra legge umana e legge divina, l’inquietudine e la paralisi dell’azione dei sardi, il senso della morte, la vita concepita come un giudizio, la fuga dal torbido mare della vita. Probabilmente Satta aveva già una bozza di quel testo cui si sarebbe dedicato negli anni finali, ed in qualche modo Calamandrei lo aveva intuito affidandogli quel titolo.

Due temi che meritano ulteriore riflessione discendono da queste mie considerazioni. Il primo sono le alterne fortune del Satta letterato in Italia, nonostante i riconoscimenti europei.  I paralleli con Thomas Mann, colti dalla critica tedesca e la fortuna di Satta in Francia grazie all’opera di edizione e traduzione di Christophe Carraud testimoniano il valore di autore europeo che Satta è riuscito ad acquisire nonostante le resistenze in Italia. Perché Satta risulta ostico, fin dal suo giovanile romanzo-saggio sul tubercolosario? E perché all’indomani della Liberazione riesce sgradito un testo che rievoca troppo le responsabilità dell’italiano medio (l’uomo tradizionale) sotto e dentro il fascismo? A che si deve la fortuna tardiva di un testo come Il giorno del giudizio?

Il secondo è il nesso tra diritto e letteratura che emerge nell’opera dei due giuristi e come si intreccino nei loro scritti. Da notare che i loro testi letterari non seguono un impianto narrativo romanzesco, ma si collocano tra la memoria e l’elegia, tra il bozzetto e l’abbandono lirico, più malinconico in Calamandrei, più crudo e realistico in Satta. Entrambi rievocano il primo Novecento e le proprie radici, con nostalgia Calamandrei, con una certa revulsione impietosa Satta: ma il tema della morte affiora in entrambi e i sepolcri etruschi sono un’immagine comune. Calamandrei fa un inno alla patria Toscana, mentre Satta stigmatizza la sua città di origine, ma entrambi meditano sul succedersi delle generazioni e delle stagioni e sulle ineludibili leggi della natura. Ma più che forzare parallelismi per due opere scritte in differenti contesti storici e da personalità assai differenti, occorrerebbe approfondire quanto il loro linguaggio letterario si sia trasfuso anche nelle loro opere giuridiche, permeandole. È Satta stesso a ricordare nella sua Interpretazione di Calamandrei “la differente origine etnica così importante almeno nel dominio dell’inconscio”, che li rende così diversi anche letterariamente nella rievocazione delle proprie radici.

Fu una studiosa céca, Jana Mràzkova, ad attirare anni fa la mia attenzione su quanto il linguaggio oratorio delle arringhe e dei discorsi di Calamandrei fosse stato forgiato dall’esercizio letterario, contribuendo all’empatia; chi sa se il suggerimento non possa valere anche per il giurista Satta, il cui animo custodiva una sensibilità ed una capacità di osservazione straordinarie, che il pubblico ha potuto apprezzare solo tardivamente.

In conclusione voglio soffermarmi sulla commemorazione di Satta del 1967 all’Università di Firenze in omaggio a Calamandrei, ora raccolta nei Soliloqui.

Satta sottolinea “l’immanente presenza di Calamandrei nella nostra vita e nella nostra storia” e pur affermando che non fu solo uomo di studio ma anche di azione, e che l’azione ha contribuito a dare risonanza al suo nome, preferisce ricondurne la vera azione all’”unico libro” che ha scritto, invocando l’unità del giurista e dell’uomo. Secondo Satta, la parte più notevole della sua opera verte attorno al giudizio, sin dalle prime opere giovanili. Collocandolo accanto a Chiovenda, Redenti e Carnelutti, definiti “eroi” in quanto placati nelle certezze, lo indica come “martire”, “anima errante che vede il vero, ma non lo può raggiungere”.

E qui torna l’immagine della mantide religiosa, che tanto lo aveva colpito nelle pagine dell’Inventario, le cui mani congiunte in preghiera si rivelano spaventevoli falci. È la percezione del tragico mistero del male che faceva di Calamandrei un “poeta martire”, che vedeva e sentiva l’uomo come composizione di mostro e di spirito.

Quando dipinge Calamandrei come “uomo di parte” Satta si preoccupa che questo lo abbia portato alla ribalta suo malgrado, assurgendo lentamente a mito. Ma reputa che nel mito non si esaurisca la sua profonda personalità e che l’uomo d’azione avvertisse il deserto della vita e vi intrecciasse proibiti colloqui. La consonanza che più avverte, avvicinando Calamandrei a se stesso, non è nell’azione, nella partecipazione attiva alla vita, ma in quei momenti in cui si interrogava sul senso dell’esistenza, che sono vivi nel ricordo della loro frequentazione, così come gli aveva scritto nella lettera del 1951:

“Ma quando la tua azione sosta, si manifesta il tuo vero essere, e allora sento quanto il tuo animo sia vicino al mio, e come tu viva la mia stessa passione, cioè come la vita si rifletta in te nello stesso modo”.

Forse Satta dà una interpretazione di Calamandrei che lo riconduce troppo a se stesso, ma è anche vero che nelle amicizie si rivelano aspetti di affinità che forse non esauriscono la persona, ma sicuramente ne rivelano caratteristiche essenziali e profonde. L’amicizia tra i due fu un arricchimento per entrambi sia nei sentimenti che nello scambio professionale e ci aiuta, analizzandola, ad evidenziare tratti significativi di entrambi.

[Silvia Calamandrei]

 

E’ POSSIBILE RIGUARDARE L’INTERO CONVEGNO AL SEGUENTE LINK

 

RECENSIONE. Zhang Xiping e Federico Masini (a cura di), L’Itala vista dalla Cina, Storia dei rapporti culturali tra i due paesi, L’Asino d’oro 2025

Zhang Xiping e Federico Masini (a cura di), L’Itala vista dalla Cina, Storia dei rapporti culturali tra i due paesi, L’Asino d’oro 2025

 

Il volume, cortesemente inviatoci dalla casa editrice, è la traduzione in italiano (di Desirée Altobelli) dello studio dedicato all’Italia di una collana accademica sulle relazioni letterarie sino-straniere edito dalla Shandong Education Press nel 2014, nell’ambito degli studi cinesi di letteratura comparata.

È una preziosa rassegna, ad opera di studiosi cinesi, dell’Italia vista dalla Cina e della diffusione della letteratura italiana in Cina, nonché della diffusione e delle traduzioni della letteratura cinese in Italia.

Particolarmente interessanti i capitoli specifici sulle traduzioni cinesi della Commedia di Dante, sulla traduzione e l’influenza di italo Calvino in Cina e sulle visite degli scrittori italiani nella Cina del XX secolo. Utilissime per gli studiosi le appendici:

1. Cronologia degli scambi letterari sino-italiani

2. Catalogo dei libri antichi sull’Italia conservati alla Biblioteca nazionale di Pechino

3. Catalogo dei testi di e sulla letteratura italiani tradotti in cinese

4. Bibliografia in lingua straniera

A parte alcuni aggiornamenti che si renderebbero necessari, e qualche errore di attribuzione (ad esempio la traduzione di Lu Xun, La falsa libertà a Masci anziché Masi) si tratta di strumenti preziosi di inquadramento e riferimento per chiunque voglia approfondire le relazioni culturali italo-cinesi.

Siamo stati lieti di trovarvi riferimento anche alla delegazione culturale del1955 guidata da Piero Calamandrei e al numero straordinario del “Ponte” la Cina d’oggi, che nel frattempo è stato antologizzato in Italia nel 2020 e in Cina nel 2024 a cura della professoressa Yang Lln della Nankai University: quando il volume cinese è stato redatto ancora non erano stati pubblicati i suoi preziosi contributi su Fortini, Cassola e altri scrittori italiani e non era ancora partito il progetto di collaborazione sul viaggio della delegazione del 1955 che ha dato tanti risultati.

In una fase in cui il dialogo interculturale sembra riaprirsi, un solido mattone a fondamento di nuovi sviluppi.

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE LIBRO. Angela Guiso, Salvatore Satta. Una biografia letteraria, Il Mulino 2025

Nuovi arrivi, ringraziando l’autrice

Angela Guiso, Salvatore Satta, Una biografia letteraria, Il Mulino 2025

Dopo aver curato con passione ed acribia gli epistolari di Salvatore Satta con la moglie e con Piero Calamandrei, la studiosa sarda si addentra in una biografia letteraria del grande giurista e scrittore, incrociando le opere letterarie più significative con le lettere scambiate in proposito ad illuminarne il retroterra di travaglio interiore e rassicurazioni ricercate non solo rispetto ai propri dubbi di assecondare la propria vena di scrittura, ma anche rispetto agli ostacoli incontrati nella ricezione da parte di editori sondati. La fortuna letteraria di Satta, il suo riconoscimento come grande scrittore, verrà solo postuma e grazie alla Adelphi, mentre in vita solo la Cedam, casa editrice delle sue opere giuridiche, accoglierà il De profundis (1948) e in prima edizione Il giorno del giudizio (1977) nonché i Soliloqui e colloqui di un giurista (1968), mentre il giovanile La veranda dovrà attendere l’apprezzamento di Calasso contattato dagli eredi attraverso Linder, l’unico, secondo l’allievo Mazzarella, che possedesse un respiro europeo in grando di valutare la grandezza di Satta. I paralleli con Thomas Mann, colti dalla critica tedesca e la fortuna di Satta in Francia grazie all’opera di edizione e traduzione di Christophe Carraud testimoniano del resto il valore di autore europeo che Satta è riuscito ad acquisire nonostante le resistenze in Italia.
Il primo ostacolo incontrato nel dopoguerra fu vedersi respinto il manoscritto del De profundis dalla Einaudi, con una lettera liquidatoria di Massimo Mila, all’insegna del politically correct dell’epoca. Forse Satta avrebbe potuto consolarsi nell’apprendere che la stessa sorte era capitata a Se questo è un uomo di Primo Levi. Ed è Calamandrei a “rimuovere l’ostacolo” pubblicando alcune pagine di Satta sul Ponte; altrettanto avverrà per Levi, che sarà poi pubblicato integralmente dalla piccola casa editrice di Antonicelli. L’apprezzamento di Calamandrei fu di grande consolazione per Satta, che già gli aveva espresso l’intima vocazione letteraria in una lettera di ringraziamento per il dono dell’Inventario della casa di campagna, invidiando al fiorentino di aver osato compiere l’opera. La collaborazione col «Ponte» non si arresterà qui, perché Calamandrei insisterà ad avere un contributo di Satta al numero monografico sulla Sardegna, quel Lo spirito religioso dei sardi, che anticipa una serie di temi del Giorno del giudizio. E non mancheranno alcuni interventi della moglie Laura Boschian, specialista di letteratura russa.
La felicità della ricostruzione della Guiso sta nell’intreccio tra corrispondenze e testi, a esemplificare anche quanto le lettere costituissero esercizio di scrittura letteraria e di esame di coscienza e quanto il concorso degli affetti e delle amicizie abbiano contrastato le remore e le esitazioni del giurista-scrittore. I carteggi con Calamandrei (ora consultabili in rete sul portale archiviocalamandrei.it) testimoniano tanti punti di contatto nel corso dei decenni, a partire dagli anni Trenta. L’affinità con Calamandrei è più di comune sentire che strettamente di dottrina giuridica, così come i due giuristi sono lontani per percorsi di vita quanto all’impegno civile, più defilato e pessimista Satta, testardamente utopista Calamandrei nel suo indefesso “azionismo”. Ma c’è un nodo concettuale fondamentale che li avvicina nella fase costituente e che è stato felicemente evidenziato da Carlo Pontorieri nel saggio «Rimuovere gli ostacoli. Le origini del dettato costituzionale tra letteratura e diritto» (2024). In effetti la vicinanza tra i due nello scambio sul De profundis fa sì che l’espressione contenuta nello scritto del giurista sardo si trasfonda nella elaborazione del secondo comma dell’articolo 3, in cui Calamandrei è impegnato alla Costituente e che consegnerà agli studenti milanesi nel 1955 come l’espressione più importante della nostra Costituzione. Vicini dunque nell’opporsi al rischio di predominio del diritto germanico durante il fascismo (Calamandrei aveva guardato con simpatia alla prolusione di Satta al suo corso di Diritto processuale civile nell’università di Padova del1936, nella quale il giurista sardo aveva proposto una dura polemica contro l’ipotesi di integrale pubblicizzazione del processo civile italiano), ma vicini anche nel dopoguerra nel riproporre la coniugazione tra diritti di libertà e diritti sociali auspicata da Rosselli, e infine entrambi attenti esegeti del “mistero del processo”.
La densa ricostruzione della Guiso, ricca di citazioni incrociate di lettere e testi e di rimandi bibliografici, offre nel cinquantenario dalla morte l’occasione di approfondire la grande figura del giurista-scrittore, ed offre spunti per approfondimento nelle presentazioni e nei convegni già programmati.

 

[Silvia Calamandrei]