GLI EPISTOLARI DI PIERO CALAMANDREI di ANTONIO CARRANNANTE
Si pubblica qui un interessante e ricco articolo di Antonio Carranante sugli epistolari di Piero Calamandrei.
Si ringrazia l’autore e la prestigiosa Rivista per il nulla osta.
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Si pubblica qui un interessante e ricco articolo di Antonio Carranante sugli epistolari di Piero Calamandrei.
Si ringrazia l’autore e la prestigiosa Rivista per il nulla osta.
Nella collezione di Politica e storia delle Edizioni di storia e letteratura, dedicata alle carte di Giulio Andreotti, sono usciti i i tre volumi del carteggio tra Cossiga e Andreotti 1985-1992 curato da Luca Micheletta, preziosa fonte di documentazione di un passaggio epocale negli equilibri internazionali e interni nonché di una relazione politica ed umana intensa pur nella differenza di caratteri e visioni. Presentato all’Istituto Sturzo da De Rita, D’Alema e Cirino Pomicino, che ne hanno lumeggiato passaggi significativi conditi dai propri giudizi e dalle proprie memorie, si è rivelato un prezioso lascito di memorie e testimonianze fondamentali sulla fine della Prima repubblica, ma anche letterariamente godibili.
Illuminante la consapevolezza di Andreotti:
“Forse devo la mia sopravvivenza politica, dopo la morte di De Gasperi, al mio pressappochismo romanesco unito alla superba pretesa di appartenere ai pochi monocoli in una terra di ciechi o comunque poco vedenti”.
Ci sono nodi istituzionali e politici innumerevoli da approfondire dalla vicenda Gladio ai limiti dei poteri presidenziali alla relazione con il CSM all’articolo 11 in relazione ai conflitti che iniziano a esplodere, per non parlare del terrorismo e della criminalità mafiosa (grazia a Curcio e nomina Falcone): il dialogo tra i due esponenti democristiani collocati in posizioni chiave è preziosa testimonianza di una politica vissuta intensamente e con grande professionalità. È stato De Rita a sottolineare nella sua presentazione la qualità dello staff di amministratori di cui disponeva Andreotti, le cui risposte alle “esternazioni” talvolta fuori delle righe di Cossiga sono sempre sostanziate e pertinenti. Una politica non improvvisata la cui stagione è forse tramontata.
Una introduzione lunga al Primo e due brevi al Secondo e Terzo volume di Micheletta aiutano all’inquadramento, mentre Giuliano Amato si spende sui profili costituzionali dell’operato di Cossiga, con indulgenza, sottolineandone la cultura costituzionale, quasi a difenderlo dall’impeachment.
[Silvia Calamandrei]
Zhang Xiping e Federico Masini (a cura di), L’Itala vista dalla Cina, Storia dei rapporti culturali tra i due paesi, L’Asino d’oro 2025
Il volume, cortesemente inviatoci dalla casa editrice, è la traduzione in italiano (di Desirée Altobelli) dello studio dedicato all’Italia di una collana accademica sulle relazioni letterarie sino-straniere edito dalla Shandong Education Press nel 2014, nell’ambito degli studi cinesi di letteratura comparata.
È una preziosa rassegna, ad opera di studiosi cinesi, dell’Italia vista dalla Cina e della diffusione della letteratura italiana in Cina, nonché della diffusione e delle traduzioni della letteratura cinese in Italia.
Particolarmente interessanti i capitoli specifici sulle traduzioni cinesi della Commedia di Dante, sulla traduzione e l’influenza di italo Calvino in Cina e sulle visite degli scrittori italiani nella Cina del XX secolo. Utilissime per gli studiosi le appendici:
1. Cronologia degli scambi letterari sino-italiani
2. Catalogo dei libri antichi sull’Italia conservati alla Biblioteca nazionale di Pechino
3. Catalogo dei testi di e sulla letteratura italiani tradotti in cinese
4. Bibliografia in lingua straniera
A parte alcuni aggiornamenti che si renderebbero necessari, e qualche errore di attribuzione (ad esempio la traduzione di Lu Xun, La falsa libertà a Masci anziché Masi) si tratta di strumenti preziosi di inquadramento e riferimento per chiunque voglia approfondire le relazioni culturali italo-cinesi.
Siamo stati lieti di trovarvi riferimento anche alla delegazione culturale del1955 guidata da Piero Calamandrei e al numero straordinario del “Ponte” la Cina d’oggi, che nel frattempo è stato antologizzato in Italia nel 2020 e in Cina nel 2024 a cura della professoressa Yang Lln della Nankai University: quando il volume cinese è stato redatto ancora non erano stati pubblicati i suoi preziosi contributi su Fortini, Cassola e altri scrittori italiani e non era ancora partito il progetto di collaborazione sul viaggio della delegazione del 1955 che ha dato tanti risultati.
In una fase in cui il dialogo interculturale sembra riaprirsi, un solido mattone a fondamento di nuovi sviluppi.
[Silvia Calamandrei]
Nuovi arrivi, ringraziando l’autrice
Angela Guiso, Salvatore Satta, Una biografia letteraria, Il Mulino 2025
Dopo aver curato con passione ed acribia gli epistolari di Salvatore Satta con la moglie e con Piero Calamandrei, la studiosa sarda si addentra in una biografia letteraria del grande giurista e scrittore, incrociando le opere letterarie più significative con le lettere scambiate in proposito ad illuminarne il retroterra di travaglio interiore e rassicurazioni ricercate non solo rispetto ai propri dubbi di assecondare la propria vena di scrittura, ma anche rispetto agli ostacoli incontrati nella ricezione da parte di editori sondati. La fortuna letteraria di Satta, il suo riconoscimento come grande scrittore, verrà solo postuma e grazie alla Adelphi, mentre in vita solo la Cedam, casa editrice delle sue opere giuridiche, accoglierà il De profundis (1948) e in prima edizione Il giorno del giudizio (1977) nonché i Soliloqui e colloqui di un giurista (1968), mentre il giovanile La veranda dovrà attendere l’apprezzamento di Calasso contattato dagli eredi attraverso Linder, l’unico, secondo l’allievo Mazzarella, che possedesse un respiro europeo in grando di valutare la grandezza di Satta. I paralleli con Thomas Mann, colti dalla critica tedesca e la fortuna di Satta in Francia grazie all’opera di edizione e traduzione di Christophe Carraud testimoniano del resto il valore di autore europeo che Satta è riuscito ad acquisire nonostante le resistenze in Italia.
Il primo ostacolo incontrato nel dopoguerra fu vedersi respinto il manoscritto del De profundis dalla Einaudi, con una lettera liquidatoria di Massimo Mila, all’insegna del politically correct dell’epoca. Forse Satta avrebbe potuto consolarsi nell’apprendere che la stessa sorte era capitata a Se questo è un uomo di Primo Levi. Ed è Calamandrei a “rimuovere l’ostacolo” pubblicando alcune pagine di Satta sul Ponte; altrettanto avverrà per Levi, che sarà poi pubblicato integralmente dalla piccola casa editrice di Antonicelli. L’apprezzamento di Calamandrei fu di grande consolazione per Satta, che già gli aveva espresso l’intima vocazione letteraria in una lettera di ringraziamento per il dono dell’Inventario della casa di campagna, invidiando al fiorentino di aver osato compiere l’opera. La collaborazione col «Ponte» non si arresterà qui, perché Calamandrei insisterà ad avere un contributo di Satta al numero monografico sulla Sardegna, quel Lo spirito religioso dei sardi, che anticipa una serie di temi del Giorno del giudizio. E non mancheranno alcuni interventi della moglie Laura Boschian, specialista di letteratura russa.
La felicità della ricostruzione della Guiso sta nell’intreccio tra corrispondenze e testi, a esemplificare anche quanto le lettere costituissero esercizio di scrittura letteraria e di esame di coscienza e quanto il concorso degli affetti e delle amicizie abbiano contrastato le remore e le esitazioni del giurista-scrittore. I carteggi con Calamandrei (ora consultabili in rete sul portale archiviocalamandrei.it) testimoniano tanti punti di contatto nel corso dei decenni, a partire dagli anni Trenta. L’affinità con Calamandrei è più di comune sentire che strettamente di dottrina giuridica, così come i due giuristi sono lontani per percorsi di vita quanto all’impegno civile, più defilato e pessimista Satta, testardamente utopista Calamandrei nel suo indefesso “azionismo”. Ma c’è un nodo concettuale fondamentale che li avvicina nella fase costituente e che è stato felicemente evidenziato da Carlo Pontorieri nel saggio «Rimuovere gli ostacoli. Le origini del dettato costituzionale tra letteratura e diritto» (2024). In effetti la vicinanza tra i due nello scambio sul De profundis fa sì che l’espressione contenuta nello scritto del giurista sardo si trasfonda nella elaborazione del secondo comma dell’articolo 3, in cui Calamandrei è impegnato alla Costituente e che consegnerà agli studenti milanesi nel 1955 come l’espressione più importante della nostra Costituzione. Vicini dunque nell’opporsi al rischio di predominio del diritto germanico durante il fascismo (Calamandrei aveva guardato con simpatia alla prolusione di Satta al suo corso di Diritto processuale civile nell’università di Padova del1936, nella quale il giurista sardo aveva proposto una dura polemica contro l’ipotesi di integrale pubblicizzazione del processo civile italiano), ma vicini anche nel dopoguerra nel riproporre la coniugazione tra diritti di libertà e diritti sociali auspicata da Rosselli, e infine entrambi attenti esegeti del “mistero del processo”.
La densa ricostruzione della Guiso, ricca di citazioni incrociate di lettere e testi e di rimandi bibliografici, offre nel cinquantenario dalla morte l’occasione di approfondire la grande figura del giurista-scrittore, ed offre spunti per approfondimento nelle presentazioni e nei convegni già programmati.
[Silvia Calamandrei]
Mario Isnenghi, Autobiografia della scuola- Da De Sanctis a don Milani, Il Mulino 2025
Proseguendo nella vena della autobiografia della nazione, dei suoi intellettuali e delle sue classi dirigenti, Isnenghi, che è stato grande professore, di liceo e di università, assume stavolta il punto di vista delle istituzioni scolastiche e della classe docente, dalle elementari fin su ai licei e all’università, in una panoramica di maestri, professori e autorevoli accademici dal Risorgimento agli anni sessanta.
Se scuola, come scriveva Calamandrei, sia pur programmaticamente e agli albori della Repubblica, è formazione di cittadinanza e di classe dirigente, nelle sue vicissitudini non può che essere cartina di tornasole dell’identità nazionale, nei suoi alti e nei suoi bassi. Nello stesso tempo abbiamo un’autobiografia più personale, sia pur filtrata, dei propri culti e delle proprie idiosincrasie, nei tanti personaggi che sono stati oggetto di studio nel corso di una vita e che l’autore ha l’occasione di riproporci nei loro nessi e nelle genealogie. Preziose le pagine sul De Sanctis dello Storia della letteratura e ministro dell’istruzione, su Fogazzaro come autore di riferimento nel primo Novecento, su Croce e Gentile e il loro magistero ed il ruolo di quest’ultimo nella configurazione del sistema scolastico, ma anche nella fitta rete di relazioni che continua a mantenere anche con oppositori con strumenti come l’impesa della Treccani.
Ovviamente tanta attenzione all’emancipazione laica dal primato ecclesiastico sulla formazione, nonché agli strumenti di “irregimentazione” come il giuramento, e alla persecuzione delle leggi razziali con l ‘esclusione dei docenti ebrei dall’insegnamento.
La densità della narrazione e dell’analisi viene stemperata da utili schede sintetiche che illustrano i contenuti dei capitoli, in un approccio anglosassone che agevola il lettore ad orientarsi nel tanto materiale offerto. Capita di rado ormai di leggere saggi di tanta complessità informativa e di riflessione e di esserne stimolati a rivisitare figure non banali nella formazione dell’identità culturale come il De Amicis, non solo del libro Cuore, ma di Primo maggio e del Romanzo di un maestro.
Non può mancare un filone di riflessione sul ruolo delle donne nella scuola, sulla figura della maestra elementare, a partire dal caso drammatico del suicidio di Italia Donati, tante volte rielaborato anche in forma letteraria, non solo in partecipe empatia (Matilde Serao) ma anche con infastidito distacco e minimizzazione (Renato Fucini tra gli altri). E non sfugge un elemento di idiosincrasia verso don Milani, sospetto di misoginia nella sua Lettera ad una professoressa, nonché di un integralismo che svaluta la scuola pubblica.
Una chicca la “formazione di un capo” studiata nella autonarrazione di Mussolini, maestro e figlio di maestra, ma preziosa anche la chiave di lettura del “viaggio in Italia” dei docenti attraverso i trasferimenti in province lontane, che aprono orizzonti e contatti con altre realtà, soprattutto meridionali. Per non parlare dei manuali, delle antologie e dei sussidiari, analizzati come testi formativi attraverso le generazioni.
Insomma una materia ricchissima, piena di spunti, che siamo grati a Isnenghi e ad Angelo Tonnellato, che lo ha assistito nelle ricerche, di averci offerto nel volume.
Un suggerimento all’autore nella prospettiva di riedizioni rivisitate è un maggiore spazio da accordare alle considerazioni di Piero Calamandrei sulla scuola, raccolte in parte nel volumetto Sellerio curato da Tullio De Mauro Per la scuola, da quelle del primo dopoguerra sull’educazione popolare stimolate dall’esperienza al fronte, ai suggerimenti di riforma che precedono la riforma Gentile, alla elaborazione della funzione costituzionale della scuola nella battaglia per la scuola pubblica. Non irrilevante anche la sua attenzione al Fogazzaro, nelle lettere ad Ada (Ada con gli occhi stellanti, Sellerio 2005), fidanzata-maestra, come un must di lettura. Altra figura forse un po’ trascurata è quella di Tristano Codignola, erede di un filone pedagogico con sperimentazione fiorentina (Scuola città Pestalozzi) che si riversa nella riforma fondamentale della creazione della Scuola media unica.
[Silvia Calamandrei]
Il saggio di Filippetta, denso e stimolante, ricostruisce la storia italiana dalla Costituente in poi attraverso il contrappunto tra principi costituzionali elaborati con forte impronta dossettiana, azionista e socialcomunista e l’apparato statale che dovrebbe metterli in opera ed invece li lascia inapplicati o addirittura li contrasta. Uno Stato che non applica la sua Costituzione e fa di tutto per lasciarla lettera morta.
Si parte dalla strage di Portella della ginestra del 1947 in contemporanea con l’affermazione alla Costituente da parte di Moro ed altri dossettiani di ambiziosi progetti di coinvolgimento delle masse popolari nello Stato, nonché con gli attacchi al latifondo delle riforme Gullo e poi Segni per mostrare come in Sicilia l’alleanza tra grande proprietà agraria, mafia, Chiesa e DC di Scelba si muova in senso opposto a contrastare ogni progetto riformistico. Forse la prima strage di Stato, all’alba della Repubblica, con depistaggi e falsificazioni mai chiarite fino in fondo.
Insomma la Repubblica è segnata fin dalla nascita da questa dicotomia tra Stato apparato che sviluppa anche articolazioni operative segrete in un connubio tra polizia, ministero degli interni, servizi segreti e collegamenti internazionali in funzione anticomunista: la Guerra fredda spinge al recupero anche degli eredi del fascismo e al loro riciclaggio.
Si descrive quindi come la ricostruzione dà il via libera al liberismo padronale nella repubblica “fondata sul lavoro”, contrastando e reprimendo l’anelito di autogestione e le esperienze di democrazia in fabbrica nate nella Resistenza.
La ricostruzione del paese, finanziata dal piano Marshall e sfruttata dal grande padronato, manda in esilio la Costituzione e si consolida con la politica repressiva scelbiana, i licenziamenti punitivi in fabbrica e i reparti speciali, le stragi come quella di Modena. I dossettiani sono emarginati nella DC e De Gasperi gestisce un’alleanza atlantista che trova nella Chiesa supporto ideologico nella battaglia anticomunista.
Filippetta attinge agli archivi, ai dibattiti parlamentari, alla stampa d’epoca, alla letteratura, ma anche ai documentari e film girati da registi come De Santis e Lizzani per documentare la resistenza operaia e contadina nelle fabbriche, nelle manifestazioni e negli scioperi, così come nelle roccaforti di solidarietà dal basso, soprattutto in Emilia Romagna: c’è un’altra Italia che cerca di affermare i principi sanciti della Costituzione che l’apparato statale ignora e disattende e trova forme di lotta come gli scioperi alla rovescia per affermare il diritto al lavoro, il diritto alla libera espressione, il diritto di sciopero.
Filippetta colloca la vera svolta sul crinale tra anni sessanta e settanta, con lo svilupparsi di grandi movimenti di massa che portano all’attuazione di una serie di riforme che inverano parti della Costituzione, dalle Regioni, al diritto di famiglia, al diritto allo studio, alla sanità, allo Statuto dei lavoratori. Ma di fronte a questi sviluppi lo Stato apparato si difende e sviluppa strategie eversive utilizzando il suo strumentario clandestino, contrastando la nascita di una democrazia partecipata che persegue la giustizia sociale.
Vittima di questo scontro è lo stesso Aldo Moro, la cui figura apre e chiude il volume.
Il 13 marzo 1947, alla Costituente, Moro parla di Resistenza, di rivoluzione, di democrazia integrale, di liberazione dell’uomo. Sostiene che la Resistenza è stata un’esperienza rivoluzionaria “non tanto perché si indirizza a sostituire sistemi economici superati, ma perché rappresenta l’ascesa irresistibile verso posizioni di responsabilità consentanee alla dignità umana di coloro che troppo a lungo furono esclusi dall’esercizio di un potere, il quale pur disponeva totalmente della loro sorte”.
Un’idea di “Repubblica emancipatrice” che gli sembra in via di realizzazione con il conflitto pluralistico esploso con il 68 e l’autunno caldo. In un discorso del ’69 ed in tanti altri dei primi anni Settanta citati da Filippetta, Moro indica nella Costituzione il faro attorno a cui legare insieme istituzioni, partiti e cittadini.
Filippetta coglie l’isolamento e la perspicacia di Moro, che saranno anche la sua condanna. La strategia morotea dell’attenzione al Pci prima e della solidarietà nazionale poi non sarebbe una “semplice intesa tra i partiti, ma coinvolgimento del Pci nella prospettiva del rafforzamento della democrazia italiana attraverso l’accoglimento delle richieste di partecipazione e di giustizia che salgono dalla società”.
La parte conclusiva del saggio è dedicata proprio al sequestro Moro, alle ambiguità di comportamento dello Stato apparato e dei brigatisti e al suo esito tragico, che pone fine al progetto di rinnovamento della democrazia italiana:
“Una fine che è un ritorno, il ritorno dell’egemonia privatista e dell’assolutezza del comando del capitale sul lavoro [citazione da Tronti]. La società “è rimessa al suo posto”, ne sono spente le dinamicità progressive e le aspirazioni di giustizia, tanto che scompare il tema dell’attuazione della Costituzione repubblicana, definitivamente sostituito da quello della riforma costituzionale e dell’efficienza del Governo”.
La Costituzione, conclude Filippetta, non solo resta in esilio, ma viene bollata come ostacolo alla “governabilità”.
Si apre la stagione dei ripetuti tentativi di modificare e accantonare i principi della Costituzione per puntare sull’efficienza dello Stato apparato. Ed è una stagione che stiamo ancora vivendo.
[Silvia Calamandrei]
Paolo Tranchina, Psicoanalista senza muri, Diario da una istituzione negata, Moretti e Vitali, Bergamo 2023
Il diario dell’esperienza aretina di Paolo Tranchina ci riporta ai primi passi sperimentali che sarebbero approdati alla legge 180, passi intrapresi da psichiatri e psicoanalisti coraggiosi che da Gorizia ad altri luoghi cominciarono ad abbattere le mura dei manicomi, in dialogo con infermieri e pazienti, costruendo soluzioni alternative di cura.
La felicità del racconto sta nel fatto che si tratta di un itinerario faticoso, descritto senza infingimenti, con tutte le contraddizioni e le paure che si scatenano quando si va controcorrente, si mettono in discussione le teorie e le pratiche consolidate da secoli e si innesca un processo nuovo con una pluralità di protagonisti, malati compresi.
È un percorso tra i tanti che segnarono le acquisizioni degli anni Settanta, liquidati poi come “anni di piombo” ma in verità disseminati di esperienze di partecipazione e cittadinanza attiva che avrebbero cambiato il volto dell’Italia, facendo passi da gigante nell’attuazione del dettato costituzionale, dal divorzio, al diritto di famiglia, al diritto all’aborto.
C’è un intreccio tra impegno professionale e impegno sociale e politico che contrassegna l’operato di Tranchina e che appartiene ad una stagione di mobilitazione e associazionismo diffuso. E nelle sue pagine tutto ciò emerge con semplicità, senza orpelli ideologici, con l’orgoglio di aver intrapreso la lunga marcia nelle istituzioni in una delle istituzioni più difficili e totalizzanti, l’ospedale psichiatrico.
Rivisitare le origini di una delle legislazioni più avanzate in tema di salute mentale, che alcuni vorrebbero rimettere in discussione, ci aiuta a posizionarci rispetto alla tematica della salute mentale oggi giorno, quando la consapevolezza è probabilmente più diffusa e la cultura più aperta, ma la strumentazione è ancora estremamente carente.
Molto pertinenti le osservazioni nella nota finale della figlia giurista Teresa, sulla valenza costituzionale della riforma dell’assistenza psichiatrica:
“Perché vedi babbo, alla fine avete talmente cambiato la percezione del matto nella società, da modificare il Codice Civile. Cioè avete aggiunto l’Amministrazione di sostegno alla Tutela e alla Curatela che esistevamo dai tempi del Diritto Romano. Perché siete andati così oltre il campo della psichiatria da pervadere la società, da attuare davvero il principio personalista della Costituzione italiana, che ha senso solo se parametrato su tutti i cittadini, compresi i pazienti psichiatrici”.
Il padre, che confessa di non averci pensato, può ben esclamare orgogliosi:
“Sì, perché noi abbiano fatto la rivoluzione, noi abbiamo aperto i manicomi. Noi abbiamo cambiato il mondo”.
Il libro è arricchito da introduzioni, prefazioni e note di Alessandro Ricci, Lidia Campagnano, Graziano Valent e Maria Rosa Tinti, Cesare Bondioli, Paolo Serra , Maria Pia Teodori e Teresa Tranchina
[Silvia Calamandrei]
Fosse Ardeatine e via Rasella: nuove ricostruzioni e narrazioni nell’80mo anniversario
Lutz Klinkhammer e Alessandro Portelli, La fiera delle falsità, Donzelli 2024
Mario Avagliano e Marco Palmieri, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, Einaudi 2024
Dino Messina, Controversie per un massacro, Solferino 2024
Antonio Iovane, Il carnefice, Mondadori 2024
Nell’ottantesimo dal massacro delle Fosse Ardeatine, vendetta efferata nazifascista dopo l’attentato del 23 marzo contro i Bozen che sfilavano a via Rasella, molte trasmissioni televisive, saggi e romanzi sono intervenuti a rivisitare quegli eventi, sgombrando il campo dalle tante falsificazioni o vulgate e ripristinando il contesto e la sequenza dei fatti in quella primavera romana che prelude alla Liberazione.
Il dialogo tra uno storico tedesco e italiano, Klinkhammer e Portelli, oltre a fornire tante precisazioni sull’occupazione tedesca a Roma, la composizione delle sue forze militari e di polizia e la natura del corpo di polizia di origine altoatesina, nonché sulla dinamica decisionale della “rappresaglia” (non ci fu nessun ordine scritto di Hitler) e le reazioni in seno ai comandi del CLN, si interroga sulle ragioni delle distorsioni interpretative, intervenute fin dal primo commento dell’”Osservatore romano”. I due studiosi si soffermano anche sulle responsabilità fasciste italiane nella selezione dei condannati e più in generale sui crimini di guerra di cui il fascismo italiano si è macchiato.
Portelli definisce la strage come “l’unica vera strage metropolitana in Occidente. La composizione delle vittime riflette la demografia del paese: tutte le regioni, tutti i quartieri, tutti i mestieri, tutte le identità politiche e religiose, tutte le età…c’è dentro l’Italia intera. Le Fosse Ardeatine dovrebbero essere il vero monumento all’unità nazionale”.
Si può dire che Avagliano e Palmieri lo abbiamo preso in parola offrendoci le storie delle 335 vittime dell’eccidio, una sorta di Spoon River italiana, composta grazie all’accurato lavoro condotto negli anni dall’Anfim (Familiari vittime) con l’ausilio del Museo della Liberazione di Roma, il Ministero della Difesa, l’ANPI e la Comunità ebraica, per mettere a punto le schede biografiche e portare a termine i riconoscimenti, anche grazie a tecniche più sofisticate di identificazione. Solo tre dei caduti restano non identificati, mentre ai 335 si è aggiunta una donna, uccisa perché stava raccogliendo cicoria nelle vicinanze ed era un testimone da sopprimere.
Tra le biografie anche quella dell’ingegnere poliziano Elio Bernabei, protagonista attivo della resistenza romana per il Partito d’Azione. Un monumento alla memoria che ha la valenza delle Lettere dei condannati a morte della resistenza e che giustamente viene presentato in tutta Italia con un percorso itinerante degli autori che toccherà anche la nostra zona. Leggendo si constaterà che non sono stati “uccisi solo perché italiani”, come ha dichiarato qualcuno, ma che oltre ai tanti ebrei la grande maggioranza apparteneva alla Resistenza al nazifascismo.
Sintesi divulgativa assai completa ed accurata è quella di Sebastiano Messina, che offre anche una bibliografia essenziale ed una panoramica delle diverse interpretazioni e prese di posizione (Ottant’anni di polemiche) dopo una narrazione dei fatti e dei processi che seguirono, fino a quello a Priebke e alla sentenza del 1999 della Cassazione che ribadisce che l’azione di via Rasella fu “legittimo atto di guerra”.
Per una narrazione avvincente della vicenda Priebke che si legge come un romanzo giallo, e in cui l’autore si implica e si interroga interagendo coi fatti e coi protagonisti, bisogna affidarsi alla narrazione di Antonio Iovane, già maestro di intrecci su fatti storici recenti a proposito del brigatismo e del sequestro Moro.
[Silvia Calamandrei]
TRASCRIZIONE IN SINTESI DELLA REGISTRAZIONE
Giuseppe Momicchioli
lunedi’ 2 maggio 2016
Gruppo b, residenti sopravvissuti
Nato il 20 maggio 1934 a Montepulciano (Vecchio Ospedale).
Giuseppe era il quarto figlio e ultimo figlio della sua famiglia. I suoi tre fratelli morirono da piccoli prima della sua nascita. Alla sua nascita sua madre aveva 40 anni e il padre 41. All’inizio la famiglia (Giuseppe, il padre, la madre e i nonni) abitava nel piccolo Borgo di San Pietro sotto la Fortezza. Poi si trasferirono a via Roma al numero 18, – la stessa via in cui abitava Bozzini così come quasi tutti gli altri membri del Partito Socialista.
La famiglia di Giuseppe è nativa di Montepulciano. Nel 1600 a Montepulciano c’erano 50 famiglie che si chiamavano Momicchioli. (Altri cognomi della zona: Del Toro, Bozzini, Mangiavacchi).
Durante la guerra lui era ancora ragazzo e andava regolarmente alla messa nella chiesa di S. Agostino. La chiesa era un luogo d’incontro per i ragazzi, dove venivano organizzate sia attività ricreative che educative. La parrocchia offriva aiuto scolastico. Infatti Giuseppe è ancor oggi estremamente grato per ciò che la chiesa fece per lui a quell’epoca.
La famiglia del padre era di origine contadina. Nel 1912, a 18 anni, il padre di Giuseppe (suo Babbo) andò militare e poi volontario nella Prima Guerra Mondiale fino al 1919. Pertanto fece tutte le maggiori battaglie durante la guerra (combatte’ sul fronte al Piave, Isonzo, sul Carso).
Si sposò nel 1920 al ritorno dalla guerra.
Il padre e la madre di Giuseppe si fidanzarono prima della guerra. La famiglia della madre tuttavia era molto numerosa (9 figli, di cui 5 femmine) e povera. Nel 1917-18, il nonno di Giuseppe organizzò il fidanzamento e il matrimonio di due delle figlie che si sarebbero dovute sposare lo stesso giorno.
Il giorno del matrimonio, già sull’altare di fronte al prete, la madre di Giuseppe si rifiutò di sposare l’uomo che il padre le aveva scelto.
Il padre di Giuseppe tornò dalla guerra nel 1919 e nel 1920 i suoi genitori si sposarono.
Dopo la guerra divenne un operaio agricolo. In realtà il comune offriva come ricompensa ai reduci di guerra un posto come vigile urbano. Il padre inizialmente accettò il posto, ma poi quando gli dissero che per avere quel posto bisognava iscriversi al partito fascista rifiutò. All’epoca coloro i quali si allineavano alla visione socialista non si chiamavano veramente socialisti ma “liberi pensatori”.
Nel 1936, il padre di Giuseppe comperò un orto vicino alle mura che pagò 6.000 lire. L’orto fu la fortuna della famiglia perché durante la guerra forniva tutto il necessario per la prima sopravvivenza (frutta, verdura ecc.). Nel 1941 con i ricavati dell’orto, il padre di Giuseppe acquistò un piccolo negozietto di generi alimentari per la madre. In realtà quando venne la guerra non fecero particolare fortuna, perché durante la guerra non c’era niente da vendere. Ad un certo punto l’avevano quasi riconvertito e vendevano cordami, mestoli ecc., tutto ciò che si trovava in commercio e poteva essere rivenduto. Giuseppe ricorda che il padre una volta andò addirittura fino ad Arezzo in bicicletta per prendere cose da vendere nel negozio.
La gente si procurava il cibo nelle campagne. In paese c’era molto poco e il commercio avveniva con il baratto tra la gente di città e i contadini. Tutti si accontentavano di molto poco.
Giuseppe durante la guerra aveva 10 anni.
Nel campanile di S. Agostino ci sono 4 finestre circolari con una feritoia centrale in cui c’erano 4 mitragliatrici con 4 partigiani. Uno dei partigiani era un vicino di Giuseppe. La mamma tutti i giorni gli mandava il pranzo e Giuseppe era responsabile per portare il pacchetto del cibo. Il parroco sapeva che questo avveniva e lasciava sempre aperto il passaggio.
Un giorno al ritorno dal campanile di S. Agostino, due ufficiali tedeschi guardavano e indicavano il campanile. Giuseppe tornò in chiesa, avvertì il prete che a sua volta avvertì i partigiani. Quando il prete tornò fuori dalla chiesa, i tedeschi erano spariti. Forse c’era stato un fraintendimento e gli ufficiali stavano semplicemente osservando la bellezza del campanile.
Giuseppe non portava mai messaggi, solo il cibo. C’erano delle persone che sapevano della presenza dei partigiani e dove erano dislocati. Da una parte c’era il vescovo Giorgi che mandava messaggi ai partigiani. Il vescovo aveva dei referenti in campagna, che a loro volta informavano i contadini nei boschi.
Le campagne erano schierate chiaramente con i partigiani. Ovviamente c’erano anche delle spie, ma queste spie erano ben conosciute e quindi si stava molto attenti. Le campagne erano molto importanti. Tutte le azioni partigiane vennero supportate dai contadini.
Tra partigiani c’erano comunisti, socialisti, demo-cristiani, indipendenti (cioè apolitici, coloro che si erano rifiutati di essere militari o coloro che non erano ancora partiti che avevano all’incirca 20 anni). Tutti collaboravano indipendentemente dalla tendenza politica.
Dopo la guerra Giuseppe diventò medico. Il sindaco Berti, che era anche presidente dell’ospedale, gli voleva dare la precedenza per una posizione in ospedale perché si ricordava del fatto che Giuseppe aveva aiutato nel portare il cibo ai partigiani durante la guerra. Giuseppe rifiutò l’offerta e decise di fare il medico libero professionista.
Durante l’occupazione della zona ci furono numerose azioni dei partigiani. Ad esempio i fatti di Pianoia (tra Montepulciano e Monticchiello): i fatti di Pianoia avvennero per colpa di una spia. A Pianoia c’era un gruppo di partigiani rifugiati dentro una villa, tra cui il capo dei partigiani Vincenzo Cozzani (vice-comandante generale). Durante l’attacco Cozzani stava scrivendo una lista di tutti i partigiani della zona. Quando venne avvertito dell’attacco dei tedeschi, cercò di scappare dalla villa. I tedeschi gli spararono e venne catturato e portato in carcere a Torrita.
Durante il tragitto, vide due persone a piedi e riconobbe un amico (Gastone Marelli) a cui passò la lista dei partigiani.
Vincenzo Cozzani era un ex-marinaio militare che aveva nobili origini.
Non si sa se era monarchico o repubblicano.
Da Torrita lo trasportarono in carcere a Siena dove lo torturano psicologicamente e fisicamente per fargli dire i nomi di tutti i partigiani. Vincenzo non confessò.
Vincenzo riuscì a scappare insieme ad un compagno di cella tedesco che per errore aveva ucciso un altro tedesco. Vincenzo non voleva portare con sé il tedesco ma, preso da compassione, decise di portarselo con sé durante la fuga. Durante la fuga si fermò presso una casa di contadini che lo aiutarono.
Quando tornò a Montepulciano, Giuseppe, la sua famiglia e la famiglia di Cozzani erano dentro un rifugio anti-aereo (La famiglia Cozzani infatti abitava nella stessa casa di Giuseppe).
A mezzanotte bussarono alla porta del rifugio ed era il maresciallo dei carabinieri che era venuto ad informare la madre di Vincenzo che Vincenzo era fuggito dal carcere ma che stava bene.
Le madri non potevano aiutare i partigiani perché erano seguite dai tedeschi e controllate.
A Montepulciano c’era il comando dei tedeschi per tutto il tempo della guerra. Il comando tedesco era nella scuola.
Ci furono 2 fasi dell’occupazione della zona:
La prima fase, quando i tedeschi erano principalmente militari ed erano molto disciplinati. Un episodio: una volta un soldato semplice tedesco ubriaco aveva sparato contro la porta di un orefice in centro. Ad un certo punto, arrivò un ufficiale che cominciò a rimproverarlo e picchiarlo per quello che aveva fatto.
La seconda fase cominciò con l’arrivo della divisione di Hermann Goering. Costoro appartenevano tutti alle SS ed erano estremamente crudeli.
Le donne aiutavano i partigiani e sapevano tutto ciò che avveniva. Le donne che sapevano e aiutavano di più erano le donne contadine. Le mamme dei partigiani non avevano invece molte informazioni.
Il partito socialista di Montepulciano nacque nella bottega del barbiere dove venivano scambiate tutte le informazioni. Tra le persone che frequentavano il negozio del barbiere c’erano: Dr Del Corto, Avvocato Corsini, Calamandrei, Bernabei, Del Toro Cesare. Quando il barbiere venne scoperto fuggì insieme al maestro di scuola di Giuseppe e si rifugiò per un mese nel cimitero locale.
La gente aveva molta paura dei tedeschi. Una sera andarono a casa di Giuseppe a cercare delle armi e facevano molta paura.
I tedeschi con le donne si comportavano bene; Giuseppe non ricorda episodi di violenza. C’erano alcune donne locali che flirtavano con i tedeschi, ma erano comunque rare.
Mentre quando arrivarono le SS le donne stavano più attente. Ma Giuseppe non ricorda episodi di particolare violenza contro le donne.
Problemi con le donne avvennero più quando arrivarono gli Alleati e le truppe marocchine. I marocchini erano violenti con le donne e con gli animali. Non si sa quante donne furono assaltate dai marocchini.
I tedeschi consideravano il sapone una cosa molto importante perché ci tenevano particolarmente alla pulizia.
Dopo la guerra c’era molta povertà. La povertà era estesa a tutti, anche a coloro che prima della guerra erano signori e possedevano poderi.
A Montepulciano c’erano tutte le scuole fino al liceo (liceo classico, scientifico, ragioneria, scuola tecnica). Il liceo classico (che aveva frequentato Giuseppe) esisteva fin dal 1700 ed era inizialmente gestito dalla chiesa e si chiamava Liceo Ginnasio di Montepulciano. Uno dei migliori insegnanti sapeva ben 4 lingue.
Montepulciano era una città culturalmente elevata. C’era anche la scuola per i sacerdoti.
In campagna c’erano le scuole elementari. Spesso le maestre di Montepulciano andavano ad insegnare lì.
Giuseppe fece l’università a Siena. La scuola medica durava 6 anni ed era una delle migliori di Italia. Giuseppe ce la fece in 6 anni perché aveva un forte desiderio di voler salire di ceto. Giuseppe aveva una gran passione per la lettura, una grande fantasia e una fortissima memoria.
La signora di Monticchiello si chiamava Angheben. La figlia si chiama Lucia Angheben e abita a Bologna.
Dopo la guerra la signora Angheben una volta invitò la nostra classe di terza liceo a casa sua. Tutto il liceo andò a casa sua. La sua casa era bellissima con un gran giardino e un pozzo centrale.
Lei generalmente fece da traduttrice per i tedeschi per tutto il tempo in cui i tedeschi rimasero a Montepulciano.
Giuseppe ebbe un parente partigiano, era cugino di Giuseppe e abitava a Chianciano (ora morto). Un altro parente fece il partigiano in Sicilia e morì quando il suo sottomarino affondò.
La sua famiglia abitava a Chianciano.