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Author: RedazioneBM

RECENSIONE. Yang Jisheng , Lapidi, Adelphi 2024, traduzione di Natalia Francesca Riva

Yang Jisheng , Lapidi, Adelphi 2024, traduzione di Natalia Francesca Riva

Contro l’amnesia storica una indagine sui disastri del Grande Balzo in avanti

Quest’opera, arriva in Italia tardivamente, come tardivamente fu pubblicato Vita e destino di Grossman, e sempre per merito di Adelphi. Già note agli specialisti nelle loro versioni inglesi o francesi, queste opere marcano uno spartiacque conoscitivo perché sono testimonianze dall’interno sul funzionamento dei meccanismi totalitari, frutto di un’esperienza diretta e meditata, cariche quindi di vissuto personale e collettivo.

Per questo sarebbe opportuno che Adelphi proseguisse nel suo sforzo editoriale offrendo al pubblico italiano l’opera che ha fatto seguito a Lapidi, Rovesciare cielo e terra, la storia della Grande rivoluzione culturale, con la quale Yang Jisheng ha completato la sua ricostruzione degli anni del Maoismo in Cina. Entrambi i libri sono stati concepiti in Cina lavorando sulla documentazione disponibile, in una fase in cui gli archivi erano più facilmente consultabili, e sono frutto anche di tanti contatti e colloqui dell’autore. Per questo si tratta di opere incomparabili  con quelle dei tanti studiosi stranieri che si sono addentrati nelle ricostruzioni, e accendono anche la speranza che in Cina la memoria storica continui ad essere preservata, nonostante le tante cancellazioni e falsificazioni.

Molti spazi si sono chiusi da quando il giornalista cinese è riuscito a pubblicare nel 2008 il suo primo studio-inchiesta ad Hong Kong (2008) w poi il voluminoso saggio sulla Rivoluzione culturale (2016): Hong Kong non è più il luogo della libertà di espressione e stampa che riusciva ad essere, offrendo una valvola di sfogo alla Cina continentale, mentre gli spazi di ricerca e consultazione di archivi si sono grandemente ridotti. La narrazione storica è sotto rigido controllo, altro che “politically correct”!  Perfino ilo scrittore premio Nobel Mo Yan comincia a subire attacchi in rete e minacce di causa per denigrazione dei “martiri della Rivoluzione” (una recente legge apposita) per aver descritto realisticamente personaggi della guerra antigiapponese o della guerra civile, smitizzando le eroicizzazioni. Era già capitato alla scrittrice Fangfang, bollata prima per il suo romanzo sulle vicende della riforma agraria Sepoltura soffice, e più di recente per il diario della pandemia a Wuhan.

Sappiamo comunque da resoconti dell’epoca della Rivoluzione culturale che i materiali proibiti continuavano a circolare in Cina nonostante la censura e i controlli vessatori, e dunque ci auguriamo che le opere di Yang continuino ad alimentare la memoria.

Il lettore non deve farsi spaventare della mole del volume, e può consolarsi sapendo che si tratta di una versione sintetica, approntata con il consenso dell’autore per la diffusione all’estero. I due volumi cinesi erano ben più lunghi, perché frutto di una meticolosa indagine in alcune province colpite dalla Grande carestia seguita al Grande balzo in avanti, senza la quale le considerazioni più generali introduttive e conclusive perderebbero di sostanza: una immersione, uno sprofondare nella tragedia quotidiana di milioni di contadini affamati, scandita dalle decisioni dall’alto ripercosse ancora più rigidamente a livello di base.

E l’indagine del cronista-storico parte dall’impulso di rendere omaggio al proprio padre, perito in quella tragedia, mentre il figlio giovane continuava a credere negli slogan utopistici di mobilitazione e ad avere la vista accecata dalla propaganda ideologica che gli impediva di vedere la realtà. Yang racconta del proprio ritorno a casa, ad assistere il padre morente di fame alla fine di aprile del 1959, e di aver pensato che si trattasse di una sventura familiare, limitata al suo villaggio, da considerare come sacrificio del proprio “piccolo io” in nome del “grande io” collettivo. Gli ci vorranno anni, l’esperienza della Rivoluzione culturale e poi il periodo di “apertura e riforme” stroncato dal massacro di Tian’anmen per aprire gli occhi e per mettere la propria penna di giornalista dell’Agenzia Nuova Cina al servizio della ricerca della verità. La fusione tra vicenda individuale e collettiva ne fa un libro empatico e appassionante, di grande qualità letteraria, en resa dalla traduttrice.

La lapide per il padre e per i milioni di morti della Grande carestia è anche una lapide che l’autore vuole erigere contro il totalitarismo “affinché le future generazioni sappiano che in un certo Paese e in un determinato periodo della storia della società umana, un governo fondato nel nome della “liberazione dell’intera umanità” ha ridotto in schiavitù il suo stesso popolo. La «strada per il paradiso» che quel sistema proclamava e perseguiva  è stata di fatto una strada verso la morte”.

Nel capitolo 15 su Le cause fondamentali della Grande carestia, l’autore solleva alcuni quesiti di fondo sul perché menzogne assurde non furono denunciate da nessuno e su come è stato possibile tenere nascosto per mezzo secolo lo sterminio di decine di milioni di persone a causa della denutrizione.

Da una parte nella sua stessa ricostruzione non manca di dedicare un capitolo alla conferenza di Lushan, durata dal luglio all’agosto del 1959, in cui Peng Dehuai coraggiosamente allertò sui sintomi già evidenti di possibili catastrofi derivanti dalla accelerata industrializzazione e creazione delle Comuni popolari. È una lettura avvincente di uno scontro all’interno del gruppo dirigente del Partito comunista cinese, tutto radunato per settimane a convivere come ai tempi di Yan’an (ma non più nelle grotte), con continui colpi di scena e cambi di schieramento da cui Mao esce vincente nel perseguimento della sua utopia e mette con le spalle al muro il grande generale, abbandonato dai più.

Dall’altra la spiegazione sta nella mancanza di correttivi di un sistema totalitario che combina il dispotismo imperiale tradizionale della Cina con il sistema di potere bolscevico di Lenin e Stalin. E se gli imperatori potevano dire come luigi XIV “lo Stato sino io”, Mao poteva dichiarare “la società sono io”, talmente pervasivo era il dominio del Partito e dell’ideologia.

Nelle conclusioni (e non dimentichiamoci che il libro è datato e la versione per l’estero risale a più di dieci anni fa), l’autore si dice fiducioso sull’avvento della democrazia in Cina, ma è assai cauto e prudente, forse avendo assistito all’esito di Tian’anmen:

Secondo lui “ci vorrà molto tempo” e la “trasformazione del sistema politico non deve essere troppo radicale e affrettata:

“Nell’ultimo secolo il popolo cinese ha subito fin troppe perdite a causa del radicalismo e ha imparato la lezione: un approccio radicale può gettare la società nel caos. Se le azioni drastiche dei democratici radicali e degli anarchici fanno perdere a un regime debole la capacità di controllare la società, gli autocratici ne approfitteranno, perché la dittatura è il mezzo più efficace per porre fine al disordine sociale e stabilire un nuovo ordine. Coloro che tra il popolo non sopportano l’anarchia accoglierebbero un dittatore come un salvatore. Quindi, chi si oppone al sistema autocratico in modo eccessivamente drastico e frettoloso piò sortire il risultato opposto, facilitando l’ascesa di una nuova dittatura”.

RECENSIONE. Mirko Grasso, L’oppositore, Carocci 2024

Mirko Grasso, L’oppositore, Carocci 2024

Nel centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, che aprì una prima crisi nella compagine del fascismo in ascesa, precipitando anche alcune scelte di campo (come quella di Benedetto Croce che avrebbe lanciato nel 1925 il suo manifesto di opposizione), tanti saggi dedicati alla sua figura, onorandone la coraggiosa battaglia di opposizione e di denuncia di Mussolini in Parlamento.

Tra le tante rievocazioni della luminosa figura, questa di Mirko Grasso spicca per non aver voluto tanto soffermarsi sulla vicenda finale del suo assassinio, quanto ricostruire il suo percorso di militante amministratore e organizzatore socialista nel suo Polesine, animando le leghe contadine e tessendo le fila dell’organizzazione locale, nonché di battagliero pacifista nella Grande Guerra e già impegnato contro l’intervento coloniale in Libia.

Ma Matteotti è anche giurista attento alla questione carceraria (dopo la tesi sulla recidiva tanti viaggi in Europa ad esplorare altre esperienze in materia) e economista esperto di finanze e di bilancio (come mostra negli interventi sul disavanzo alla Camera), senza trascurare la tematica educativa già affrontata nel confino siciliano cui fu condannato per le sue posizioni pacifiste, che gli consente di intervenire contro la riforma Gentile. La documentazione serrata delle violenze squadriste è dunque una delle tante attività che esplica nella sua battaglia antifascista.

Un riformista pragmatico lo definisce l’autore, evidenziandone lo scrupolo documentario con cui nutre le sue prese di posizione, facendone il primo storico dell’ascesa del fascismo, come gli riconobbe Gobetti, che volle essere suo editore.

Interessante la ricostruzione nel capitolo finale dei suoi ideali europeisti nonché della ricchezza dei suoi interessi culturali e intellettuali. La sua sete di indagine, il suo respiro europeo, l’infaticabile raccolta di dati documentari sulle violenze perpetrate in tutta Italia dalle squadre fasciste in combutta con istituzioni e polizia, è un raro esempio di politico ed intellettuale che semina per il futuro riscatto democratico. Se si vuole fare storia dell’antifascismo non limitandolo alla fase finale resistenziale, Matteotti spicca come figura chiave.

Fuori dal mito e dal martirologio, il ritratto di un coraggioso combattente per la democrazia e la giustizia, che non esita a sfidare i fascisti durante la campagna elettorale del 24 andando personalmente a incollare manifesti a Piazza Colonna.

Ne esce una figura molto più credibile di come ce l’ha dipinto Scurati nel primo volume della sua opera magna, che tende ad indugiare sulle debolezze umane contrapposte alla virilità mussoliniana.

RECENSIONE. Francesca Pino, Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale, Il Mulino 2023

Francesca Pino, Raffaele Mattioli, una biografia intellettuale, Il Mulino 2023

Il 3 luglio 1942, su carta intestata della Banca Commerciale Italiana- Direzione centrale, Raffaele Mattioli scrive a Piero Calamandrei per ringraziarlo del dono dell’Inventario della casa di campagna.

 

Caro professore,

ho ricevuto e letto il suo “Inventario”. RingraziarLa è poco – se non Le spiego come l’ho già ringraziata. E quindi Le dirò che ho letto il Suo libro il giorno di San Pietro; e quando mi sono reso conto della fortuita felice coincidenza, Le ho espresso in cuor mio con etimologica “simpatia” un augurio che voleva, e vuole, essere anche il più idoneo ringraziamento per il gusto che presi a quella lettura, così dal punto di vista estetico come dal punto di vista sentimentale.

Spero di avere presto il piacere di conoscerLa personalmente.

Con molti cordiali saluti, mi creda

dev.mo

Mattioli

 

I due non si sono mai incontrati, ma svilupperanno poi un intenso rapporto, soprattutto in campo culturale, e Piero sarà un grande apprezzatore della collana dei classici della Ricciardi, promossa da Mattioli. Tale relazione si può ricostruire ora anche con l’immissione online dei carteggi di Piero Calamandrei, progetto congiunto dei quattro archivi che ne custodiscono le carte, dal nostro a quelli dell’Istituto storico della resistenza in Toscana, del Museo storico del Trentino e della Fondazione Centro d’iniziativa giuridica Piero Calamandrei di Roma.

La lettera sopra riprodotta fa parte delle più di duecento ricevute a proposito dell’edizione privata dell’Inventario, che testimonia di una rete di interlocuzione in cui si prepara la classe dirigente della futura Repubblica. Le lettere sono custodite nel nostro Archivio e una selezione ne sarà riprodotta in una riedizione dell’Inventario che la casa editrice Edizioni di storia e letteratura sta preparando.

Per approfondire la conoscenza della personalità di Mattioli, economista, manager bancario e uomo di cultura, viene in soccorso questo ritratto di Francesca Pino, curatrice di archivi bancari e di impresa e già autrice di un profilo di Mattioli quanto alla formazione della classe dirigente (Aragno 2023). Attingendo a documenti, scritti e carteggi, Francesca Pino ricostruisce l’impegno sociale e culturale che animò uno dei protagonisti del nostro Novecento.

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi, Simone Pieranni, 2023

Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi, Simone Pieranni, 2023

Questo che ci offre Pieranni con Tecnocina, Storia della tecnologia cinese dal 1949 a oggi (add editore, Torino 2023)) è un ritratto sfaccettato di un Paese che ha scelto di procedere in modo autonomo in molti campi, dalla politica alla tecnologia. In un percorso che va da Mao a Xi Jinping si narra come, attraverso l’innovazione tecnologica, la Cina ha costruito la sua autonomia dall’Occidente, conferendo all’avanzamento scientifico un ruolo non solo di investimento economico ma di base del modello politico cinese e della sua capacità di egemonia globale.

Nella postfazione l’autore spiega l’inizio secco al 1949 adducendo l’opera monumentale di Needham sulla storia della scienza cinese, tanto per ricordarci che prima c’è un percorso lungo e fecondo quanto quello della scienza occidentale, con un famoso ed enigmatico punto d’arresto nelle applicazioni pratiche. Tuttavia andrebbe fatto qualche cenno almeno al periodo della rivolta contro il “secolo delle umiliazioni” e al culto della scienza come religione laica che ha accompagnato la nascita della Repubblica e soprattutto il grande movimento del 4 maggio 1919 che ha gettato le basi della Cina moderna.

Sulla scia dei tentativi di spiegare la sconfitta nazionale a partire dalle guerre dell’oppio e della penetrazione coloniale nel XX secolo si sviluppa un vivissimo interesse non solo per i prodotti tecnologici (soprattutto bellici) occidentali ma per la mentalità che ne ha consentito lo sviluppo: di qui l’interesse per il positivismo e successivamente per il pragmatismo di Dewey – egemonico nel Kuomintang Egemonia di Dewey, affiancato a sinistra dal pensiero anarchico e socialista. Neppure sarebbe da sottovalutare il soggiorno lungo un anno di Bertrand Russell nel 1920 all’università di Pechino e in giro per conferenze in tutto il Paese. A una di queste partecipò, con rilievi critici, il giovane Mao, di cui è documentato l’interesse per la dottrina einsteiniana della relatività e ancor più per le teorie quantistiche, nel tentativo di innestarlo sull’approccio cosmologico taoista e sulla sua visione della contraddizione come tratto universale della realtà.

Scrive al proposito Pieranni: «Mao Zedong aveva un interesse particolare per la fisica, con cui pensava di poter spiegare scientificamente la sua filosofia. Gli piaceva parlare con i fisici e – dopo la presa del potere – si circondava delle migliori menti della scienza cinese, uomini e donne che dopo la vittoria della rivoluzione comunista erano tornati in Cina per prendere parte alla nascita di una nuova società. Egli credeva fermamente che l’elettrone potesse essere divisibile e le prime discussioni a riguardo risalgono al periodo in cui sentiva la necessità di costruire una bomba

atomica. Non a caso, poco prima dell’esperimento atomico cinese, nel 1964, si diffusero su scala nazionale dibattiti su concetti quali “uno si divide in due” e “due si uniscono in uno”. La sua fissazione era allora la fisica delle particelle elementari, da cui traeva la corretta applicazione della dialettica marxista attraverso tensioni e cambiamenti» (p. 15). In particolare era convinto che la teoria della relatività di Einstein potesse essere il suo referente scientifico, senza nessun dei dubbi e delle avversioni che circolavano in ambiente sovietico. «La sperimentazione scientifica per Mao è importante per due motivi: serve a rimettere in piedi il Paese e a confermare le sue tesi sulla dialettica, sul materialismo storico e sulla lotta di classe come motore della storia. […] Mao in quel periodo ha fretta, non c’è solo da ricostruire la Cina, c’è una nuova società da creare» (pp. 15-16).

Per ragioni economiche e militari, il sorgere della Repubblica e la guerra di Corea implicano una stretta collaborazione con i sovietici (rispetto a cui fino allora l’esperienza cinese era stata fedele a parole ma sostanzialmente indipendente) e Mao stesso deve confrontarsi con una forte tendenza filo-sovietica verso cui è diffidente. Non a caso il cripto-sovietico Chen Boda, vice-presidente dell’Accademia delle Scienze, nel 1955 sostiene che i sovietici hanno sintetizzato anche tutta la ricerca “buona” occidentale. I modelli scientifici ed economici sovietici vengono largamente adottati e anche le ideologie deteriori come la biologia di Lysenko, che tuttavia incontra, per fortuna dei contadini, molte resistenze tanto Mao in persona interviene per sollecitare nel 1957 la ristampa sul “Quotidiano del popolo” dell’intervento “morganiano” di Li Ruqi al simposio sulla genetica di Qingdao dell’anno precedente.

Fra il 1954 e il 1957 Mao esprime una serie di critiche (rese pubbliche un decennio dopo) sia ai testi canonici staliniani (Problemi economici del socialismo in Urss, 1952) che alle posizioni di Krusciov e Togliatti, il cui punto fondamentale (tutto politico) è la continuazione della contraddizione come conflitto di classe dopo la conquista del potere, stavolta all’interno del Partito – da cui consegue un  diverso atteggiamento verso la neutralità della scienza e la mitizzazione dello sviluppo delle forze produttive. Dunque, paradossalmente, tanto un’apertura molto maggiore verso modelli scientifici e rami tecnologici non-standard (rispetto all’esperienza sovietica) quanto il lancio della rivoluzione culturale, con la sua sospensione per parecchi anni delle attività istituzionali di ricerca –eccetto l’area militare e la medicina ed agronomia tradizionali, dove si registrano importanti scoperte, come l’uso antimalarico dell’artemisia (con Tu Youyou) e la sperimentazione del riso ibrido con Yuan Lonping. La combinazione di questo orizzonte con il rientro patriottico di scienziati formatisi in Occidente spiega molto del precoce approccio cinese all’informatica e alla quantistica che fa l’originalità e l’alternatività cinese rispetto all’Urss e in seguito la migliore fuoriuscita dalla crisi del sistema socialista.

 

Il balzo più vistoso nell’evoluzione tecnologica si verifica però, dopo la chiusura della Rivoluzione culturale e la morte di Mao, con la presa del potere da parte dell’«accelerazionista» Deng Xiaoping, con le “quattro modernizzazioni” e la gestione operativa della sua covata  (Jang Zemin e Hu Jinbao), culminante nel programma 863. I nerd vanno al potere ma in quanto la competenza tecnocratica è sanzionata dalla fedeltà alla linea del Partito. Abbiamo così una modernizzazione senza occidentalizzazione della società e dei costumi (democrazia compresa), ma solo dei consumi e delle tecniche produttive – comunismo conclamato e capitalismo spinto. Pieranni mostra poi la crescente tendenza, a partire dagli anni Dieci, a fare dell’autosufficienza tecnologica un modello per tutto il Sud globale. Questa aspirazione egemonica caratterizza il periodo più recente della storia cinese, quella che ormai si delinea come l’era di Xi Jinping. In essa, per un verso, si compie il passaggio della Cina da “fabbrica del mondo” (produzione di massa a basso costo) a “mercato del mondo” (che assorbe prodotti occidentali) fino a superpotenza tecnologica specializzata in lavorazioni di alto livello, dal made in China al created in China.  Il calcolatore quantico fondato sui qubit è il punto d‘arrivo di un percorso iniziato con la curiosità del giovane Mao per la divisione delle particelle atomiche. Senza il comunismo però.

Il progresso nei settori elettronici d’avanguardia si manifesta però anche in una deriva crescente verso una società autoritaria della sorveglianza e del controllo, che viene immediatamente esportato in altri paesi. L’accresciuta presenza del Partito e dello Stato, a spese dell’anarchia e del potere concorrente di grandi gruppi privati riferiti al mercato globale segna un passaggio (sempre per tenerci a correnti storiche indigene) dallo spontaneismo confuciano dell’era di Deng  al neo-legismo di Xi. I suoi successi più vistosi (e preoccupanti) sono il firewall Grande Muraglia, il riconoscimento facciale, il Golden Shield Project di centralizzazione dei dati con finalità poliziesche. Errori riconosciuti: il disastro del figlio unico.  

Il presente è segnato dalla Via della Seta – che peraltro non implica innovazioni scientifiche ma applicazione riassuntiva di tipo logistico ed è fortemente osteggiato dagli Usa e satelliti europei. IA e ricerca spaziale sono le prossime tappe e la produzione di semi-conduttori il problema più acuto ma non irresolubile all’odg.

[Augusto Illuminati]

RECENSIONE. Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza 2023

Chiara Colombini, Storia passionale della guerra partigiana, Laterza 2023

Con acribia e contando su autorevoli consulenti come Giovanni De Luna, Giuseppe  Filippetta e Aldo Agosti, menzionati nei ringraziamenti finali per gli scambi intercorsi nell’elaborazione del progetto, Chiara Colombini prosegue nel suo lavoro sulla resistenza, prima indagata nella sua versione piemontese, poi nel manuale divulgativo della serie Fact-checking curata da Carlo Greppi per rispondere agli interrogativi più frequenti (Ma i parigiani però), ed ora esplorata sul versante dei sentimenti, o meglio delle passioni che hanno animato i resistenti. E l’orizzonte si allarga alle individualità che scelsero di combattere e ai loro dilemmi interiori, sui monti e nelle città, nelle diverse declinazioni che la resistenza assunse nella penisola.

Perché diverse sono le esperienze nella frastagliata guerra civile, a seconda della formazione, dell’ambiente d’origine e della fede religiosa, che modulano il vissuto quotidiano dei combattenti, uomini e donne colti in quel contesto attraverso diari e carteggi coevi. Chiara Colombini ha trascelto materiali contemporanei, evitando le ricostruzioni a posteriori, inficiate dai bilanci, dalle delusioni o dai rimpianti, e ci fa rivivere i sentimenti dei protagonisti in presa diretta. L’autrice dichiara di aver voluto “avvicinarsi ai protagonisti con una chiave di comprensione quasi viscerale” e si muove nel solco della lezione di Claudio Pavone “che ha dato un rilievo nuovo e centrale agli individui e alla loro soggettività.

L’autrice si rende conto del limite delle sue fonti scritte: “affidarsi a diari e carteggi porta con sé anche un limite di natura sociale: permettono infatti di avvicinarsi alle vite di chi ha maggiore dimestichezza con la scrittura” e dunque di concentrarsi su figure di intellettuali e studenti. Eppure è convinta di trovare in quelle scritture coeve testimonianza di una scelta individuale che si coniuga con motivazioni più collettive:

“In fondo, che le aspirazioni e i sentimenti più privati coesistano con motivazioni e passioni rivolte a ciò che è pubblico e riguarda tutti è inevitabile. Perché la Resistenza è di certo un’esperienza al massimo grado politica, che guarda al futuro e alla costruzione di una nuova società, e di certo è un impegno soprattutto collettivo, dal momento che al di fuori di un legame ideale e organizzativo con gli altri non è materialmente possibile, ma al tempo stesso ha un’ineliminabile radice individuale, una «dimensione essenzialmente solitaria».

Paura, coraggio, dolore, disperazione, amore e voglia di vivere, sono tanti i sentimenti che sono analizzati, e che ci rendono quei combattenti più vicini.

Tra i testi esplorati c’è il diario di Franco Calamandrei, mio padre, custodito ora all’Archivio del Senato ed edito con il titolo La vita indivisibile (Giunti 1998). È indubbio che quella scrittura in contemporanea facesse scattare in Franco l’impulso a tornare sopra quegli anni giovanili con la consapevolezza acquisita a posteriori, in un progetto di romanzo rimasto incompiuto che è stato edito nel volume Le occasioni di vivere (La Nuova Italia 1995). E la forza di quelle pagine, apprezzate da Romano Bilenchi, è valsa anche alla geniale rielaborazione che ne ha fatto Davide Orecchio per il suo Storia aperta (Bompiani 2021). Sono felice che quelle pagine giovanili continuino a circolare e a nutrire riflessioni, così come sono contenta che Chiara Colombini abbia potuto attingere alle carte messe a disposizione da Piero Battaglia e Franca Gigliani dagli archivi privati del grande storico Roberto Battaglia (stampato in proprio): perché quella documentazione coeva della Divisione Lunense completa la sua testimonianza dell’immediato dopoguerra in Un uomo, un partigiano Il Mulino 2004), soprattutto sul tema della “giustizia partigiana”:

“Nati come fuori legge, tendevamo per istinto a ritornar nella legge, ossia a creare un nostro “codice”, di cui la responsabilità fosse comune, alle cui formule si potesse ricorrere nei momenti di incertezza. Come ogni altra cosa, anche l’uccisione o la vendetta erano lentamente e continuamente sottratte al criterio del singolo”.

E le carte della Divisione lunense sono anche illuminanti sul tema della relazione tra bande partigiane e popolazione civile. Ma qui stiamo andando oltre l’approccio prescelto dall’autrice, anche se è inevitabile ed utile, e capita anche per altri casi, di dover coniugare le riflessioni e testimonianze individuali con la documentazione d’epoca.

La chiave di lettura “viscerale” scelta vuole parlare più direttamente al cuore dei lettori, soprattutto giovani, avvinandoli ai sentimenti di coloro che hanno combattuto per un migliore avvenire.

 

[Silvia Calamandrei]

RECENSIONE. Storie di diritti e di democrazia, Giuliano Amato e Donatella Stasio, 2023

Storie di diritti e di democrazia, Giuliano Amato e Donatella Stasio, Feltrinelli 2023

Un libro importante, sull’apertura della Corte costituzionale all’interlocuzione con la società civile, sull’impegno di trasparenza e di alfabetizzazione costituzionale, sui viaggi nelle scuole e nelle carceri, sui temi controversi su cui si è trovata ad intervenire. La svolta impressa da Paolo Grossi e proseguita dai suoi successori, a valorizzare questo fondamentale strumento di garanzia dei cittadini, viene raccontata con ricchezza di esempi da Donatella Stasio, giornalista responsabile a lungo della comunicazione della Consulta, e Giuliano Amato, che è stato presidente della Corte fino al grande concerto di Piovani sulle Eumenidi al Quirinale, momento alto di visibilità del ruolo della suprema garante della Costituzione. La Costituzione si è davvero “mossa”, come salutava Calamandrei commentando la prima sentenza della Corte nel 1956, all’epoca per abrogare le leggi fasciste, ma in seguito, sempre di più, per verificare la conformità costituzionale delle leggi adottate. Nel libro si esaminano anche i rischi di un indebolimento di questo controllo di conformità, dagli Stati Uniti ad alcuni paesi europei, e si auspicano paletti alle derive autoritarie degli esecutivi, a scapito dei poteri di controllo e bilanciamento. La questione ci riguarda. In epoca di populismi e di derive autoritarie degli esecutivi molte corti sono soggette a tentativi di riduzione dei poteri. Aprendo un dialogo fattivo con la società civile, visitando scuole e carceri, avviando una campagna di comunicazione con le nuove tecnologie, la Corte italiana ha intrapreso una alfabetizzazione costituzionale per rendere i cittadini più consapevoli dei loro diritti. Con uno stile vivace l’esperienza recente viene ripercorsa traendone un bilancio positivo.

[Silvia Calamandrei]