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Recensioni

RICORDI DI GIUSEPPE MOMICCHIOLI. Trascrizione di una registrazione a cura di Judith Pabian

TRASCRIZIONE IN SINTESI DELLA REGISTRAZIONE

 

Giuseppe Momicchioli

lunedi’ 2 maggio 2016

Gruppo b, residenti sopravvissuti

 

 

 

Nato il 20 maggio 1934 a Montepulciano (Vecchio Ospedale).

 

Giuseppe era il quarto figlio e ultimo figlio della sua famiglia. I suoi tre fratelli morirono da piccoli prima della sua nascita. Alla sua nascita sua madre aveva 40 anni e il padre 41. All’inizio la famiglia (Giuseppe, il padre, la madre e i nonni) abitava nel piccolo Borgo di San Pietro sotto la Fortezza. Poi si trasferirono a via Roma al numero 18, – la stessa via in cui abitava Bozzini così come quasi tutti gli altri membri del Partito Socialista.

 

La famiglia di Giuseppe è nativa di Montepulciano. Nel 1600 a Montepulciano c’erano 50 famiglie che si chiamavano Momicchioli. (Altri cognomi della zona: Del Toro, Bozzini, Mangiavacchi).

 

Durante la guerra lui era ancora ragazzo e andava regolarmente alla messa nella chiesa di S. Agostino. La chiesa era un luogo d’incontro per i ragazzi, dove venivano organizzate sia attività ricreative che educative. La parrocchia offriva aiuto scolastico. Infatti Giuseppe è ancor oggi estremamente grato per ciò che la chiesa fece per lui a quell’epoca.

 

La famiglia del padre era di origine contadina. Nel 1912, a 18 anni, il padre di Giuseppe (suo Babbo) andò militare e poi volontario nella Prima Guerra Mondiale fino al 1919. Pertanto fece tutte le maggiori battaglie durante la guerra (combatte’ sul fronte al Piave, Isonzo, sul Carso).

Si sposò nel 1920 al ritorno dalla guerra.

 

Il padre e la madre di Giuseppe si fidanzarono prima della guerra. La famiglia della madre tuttavia era molto numerosa (9 figli, di cui 5 femmine) e povera. Nel 1917-18, il nonno di Giuseppe organizzò il fidanzamento e il matrimonio di due delle figlie che si sarebbero dovute sposare lo stesso giorno.

Il giorno del matrimonio, già sull’altare di fronte al prete, la madre di Giuseppe si rifiutò di sposare l’uomo che il padre le aveva scelto.

Il padre di Giuseppe tornò dalla guerra nel 1919 e nel 1920 i suoi genitori si sposarono.

 

Dopo la guerra divenne un operaio agricolo. In realtà il comune offriva come ricompensa ai reduci di guerra un posto come vigile urbano. Il padre inizialmente accettò il posto, ma poi quando gli dissero che per avere quel posto bisognava iscriversi al partito fascista rifiutò. All’epoca coloro i quali si allineavano alla visione socialista non si chiamavano veramente socialisti ma “liberi pensatori”.

 

Nel 1936, il padre di Giuseppe comperò un orto vicino alle mura che pagò 6.000 lire. L’orto fu la fortuna della famiglia perché durante la guerra forniva tutto il necessario per la prima sopravvivenza (frutta, verdura ecc.). Nel 1941 con i ricavati dell’orto, il padre di Giuseppe acquistò un piccolo negozietto di generi alimentari per la madre. In realtà quando venne la guerra non fecero particolare fortuna, perché durante la guerra non c’era niente da vendere. Ad un certo punto l’avevano quasi riconvertito e vendevano cordami, mestoli ecc., tutto ciò che si trovava in commercio e poteva essere rivenduto. Giuseppe ricorda che il padre una volta andò addirittura fino ad Arezzo in bicicletta per prendere cose da vendere nel negozio.

 

La gente si procurava il cibo nelle campagne. In paese c’era molto poco e il commercio avveniva con il baratto tra la gente di città e i contadini. Tutti si accontentavano di molto poco.

 

Giuseppe durante la guerra aveva 10 anni.

Nel campanile di S. Agostino ci sono 4 finestre circolari con una feritoia centrale in cui c’erano 4 mitragliatrici con 4 partigiani. Uno dei partigiani era un vicino di Giuseppe. La mamma tutti i giorni gli mandava il pranzo e Giuseppe era responsabile per portare il pacchetto del cibo. Il parroco sapeva che questo avveniva e lasciava sempre aperto il passaggio.

 

Un giorno al ritorno dal campanile di S. Agostino, due ufficiali tedeschi guardavano e indicavano il campanile. Giuseppe tornò in chiesa, avvertì il prete che a sua volta avvertì i partigiani. Quando il prete tornò fuori dalla chiesa, i tedeschi erano spariti. Forse c’era stato un fraintendimento e gli ufficiali stavano semplicemente osservando la bellezza del campanile.

 

Giuseppe non portava mai messaggi, solo il cibo. C’erano delle persone che sapevano della presenza dei partigiani e dove erano dislocati. Da una parte c’era il vescovo Giorgi che mandava messaggi ai partigiani. Il vescovo aveva dei referenti in campagna, che a loro volta informavano i contadini nei boschi.

 

Le campagne erano schierate chiaramente con i partigiani. Ovviamente c’erano anche delle spie, ma queste spie erano ben conosciute e quindi si stava molto attenti. Le campagne erano molto importanti. Tutte le azioni partigiane vennero supportate dai contadini.

 

Tra partigiani c’erano comunisti, socialisti, demo-cristiani, indipendenti (cioè apolitici, coloro che si erano rifiutati di essere militari o coloro che non erano ancora partiti che avevano all’incirca 20 anni). Tutti collaboravano indipendentemente dalla tendenza politica.

 

 

Dopo la guerra Giuseppe diventò medico. Il sindaco Berti, che era anche presidente dell’ospedale, gli voleva dare la precedenza per una posizione in ospedale perché si ricordava del fatto che Giuseppe aveva aiutato nel portare il cibo ai partigiani durante la guerra. Giuseppe rifiutò l’offerta e decise di fare il medico libero professionista.

 

Durante l’occupazione della zona ci furono numerose azioni dei partigiani. Ad esempio i fatti di Pianoia (tra Montepulciano e Monticchiello): i fatti di Pianoia avvennero per colpa di una spia. A Pianoia c’era un gruppo di partigiani rifugiati dentro una villa, tra cui il capo dei partigiani Vincenzo Cozzani (vice-comandante generale). Durante l’attacco Cozzani stava scrivendo una lista di tutti i partigiani della zona. Quando venne avvertito dell’attacco dei tedeschi, cercò di scappare dalla villa. I tedeschi gli spararono e venne catturato e portato in carcere a Torrita.

Durante il tragitto, vide due persone a piedi e riconobbe un amico (Gastone Marelli) a cui passò la lista dei partigiani.

 

Vincenzo Cozzani era un ex-marinaio militare che aveva nobili origini.

Non si sa se era monarchico o repubblicano.

 

Da Torrita lo trasportarono in carcere a Siena dove lo torturano psicologicamente e fisicamente per fargli dire i nomi di tutti i partigiani. Vincenzo non confessò.

Vincenzo riuscì a scappare insieme ad un compagno di cella tedesco che per errore aveva ucciso un altro tedesco. Vincenzo non voleva portare con sé il tedesco ma, preso da compassione, decise di portarselo con sé durante la fuga. Durante la fuga si fermò presso una casa di contadini che lo aiutarono.

Quando tornò a Montepulciano, Giuseppe, la sua famiglia e la famiglia di Cozzani erano dentro un rifugio anti-aereo (La famiglia Cozzani infatti abitava nella stessa casa di Giuseppe).

A mezzanotte bussarono alla porta del rifugio ed era il maresciallo dei carabinieri che era venuto ad informare la madre di Vincenzo che Vincenzo era fuggito dal carcere ma che stava bene.

 

Le madri non potevano aiutare i partigiani perché erano seguite dai tedeschi e controllate.

 

 

A Montepulciano c’era il comando dei tedeschi per tutto il tempo della guerra. Il comando tedesco era nella scuola.

 

Ci furono 2 fasi dell’occupazione della zona:

La prima fase, quando i tedeschi erano principalmente militari ed erano molto disciplinati. Un episodio: una volta un soldato semplice tedesco ubriaco aveva sparato contro la porta di un orefice in centro. Ad un certo punto, arrivò un ufficiale che cominciò a rimproverarlo e picchiarlo per quello che aveva fatto.

La seconda fase cominciò con l’arrivo della divisione di Hermann Goering. Costoro appartenevano tutti alle SS ed erano estremamente crudeli.

 

Le donne aiutavano i partigiani e sapevano tutto ciò che avveniva. Le donne che sapevano e aiutavano di più erano le donne contadine. Le mamme dei partigiani non avevano invece molte informazioni.

 

Il partito socialista di Montepulciano nacque nella bottega del barbiere dove venivano scambiate tutte le informazioni. Tra le persone che frequentavano il negozio del barbiere c’erano: Dr Del Corto, Avvocato Corsini, Calamandrei, Bernabei, Del Toro Cesare. Quando il barbiere venne scoperto fuggì insieme al maestro di scuola di Giuseppe e si rifugiò per un mese nel cimitero locale.

 

La gente aveva molta paura dei tedeschi. Una sera andarono a casa di Giuseppe a cercare delle armi e facevano molta paura.

 

I tedeschi con le donne si comportavano bene; Giuseppe non ricorda episodi di violenza. C’erano alcune donne locali che flirtavano con i tedeschi, ma erano comunque rare.

Mentre quando arrivarono le SS le donne stavano più attente. Ma Giuseppe non ricorda episodi di particolare violenza contro le donne.

 

Problemi con le donne avvennero più quando arrivarono gli Alleati e le truppe marocchine. I marocchini erano violenti con le donne e con gli animali. Non si sa quante donne furono assaltate dai marocchini.

 

I tedeschi consideravano il sapone una cosa molto importante perché ci tenevano particolarmente alla pulizia.

 

Dopo la guerra c’era molta povertà. La povertà era estesa a tutti, anche a coloro che prima della guerra erano signori e possedevano poderi.

 

A Montepulciano c’erano tutte le scuole fino al liceo (liceo classico, scientifico, ragioneria, scuola tecnica). Il liceo classico (che aveva frequentato Giuseppe) esisteva fin dal 1700 ed era inizialmente gestito dalla chiesa e si chiamava Liceo Ginnasio di Montepulciano. Uno dei migliori insegnanti sapeva ben 4 lingue.

Montepulciano era una città culturalmente elevata. C’era anche la scuola per i sacerdoti.

 

In campagna c’erano le scuole elementari. Spesso le maestre di Montepulciano andavano ad insegnare lì.

 

Giuseppe fece l’università a Siena. La scuola medica durava 6 anni ed era una delle migliori di Italia. Giuseppe ce la fece in 6 anni perché aveva un forte desiderio di voler salire di ceto. Giuseppe aveva una gran passione per la lettura, una grande fantasia e una fortissima memoria.

 

La signora di Monticchiello si chiamava Angheben. La figlia si chiama Lucia Angheben e abita a Bologna.

Dopo la guerra la signora Angheben una volta invitò la nostra classe di terza liceo a casa sua. Tutto il liceo andò a casa sua. La sua casa era bellissima con un gran giardino e un pozzo centrale.

Lei generalmente fece da traduttrice per i tedeschi per tutto il tempo in cui i tedeschi rimasero a Montepulciano.

 

Giuseppe ebbe un parente partigiano, era cugino di Giuseppe e abitava a Chianciano (ora morto). Un altro parente fece il partigiano in Sicilia e morì quando il suo sottomarino affondò.

La sua famiglia abitava a Chianciano.

 

RECENSIONE. Mirko Grasso, L’oppositore, Carocci 2024

Mirko Grasso, L’oppositore, Carocci 2024

Nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, che aprì una prima crisi nella compagine del fascismo in ascesa, precipitando anche alcune scelte di campo (come quella di Benedetto Croce che avrebbe lanciato nel 1925 il suo manifesto di opposizione), tanti saggi dedicati alla sua figura, onorandone la coraggiosa battaglia di opposizione e di denuncia di Mussolini in Parlamento.

Tra le tante rievocazioni della luminosa figura, questa di Mirko Grasso spicca per non aver voluto tanto soffermarsi sulla vicenda finale del suo assassinio, quanto ricostruire il suo percorso di militante amministratore e organizzatore socialista nel suo Polesine, animando le leghe contadine e tessendo le fila dell’organizzazione locale, nonché di battagliero pacifista nella Grande Guerra e già impegnato contro l’intervento coloniale in Libia.

Ma Matteotti è anche giurista attento alla questione carceraria (dopo la tesi sulla recidiva tanti viaggi in Europa ad esplorare altre esperienze in materia) e economista esperto di finanze e di bilancio (come mostra negli interventi sul disavanzo alla Camera), senza trascurare la tematica educativa già affrontata nel confino siciliano cui fu condannato per le sue posizioni pacifiste, che gli consente di intervenire contro la riforma Gentile. La documentazione serrata delle violenze squadriste è dunque una delle tante attività che esplica nella sua battaglia antifascista.

Un riformista pragmatico lo definisce l’autore, evidenziandone lo scrupolo documentario con cui nutre le sue prese di posizione, facendone il primo storico dell’ascesa del fascismo, come gli riconobbe Gobetti, che volle essere suo editore.

Interessante la ricostruzione nel capitolo finale dei suoi ideali europeisti nonché della ricchezza dei suoi interessi culturali e intellettuali. La sua sete di indagine, il suo respiro europeo, l’infaticabile raccolta di dati documentari sulle violenze perpetrate in tutta Italia dalle squadre fasciste in combutta con istituzioni e polizia, è un raro esempio di politico ed intellettuale che semina per il futuro riscatto democratico. Se si vuole fare storia dell’antifascismo non limitandolo alla fase finale resistenziale, Matteotti spicca come figura chiave.

Fuori dal mito e dal martirologio, il ritratto di un coraggioso combattente per la democrazia e la giustizia, che non esita a sfidare i fascisti durante la campagna elettorale del 24 andando personalmente a incollare manifesti a Piazza Colonna.

Ne esce una figura molto più credibile di come ce l’ha dipinto Scurati nel primo volume della sua opera magna, che tende ad indugiare sulle debolezze umane contrapposte alla virilità mussoliniana.

RECENSIONE. Francesca Pino, Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale, Il Mulino 2023

Francesca Pino, Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale, Il Mulino 2023

Il 3 luglio 1942, su carta intestata della Banca Commerciale Italiana- Direzione centrale, Raffaele Mattioli scrive a Piero Calamandrei per ringraziarlo del dono dell’Inventario della casa di campagna.

 

Caro professore,

ho ricevuto e letto il suo “Inventario”. RingraziarLa è poco – se non Le spiego come l’ho già ringraziata. E quindi Le dirò che ho letto il Suo libro il giorno di San Pietro; e quando mi sono reso conto della fortuita felice coincidenza, Le ho espresso in cuor mio con etimologica “simpatia” un augurio che voleva, e vuole, essere anche il più idoneo ringraziamento per il gusto che presi a quella lettura, così dal punto di vista estetico come dal punto di vista sentimentale.

Spero di avere presto il piacere di conoscerLa personalmente.

Con molti cordiali saluti, mi creda

dev.mo

Mattioli

 

I due non si sono mai incontrati, ma svilupperanno poi un intenso rapporto, soprattutto in campo culturale, e Piero sarà un grande apprezzatore della collana dei classici della Ricciardi, promossa da Mattioli. Tale relazione si può ricostruire ora anche con l’immissione online dei carteggi di Piero Calamandrei, progetto congiunto dei quattro archivi che ne custodiscono le carte, dal nostro a quelli dell’Istituto storico della resistenza in Toscana, del Museo storico del Trentino e della Fondazione Centro d’iniziativa giuridica Piero Calamandrei di Roma.

La lettera sopra riprodotta fa parte delle più di duecento ricevute a proposito dell’edizione privata dell’Inventario, che testimonia di una rete di interlocuzione in cui si prepara la classe dirigente della futura Repubblica. Le lettere sono custodite nel nostro Archivio e una selezione ne sarà riprodotta in una riedizione dell’Inventario che la casa editrice Edizioni di storia e letteratura sta preparando.

Per approfondire la conoscenza della personalità di Mattioli, economista, manager bancario e uomo di cultura, viene in soccorso questo ritratto di Francesca Pino, curatrice di archivi bancari e di impresa e già autrice di un profilo di Mattioli quanto alla formazione della classe dirigente (Aragno 2023). Attingendo a documenti, scritti e carteggi, Francesca Pino ricostruisce l’impegno sociale e culturale che animò uno dei protagonisti del nostro Novecento.

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi, Simone Pieranni, 2023

Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi, Simone Pieranni, 2023

Questo che ci offre Pieranni con Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi (add editore, Torino 2023)) è un ritratto sfaccettato di un Paese che ha scelto di procedere in modo autonomo in molti campi, dalla politica alla tecnologia. In un percorso che va da Mao a Xi Jinping si narra come, attraverso l’innovazione tecnologica, la Cina ha costruito la sua autonomia dall’Occidente, conferendo all’avanzamento scientifico un ruolo non solo di investimento economico ma di base del modello politico cinese e della sua capacità di egemonia globale.

Nella postfazione l’autore spiega l’inizio secco al 1949 adducendo l’opera monumentale di Needham sulla storia della scienza cinese, tanto per ricordarci che prima c’è un percorso lungo e fecondo quanto quello della scienza occidentale, con un famoso ed enigmatico punto d’arresto nelle applicazioni pratiche. Tuttavia andrebbe fatto qualche cenno almeno al periodo della rivolta contro il “secolo delle umiliazioni” e al culto della scienza come religione laica che ha accompagnato la nascita della Repubblica e soprattutto il grande movimento del 4 maggio 1919 che ha gettato le basi della Cina moderna.

Sulla scia dei tentativi di spiegare la sconfitta nazionale a partire dalle guerre dell’oppio e della penetrazione coloniale nel XX secolo si sviluppa un vivissimo interesse non solo per i prodotti tecnologici (soprattutto bellici) occidentali ma per la mentalità che ne ha consentito lo sviluppo: di qui l’interesse per il positivismo e successivamente per il pragmatismo di Dewey – egemonico nel Kuomintang Egemonia di Dewey, affiancato a sinistra dal pensiero anarchico e socialista. Neppure sarebbe da sottovalutare il soggiorno lungo un anno di Bertrand Russell nel 1920 all’università di Pechino e in giro per conferenze in tutto il Paese. A una di queste partecipò, con rilievi critici, il giovane Mao, di cui è documentato l’interesse per la dottrina einsteiniana della relatività e ancor più per le teorie quantistiche, nel tentativo di innestarlo sull’approccio cosmologico taoista e sulla sua visione della contraddizione come tratto universale della realtà.

Scrive al proposito Pieranni: «Mao Zedong aveva un interesse particolare per la fisica, con cui pensava di poter spiegare scientificamente la sua filosofia. Gli piaceva parlare con i fisici e – dopo la presa del potere – si circondava delle migliori menti della scienza cinese, uomini e donne che dopo la vittoria della rivoluzione comunista erano tornati in Cina per prendere parte alla nascita di una nuova società. Egli credeva fermamente che l’elettrone potesse essere divisibile e le prime discussioni a riguardo risalgono al periodo in cui sentiva la necessità di costruire una bomba

atomica. Non a caso, poco prima dell’esperimento atomico cinese, nel 1964, si diffusero su scala nazionale dibattiti su concetti quali “uno si divide in due” e “due si uniscono in uno”. La sua fissazione era allora la fisica delle particelle elementari, da cui traeva la corretta applicazione della dialettica marxista attraverso tensioni e cambiamenti» (p. 15). In particolare era convinto che la teoria della relatività di Einstein potesse essere il suo referente scientifico, senza nessun dei dubbi e delle avversioni che circolavano in ambiente sovietico. «La sperimentazione scientifica per Mao è importante per due motivi: serve a rimettere in piedi il Paese e a confermare le sue tesi sulla dialettica, sul materialismo storico e sulla lotta di classe come motore della storia. […] Mao in quel periodo ha fretta, non c’è solo da ricostruire la Cina, c’è una nuova società da creare» (pp. 15-16).

Per ragioni economiche e militari, il sorgere della Repubblica e la guerra di Corea implicano una stretta collaborazione con i sovietici (rispetto a cui fino allora l’esperienza cinese era stata fedele a parole ma sostanzialmente indipendente) e Mao stesso deve confrontarsi con una forte tendenza filo-sovietica verso cui è diffidente. Non a caso il cripto-sovietico Chen Boda, vice-presidente dell’Accademia delle Scienze, nel 1955 sostiene che i sovietici hanno sintetizzato anche tutta la ricerca “buona” occidentale. I modelli scientifici ed economici sovietici vengono largamente adottati e anche le ideologie deteriori come la biologia di Lysenko, che tuttavia incontra, per fortuna dei contadini, molte resistenze tanto Mao in persona interviene per sollecitare nel 1957 la ristampa sul “Quotidiano del popolo” dell’intervento “morganiano” di Li Ruqi al simposio sulla genetica di Qingdao dell’anno precedente.

Fra il 1954 e il 1957 Mao esprime una serie di critiche (rese pubbliche un decennio dopo) sia ai testi canonici staliniani (Problemi economici del socialismo in Urss, 1952) che alle posizioni di Krusciov e Togliatti, il cui punto fondamentale (tutto politico) è la continuazione della contraddizione come conflitto di classe dopo la conquista del potere, stavolta all’interno del Partito – da cui consegue un  diverso atteggiamento verso la neutralità della scienza e la mitizzazione dello sviluppo delle forze produttive. Dunque, paradossalmente, tanto un’apertura molto maggiore verso modelli scientifici e rami tecnologici non-standard (rispetto all’esperienza sovietica) quanto il lancio della rivoluzione culturale, con la sua sospensione per parecchi anni delle attività istituzionali di ricerca –eccetto l’area militare e la medicina ed agronomia tradizionali, dove si registrano importanti scoperte, come l’uso antimalarico dell’artemisia (con Tu Youyou) e la sperimentazione del riso ibrido con Yuan Lonping. La combinazione di questo orizzonte con il rientro patriottico di scienziati formatisi in Occidente spiega molto del precoce approccio cinese all’informatica e alla quantistica che fa l’originalità e l’alternatività cinese rispetto all’Urss e in seguito la migliore fuoriuscita dalla crisi del sistema socialista.

 

Il balzo più vistoso nell’evoluzione tecnologica si verifica però, dopo la chiusura della Rivoluzione culturale e la morte di Mao, con la presa del potere da parte dell’«accelerazionista» Deng Xiaoping, con le “quattro modernizzazioni” e la gestione operativa della sua covata  (Jang Zemin e Hu Jinbao), culminante nel programma 863. I nerd vanno al potere ma in quanto la competenza tecnocratica è sanzionata dalla fedeltà alla linea del Partito. Abbiamo così una modernizzazione senza occidentalizzazione della società e dei costumi (democrazia compresa), ma solo dei consumi e delle tecniche produttive – comunismo conclamato e capitalismo spinto. Pieranni mostra poi la crescente tendenza, a partire dagli anni Dieci, a fare dell’autosufficienza tecnologica un modello per tutto il Sud globale. Questa aspirazione egemonica caratterizza il periodo più recente della storia cinese, quella che ormai si delinea come l’era di Xi Jinping. In essa, per un verso, si compie il passaggio della Cina da “fabbrica del mondo” (produzione di massa a basso costo) a “mercato del mondo” (che assorbe prodotti occidentali) fino a superpotenza tecnologica specializzata in lavorazioni di alto livello, dal made in China al created in China.  Il calcolatore quantico fondato sui qubit è il punto d‘arrivo di un percorso iniziato con la curiosità del giovane Mao per la divisione delle particelle atomiche. Senza il comunismo però.

Il progresso nei settori elettronici d’avanguardia si manifesta però anche in una deriva crescente verso una società autoritaria della sorveglianza e del controllo, che viene immediatamente esportato in altri paesi. L’accresciuta presenza del Partito e dello Stato, a spese dell’anarchia e del potere concorrente di grandi gruppi privati riferiti al mercato globale segna un passaggio (sempre per tenerci a correnti storiche indigene) dallo spontaneismo confuciano dell’era di Deng  al neo-legismo di Xi. I suoi successi più vistosi (e preoccupanti) sono il firewall Grande Muraglia, il riconoscimento facciale, il Golden Shield Project di centralizzazione dei dati con finalità poliziesche. Errori riconosciuti: il disastro del figlio unico.  

Il presente è segnato dalla Via della Seta – che peraltro non implica innovazioni scientifiche ma applicazione riassuntiva di tipo logistico ed è fortemente osteggiato dagli Usa e satelliti europei. IA e ricerca spaziale sono le prossime tappe e la produzione di semi-conduttori il problema più acuto ma non irresolubile all’odg.

[Augusto Illuminati]

RECENSIONE. Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza 2023

Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza 2023

Con acribia e contando su autorevoli consulenti come Giovanni De Luna, Giuseppe  Filippetta e Aldo Agosti, menzionati nei ringraziamenti finali per gli scambi intercorsi nell’elaborazione del progetto, Chiara Colombini prosegue nel suo lavoro sulla resistenza, prima indagata nella sua versione piemontese, poi nel manuale divulgativo della serie Fact-checking curata da Carlo Greppi per rispondere agli interrogativi più frequenti (Ma i parigiani però), ed ora esplorata sul versante dei sentimenti, o meglio delle passioni che hanno animato i resistenti. E l’orizzonte si allarga alle individualità che scelsero di combattere e ai loro dilemmi interiori, sui monti e nelle città, nelle diverse declinazioni che la resistenza assunse nella penisola.

Perché diverse sono le esperienze nella frastagliata guerra civile, a seconda della formazione, dell’ambiente d’origine e della fede religiosa, che modulano il vissuto quotidiano dei combattenti, uomini e donne colti in quel contesto attraverso diari e carteggi coevi. Chiara Colombini ha trascelto materiali contemporanei, evitando le ricostruzioni a posteriori, inficiate dai bilanci, dalle delusioni o dai rimpianti, e ci fa rivivere i sentimenti dei protagonisti in presa diretta. L’autrice dichiara di aver voluto “avvicinarsi ai protagonisti con una chiave di comprensione quasi viscerale” e si muove nel solco della lezione di Claudio Pavone “che ha dato un rilievo nuovo e centrale agli individui e alla loro soggettività.

L’autrice si rende conto del limite delle sue fonti scritte: “affidarsi a diari e carteggi porta con sé anche un limite di natura sociale: permettono infatti di avvicinarsi alle vite di chi ha maggiore dimestichezza con la scrittura” e dunque di concentrarsi su figure di intellettuali e studenti. Eppure è convinta di trovare in quelle scritture coeve testimonianza di una scelta individuale che si coniuga con motivazioni più collettive:

“In fondo, che le aspirazioni e i sentimenti più privati coesistano con motivazioni e passioni rivolte a ciò che è pubblico e riguarda tutti è inevitabile. Perché la Resistenza è di certo un’esperienza al massimo grado politica, che guarda al futuro e alla costruzione di una nuova società, e di certo è un impegno soprattutto collettivo, dal momento che al di fuori di un legame ideale e organizzativo con gli altri non è materialmente possibile, ma al tempo stesso ha un’ineliminabile radice individuale, una «dimensione essenzialmente solitaria».

Paura, coraggio, dolore, disperazione, amore e voglia di vivere, sono tanti i sentimenti che sono analizzati, e che ci rendono quei combattenti più vicini.

Tra i testi esplorati c’è il diario di Franco Calamandrei, mio padre, custodito ora all’Archivio del Senato ed edito con il titolo La vita indivisibile (Giunti 1998). È indubbio che quella scrittura in contemporanea facesse scattare in Franco l’impulso a tornare sopra quegli anni giovanili con la consapevolezza acquisita a posteriori, in un progetto di romanzo rimasto incompiuto che è stato edito nel volume Le occasioni di vivere (La Nuova Italia 1995). E la forza di quelle pagine, apprezzate da Romano Bilenchi, è valsa anche alla geniale rielaborazione che ne ha fatto Davide Orecchio per il suo Storia aperta (Bompiani 2021). Sono felice che quelle pagine giovanili continuino a circolare e a nutrire riflessioni, così come sono contenta che Chiara Colombini abbia potuto attingere alle carte messe a disposizione da Piero Battaglia e Franca Gigliani dagli archivi privati del grande storico Roberto Battaglia (stampato in proprio): perché quella documentazione coeva della Divisione Lunense completa la sua testimonianza dell’immediato dopoguerra in Un uomo, un partigiano Il Mulino 2004), soprattutto sul tema della “giustizia partigiana”:

“Nati come fuori legge, tendevamo per istinto a ritornar nella legge, ossia a creare un nostro “codice”, di cui la responsabilità fosse comune, alle cui formule si potesse ricorrere nei momenti di incertezza. Come ogni altra cosa, anche l’uccisione o la vendetta erano lentamente e continuamente sottratte al criterio del singolo”.

E le carte della Divisione lunense sono anche illuminanti sul tema della relazione tra bande partigiane e popolazione civile. Ma qui stiamo andando oltre l’approccio prescelto dall’autrice, anche se è inevitabile ed utile, e capita anche per altri casi, di dover coniugare le riflessioni e testimonianze individuali con la documentazione d’epoca.

La chiave di lettura “viscerale” scelta vuole parlare più direttamente al cuore dei lettori, soprattutto giovani, avvinandoli ai sentimenti di coloro che hanno combattuto per un migliore avvenire.

 

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Storie di diritti e di democrazia, Giuliano Amato e Donatella Stasio, 2023

Storie di diritti e di democrazia, Giuliano Amato e Donatella Stasio, Feltrinelli 2023

Un libro importante, sull’apertura della Corte costituzionale all’interlocuzione con la società civile, sull’impegno di trasparenza e di alfabetizzazione costituzionale, sui viaggi nelle scuole e nelle carceri, sui temi controversi su cui si è trovata ad intervenire. La svolta impressa da Paolo Grossi e proseguita dai suoi successori, a valorizzare questo fondamentale strumento di garanzia dei cittadini, viene raccontata con ricchezza di esempi da Donatella Stasio, giornalista responsabile a lungo della comunicazione della Consulta, e Giuliano Amato, che è stato presidente della Corte fino al grande concerto di Piovani sulle Eumenidi al Quirinale, momento alto di visibilità del ruolo della suprema garante della Costituzione. La Costituzione si è davvero “mossa”, come salutava Calamandrei commentando la prima sentenza della Corte nel 1956, all’epoca per abrogare le leggi fasciste, ma in seguito, sempre di più, per verificare la conformità costituzionale delle leggi adottate. Nel libro si esaminano anche i rischi di un indebolimento di questo controllo di conformità, dagli Stati Uniti ad alcuni paesi europei, e si auspicano paletti alle derive autoritarie degli esecutivi, a scapito dei poteri di controllo e bilanciamento. La questione ci riguarda. In epoca di populismi e di derive autoritarie degli esecutivi molte corti sono soggette a tentativi di riduzione dei poteri. Aprendo un dialogo fattivo con la società civile, visitando scuole e carceri, avviando una campagna di comunicazione con le nuove tecnologie, la Corte italiana ha intrapreso una alfabetizzazione costituzionale per rendere i cittadini più consapevoli dei loro diritti. Con uno stile vivace l’esperienza recente viene ripercorsa traendone un bilancio positivo.

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Sergio Luzzatto, Dolore e furore, Una storia delle brigate rosse, Einaudi 2023

Per una storia delle Br: cambio di paradigma?

Sergio Luzzatto, Dolore e furore, Una storia delle brigate rosse, Einaudi 2023

Dopo l’omaggio narrativo a Guido Rossa (Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa,Einaudi 2021), ritratto del delegato sindacale comunista ucciso dalle BR nel 1979, scandaglio nella stagione drammatica degli anni Settanta, Luzzatto ha intrapreso la faticosa ricostruzione del contesto in cui matura quel delitto, che a suo dire rappresenta una svolta nella vicenda delle BR, l’inizio del loro declino, sia nel consenso che nel fenomeno del pentitismo e della dissociazione. Uno spartiacque, non solo per la formidabile manifestazione di cordoglio operaio a Genova ai suoi funerali, ma per l’isolamento e la disgregazione del gruppo dirigente delle BR, che conosce un ricambio radicale in direzione di quella stagione della resa dei conti dominata dal deuteragonista di questa storia, Giovanni Senzani.

Genova è la città d’origine dello storico, e alle sue vicende dal luglio Sessanta in poi viene dedicata una puntigliosa ricostruzione antropologica, sociale e urbanistica che aiuta a inquadrare l’emergere dell’antagonismo operaio e studentesco, prima in forma di movimento e poi di consolidamento di gruppi extraparlamentari da cui attinge il reclutamento delle formazioni armate.  Luzzatto ha lavorato sugli archivi di polizia e di tribunale, sugli archivi dei movimenti, ma anche su tante testimonianze raccolte in interviste a distanza di decenni da protagonisti di quegli anni, sia nei movimenti che nei gruppi extraparlamentari e i loro servizi d’ordine che poi nella lotta armata, nonché su rielaborazioni letterarie, da Tabucchi a Sergio Givone.

La novità dell’approccio rispetto a tante storie degli anni Settanta è la ricostruzione fattuale e non dietrologica della nascita dei gruppi armati, contestando il teorema Calogero (condiviso anche da Dalla Chiesa) ma allo stesso tempo prendendo per buona l’ipotesi di un nesso tra cattivi maestri ideologhi ed allievi che ne mettono in pratica le lezioni. E a Genova i cattivi maestri non mancavano, tra Faina, Fenzi e Adamoli, ben insediati nell’università e nell’Ospedale San Martino e con un pubblico ampio di studenti ed allievi operai per diffondere efficacemente il proprio messaggio.

Il sottotitolo “una storia delle Brigate Rosse” forse avrebbe potuto essere sostituito da “per una storia delle Brigate rosse “, nel senso che il focus è su Genova e sulla genesi di quella particolare formazione territoriale, antropologicamente studiata,  reputata significativa per la degenerazione negli anni Ottanta in una logica del colpo su colpo, volta a rispondere più ai nemici diretti responsabili della repressione o della detenzione che alla pretesa di fare i conti con lo Stato: è la parabola discendente che coincide con l’ascesa ai vertici di Giovanni Senzani, il criminologo romagnolo che ha sposato la sorella del letterato filologo Fenzi, l’ideologo assurto anche lui ai vertici dell’organizzazione una volta che Dalla Chiesa ha neutralizzato l’apparato storico di Mario Moretti. Luzzatto non pretende di essere esaustivo, ma offre una metodologia per una mappatura più ampia della vicenda delle BR nelle sue diverse articolazioni territoriali.

Il protagonista del racconto è Riccardo Dura, il brigatista ucciso dall’irruzione dei carabinieri a via Fracchia assieme agli altri compagni, e rimasto momentaneamente non identificato: responsabile dell’esecuzione di Guido Rossa, con tutta probabilità non programmata. Luzzatto ne ricostruisce la tragica breve esistenza, fin dall’adolescenza difficile in convivenza con la madre, che lo condanna a ricoveri al manicomio e reclusione sulla Garaventa, una nave di rieducazione di stazza nel porto di Genova, uno dei tanti istituti di pena e rieducazione minorile che sono l’oggetto di studio di Senzani, ma anche terreno operativo di ben intenzionati psicologi cattolici che guardano a Basaglia e di educatori come Andrea Canevaro, prima leader del movimento scoutistico e poi animatore di una comunità di recupero e pioniere della pedagogia speciale al servizio dei disabili. L’esperienza sulla nave-scuola-riformatorio porterà Dura a imbarcarsi come marittimo, così come verrà definito nel necrologio redatto da Mario Moretti.

Più che la dimensione della fabbrica e della lotta di classe, dalla ricerca di Luzzatto emerge l’importanza della tematica dell’istituzione totale, dei riformatori e delle carceri, nelle motivazioni di tanti componenti del gruppo di fuoco genovese e nelle riflessioni di un altro ideologo, il professor Farina, collaterale alle BR. Ed emergono anche tante figure di “marginali”, difficilmente inquadrabili in un “album di famiglia” e oggetto delle attenzioni e dell’accoglienza di un prete come don Gallo, inviso alle autorità ecclesiastiche ma ben radicato nella predicazione sul territorio di una visione pauperistica del ruolo della Chiesa. A Genova, la lettura radicale del messaggio del Concilio e del Vangelo si affianca ai testi classici del marxismo leninismo: non c’è solo don Gallo, ma una comunità operosa di matrice cristiana di educatori e assistenti sociali operanti nel recupero della devianza, con cui i giovani reclusi della nave Garaventa entrarono in contatto.

Questa interpretazione non ha convinto Mario Moretti, con cui l’autore ha intrecciato un dialogo epistolare nel 2018, sottoponendogli la propria cifra di “un’esistenza inaugurata dalla condizione di marginale, ragazzino siciliano faticosamente trapiantato al Nord, e vittima delle istituzioni totali”. La replica di Moretti è secca, ribadendo la centralità operaia e l’appartenenza del marittimo Dura alla storia dei portuali di Genova.

Al di là della definizione di Dura, divaricata tra l’“operaio marittimo” di Moretti e il “marinaio alla Conrad” di Luzzatto, stavolta non si parla tanto di servizi segreti e di possibili manovratori dell’eversione, ma si fotografano e indagano i protagonisti e le loro parabole, offrendoci un ritratto di gruppo. Non sappiamo se Senzani fosse uomo dei servizi, ma sicuramente che godette per anni di finanziamenti del CNR, quale docente a Siena e titolare di progetti di ricerca mai verificati: sembra che il famigerato SIM delle BR, lo Stato imperialistico delle multinazionali fosse in fin dei conti abbastanza sgangherato da dare la caccia ad un suo beneficiario clientelare.

Il titolo si ispira ad una frase di Rossana Rossanda, con cui l’autore ha avuto uno scambio epistolare nel 2010, a proposito di una sua recensione al libro Per una storia del terrorismo italiano di Angelo Ventura. Nella premessa Luzzatto ribadisce la propria distanza interpretativa a proposito dell’affermazione “le parole non sono pietre”, riguardo al ruolo dei cattivi maestri e del teorema Calogero: “A Genova, intorno a un chirurgo come Sergio Adamoli, a uno storico come Gianfranco Faina, a un filologo come Enrico Fenzi, le parole sono diventate pietre”. Reputa comunque di aver raccolto l’invito di Rossanda ad un’analisi di quegli “anni pieni di dolore e furore”. Il suo approccio, enunciato nella Premessa, ispirato allo storico dell’illuminismo e del populismo russo Venturi, “consiste nello studiare la violenza politica dell’Italia negli anni Settanta attraverso la preistoria e la storia di una colonna della Br, e nello studiare la colonna domandandosi chi erano coloro che ne fecero parte, da quali ambienti provenivano, per quali esperienze erano passati. Quali libri avevano letto (o scritto), chi avevano incontrato, amato, odiato, prima di darsi alla lotta armata. E come poi si erano ritrovati lì, nel gruppo clandestino, chiusi in un covo a progettare rapimenti, irruzioni, gambizzazioni, omicidi, per fare la rivoluzione e instaurare il comunismo. Tutto qui”.

Luzzatto non nega che ci siano zone d’ombra su cui indagare, dai servizi segreti alla malavita organizzata. Ma “una volta raccomandata l’importanza di esplorarle con strumenti storiografici”, il libro muove dal convincimento che “la storia delle Br nell’Italia degli anni Settanta vada collocata- anzitutto e soprattutto- entro il quadro dei movimenti collettivi che dell’organizzazione terroristica costituirono il terreno di cultura”.

Insomma un cambio di paradigma della narrazione.

Da apprezzare infine la capacità narrativa e la forza evocativa per cui l’immagine della nave-prigione Garaventa ancorata nel porto e il sogno di fuga degli adolescenti reclusi rimangono scolpiti nella mente del lettore.

 

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Silvia Rizzo, Storie di Val d’Orcia, edizioni di Storia e Letteratura, 2023

Silvia Rizzo, Storie di Val d’Orcia, Edizioni di storia e letteratura 2023

Filologa e docente alla Sapienza di letteratura medievale e umanistica, l’autrice ha acquistato negli anni Novanta una casa di campagna ai margini di Campiglia dove si è trasferita definitivamente dopo il pensionamento. É la scoperta di un’altra dimensione di vita, immersa nella natura e in compagnia di cani e gatti, senza abbandonare i suoi amati libri e studi.

Dedica alla Val d’Orcia pagine intense di descrizioni e di vicende quotidiane, intrecciate a tanti riferimenti letterari e storici frutto dei suoi appassionati studi. In copertina il quadro di Andrew Wordsworth di grande luminosità che illuminava il suo studio e che ha rischiato di andare distrutto per un’esplosione di GPL nel 2013: l’amico americano gliel’ha poi restaurato come nuovo.

Bello il capitolo dedicato alla Sentieristica e risorse naturali, in una concezione del turismo come itinerari tematici, cui la zona idealmente si presta.

Letture che aiutano a conoscere meglio luoghi da esplorare piuttosto che da consumare nella voracità fotografica delle inquadrature di passaggio.

Da gustare lo scambio mail ed epistolare con Luca Serianni a proposito di traduzione di Orazio.

 

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Gaetano Salvemini, Il diario 1947 a cura di Mirko Grasso Con postfazione di Andrea Becherucci, Biblioteca Clueb 2023

Gaetano Salvemini, Il diario 1947 a cura di Mirko Grasso con postfazione di Andrea Becherucci, Biblioteca Clueb 2023

Nell’archivio Calamandrei di Montepulciano custodiamo un carteggio 1946-1947 che precede questo diario, e mostra la riluttanza pessimistica di Salvemini prima del rientro in Italia ed al tempo stesso la sua urgenza di riprendere contatto con la realtà italiana, da cui è esule sin dal 1925.

Sollecitato da Egidia Calamandrei, sorella di Piero, che gli aveva scritto parole fiduciose, annuncia un prossimo rientro in Italia per fare un “lavoro di investigazione”, per “scoprire se c’è qualcuno che meriti di essere aiutato”. Rinvia la venuta perché “bisogna lasciare il tempo al tempo perché quei due o trecento italiani […] trovino la loro strada da sé. Si difende disperatamente solo quello che si conquista da sé”.

In un commento al carteggio pubblicato sul “Ponte”1 scrivevo che Salvemini coltiva in quel momento “l’idea della formazione di una nuova classe dirigente, disinteressata e libera dalle ipoteche del passato, che possa prendere in mano le sorti del paese”. Sfiduciato dall’azione dei partiti ricompostisi nel 1943 e dalla frammentazione del Partito d’Azione, guardava alle nuove generazioni nella speranza di un rinnovamento dell’Italia.

É proprio quanto andrà ad investigare nel suo viaggio in Italia del 1947, di cui la preziosa trascrizione del diario ci ricostruisce i dettagli (Mirko Grasso ha lavorato sui manoscritti conservati all’ISRT, offrendoci un testo integrale che completa i passaggi finora noti).

Il rientro è per Salvemini l’occasione di riallacciare tanti rapporti interrotti dall’esilio o coltivati solo epistolarmente, di riabbracciare vecchi amici e di incontrane di nuovi, di scoprire come restasse viva la memoria del suo operato e di come fosse stata apprezzata la sua azione nell’esilio americano: tutto questo ci viene documentato nel suo diario dal luglio al novembre 1947, in cui annota le sue peregrinazioni di città in città ed i tanti incontri che ivi si organizzano.

L’attenzione di Salvemini non è rivolta solo alla sua cerchia amicale: quello che registra è anche il senso comune diffuso, l’atteggiamento e le preoccupazioni della gente comune che incontra in treno o in corriera, nell’ansia di ricostruire come si è trasformata la mentalità degli italiani dopo i decenni di dittatura fascista.

Il diario non registra eventi significativi cui partecipa nelle sue peregrinazioni, dalla commemorazione della Resistenza a Firenze alla partecipazione al Congresso del Movimento federalista europeo all’Eliseo di Roma, e è dedicato soprattutto ai contatti e alla registrazioni di conversazioni. Trova conferma dell’opinione positiva che già si era fatto della Resistenza, riscontrando nell’area Giustizia e Libertà i continuatori del proprio pensiero ed entusiasmandosi dei tanti messaggi positivi che raccoglie a Torino, nelle riunioni organizzate da Antonicelli. Al tempo stesso va raccogliendo le opinioni sulle elezioni dell’anno successivo, preoccupandosi della vittoria clerico-fascista che paventa.

Il suo auspicio è che si crei una formazione con i “migliori elementi del partito repubblicano,del partito d’azione, dei due partiti socialisti e dello stesso partito comunista” che si opponga alla destra clericale, “ma sia indipendente dalla estrema sinistra stalinista”.

La sua ipotesi è quella di un piano decennale: “ci vogliono dieci anni di astinenza dal governo e dalle miserabili contrattazioni parlamentari, rieducazione della gioventù, pre­parazione di idee concrete sul da fare quando si va al gover­no su non più che mezza dozzina di materie essenziali, e fra dieci anni fare la epurazione che non è stata fatta fra il 1944 e il 1946, aggiungendo agli epurandi del fascismo quelli del post-fascismo”.

Questo vecchio 74enne propone una sorta di distopia, che nessuno avrebbe poi praticato. Ammette anche che i comunisti sono stati i più fattivi ed attivi e che occorre “ricordare che nella mancanza di carattere ita­liano, i comunisti hanno dato magnifiche prove di carat­tere; nel presente riconoscere che sono la sola diga contro le esosità delle destre; per l’avvenire dichiarare che se si è costretti ad abbandonare ogni speranza di opposizione democratica, nella alternativa tra fascismo e comunismo, sceglieremo il comunismo”.

Anche tra i comunisti trova alcuni interlocutori, ma si preoccupa soprattutto di indirizzare gli azionisti dispersi nei partiti socialisti e nel partito repubblicano, mantenendo un coordinamento. A Milano trova grande consonanza in Bauer: “D’accordo sulla necessità di riconoscersi sconfitti, far punto e da capo, e proporsi un piano decennale. Non ha nessuna fiducia in nessun partito. Bisogna lavorare sulla gioventù,Tutti rubano”.

E ancora: “Bauer conviene con me che una vittoria comunista-socialista nelle prossime elezioni sarebbe un disastro; non saprebbero governare e i vinti sarebbero spinti a fare un colpo di stato avendo perduto la speranza di governare in regime parlamentare. Il mal minore sarebbe una maggioran­za clerico-qualunquista-liberale con una forte opposizione comunista-nenniana, e un centro-sinistra incapace di spostare la maggioranza ma risoluto a far fronte contro destre e solo contro destre, pur tenendosi distinto da comunisti-so­cialisti, pronto a far massa con comunisti e socialisti contro le destre, ma deciso a lavorare soprattutto per preparare una nuova educazione politica dei giovani e a lottare per la vit­toria tra dieci anni.

Dalle sue conversazioni Salvemini ricava un’impressione ottimistica sulla capacità del paese di riprendersi, ma è preoccupato degli orientamenti politici:

Questo paese, se non c’è guerra in pochi anni si rimetterà in bilico, salvo quanto vedrò da Firenze in giù. Ma in politica ho trovato in tutte le persone che ho visto uno scoraggiamento in tutti gli uomini di sinistra, derivante dal fatto che non sanno vedere che un bivio: o essere al governo o fare la rivoluzione. Nessuno comprende la possibilità di un’opposizione che si proponga di fare il governo di domani”.

Negli incontri Salvemini approfondisce anche gli errori commessi secondo lui nel recente passato, come quello di non aver proclamato la Repubblica subito dopo la Liberazione

Occorrerà che io parli con Parri, Valiani, Lombardi e Bauer per chiarire questo punto essenziale. Se i settentrionali non erano legati da nessun impegno – che del resto cessava con la fine della guerra guerreggiata – l’errore commesso a Milano di non scavare un fosso verso il passato proclamando la repubblica il 26 aprile 1945, sarebbe ancora più grave. Si spiegherebbe colla preoccupazione di quanto avrebbero fatto gli inglesi e americani, e colla resistenza che avrebbero opposto i comunisti e i monarchici. Ma l’errore di omissione rimarrebbe e sarebbe grande lo stesso”.

Per tutti gli studiosi della vicenda del Partito d’Azione queste pagine offrono notizie preziose in uno snodo decisivo che precede la conclusione della fase costituente e la vittoria democristiana del 1948.

Ma il diario ci offre soprattutto il ritratto di un uomo che ha un approccio pragmatico, attivistico, con una visione che prevede tempi lunghi per formare una nuova classe dirigente in grado di riformare l’Italia. Una distopia che ci aiuta a rileggere criticamente le vicende della nostra Repubblica.

In appendice raccolti scritti d’epoca ormai difficilmente reperibili, che integrano felicemente questo nuovo apporto.

1 Silvia Calamandrei, Un carteggio inedito 1946-47 tra Gaetano Salvemini, Ciro Polidori ed Egidia Calamandrei, “Il Ponte”, 28 ottobre 2021

[Silvia Calamandrei]