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Author: RedazioneBM

RECENSIONE. Paolo Tranchina, Psicoanalista senza muri, Diario da una istituzione negata, 2023

Paolo Tranchina, Psicoanalista senza muri, Diario da una istituzione negata, Moretti e Vitali, Bergamo 2023

 

Il diario dell’esperienza aretina di Paolo Tranchina ci riporta ai primi passi sperimentali che sarebbero approdati alla legge 180, passi intrapresi da psichiatri e psicoanalisti coraggiosi che da Gorizia ad altri luoghi cominciarono ad abbattere le mura dei manicomi, in dialogo con infermieri e pazienti, costruendo soluzioni alternative di cura.

La felicità del racconto sta nel fatto che si tratta di un itinerario faticoso, descritto senza infingimenti, con tutte le contraddizioni e le paure che si scatenano quando si va controcorrente, si mettono in discussione le teorie e le pratiche consolidate da secoli e si innesca un processo nuovo con una pluralità di protagonisti, malati compresi.

È un percorso tra i tanti che segnarono le acquisizioni degli anni Settanta, liquidati poi come “anni di piombo” ma in verità disseminati di esperienze di partecipazione e cittadinanza attiva che avrebbero cambiato il volto dell’Italia, facendo passi da gigante nell’attuazione del dettato costituzionale, dal divorzio, al diritto di famiglia, al diritto all’aborto.

C’è un intreccio tra impegno professionale e impegno sociale e politico che contrassegna l’operato di Tranchina e che appartiene ad una stagione di mobilitazione e associazionismo diffuso. E nelle sue pagine tutto ciò emerge con semplicità, senza orpelli ideologici, con l’orgoglio di aver intrapreso la lunga marcia nelle istituzioni in una delle istituzioni più difficili e totalizzanti, l’ospedale psichiatrico.

Rivisitare le origini di una delle legislazioni più avanzate in tema di salute mentale, che alcuni vorrebbero rimettere in discussione, ci aiuta a posizionarci rispetto alla tematica della salute mentale oggi giorno, quando la consapevolezza è probabilmente più diffusa e la cultura più aperta, ma la strumentazione è ancora estremamente carente.

Molto pertinenti le osservazioni nella nota finale della figlia giurista Teresa, sulla valenza costituzionale della riforma dell’assistenza psichiatrica:

“Perché vedi babbo, alla fine avete talmente cambiato la percezione del matto nella società, da modificare il Codice Civile. Cioè avete aggiunto l’Amministrazione di sostegno alla Tutela e alla Curatela che esistevamo dai tempi del Diritto Romano. Perché siete andati così oltre il campo della psichiatria da pervadere la società, da attuare davvero il principio personalista della Costituzione italiana, che ha senso solo se parametrato su tutti i cittadini, compresi i pazienti psichiatrici”.

Il padre, che confessa di non averci pensato, può ben esclamare orgogliosi:

“Sì, perché noi abbiano fatto la rivoluzione, noi abbiamo aperto i manicomi. Noi abbiamo cambiato il mondo”.

Il libro è arricchito da introduzioni, prefazioni e note di Alessandro Ricci, Lidia Campagnano, Graziano Valent e Maria Rosa Tinti, Cesare Bondioli, Paolo Serra , Maria Pia Teodori e Teresa Tranchina

[Silvia Calamandrei]

 

LABORATORI ESTIVI PER BAMBINI

Anche questa Estate la Biblioteca di Montepulciano offre ai suoi piccoli lettori (dai 3 ai 9 anni) laboratori settimanali legati alle storie, ai libri ma anche al “fare” qualcosa tutti insieme.

leggi la locandina per scoprire cosa abbiamo pensato per Voi!

 

 

ELIO BERNABEI ricordato da Silvia Calamandrei durante la presentazione del libro di Mario Avagliano

 

Ricordando Elio Bernabei a Montepulciano nell’80mo anniversario della strage delle Ardeatine i familiari ci hanno donato alcuni preziosi documenti che attestano come già dalle prime commemorazioni il suo sacrificio ha nutrito lo spirito di resistenza e di costruzione di una nuova Italia, democratica ed antifascista.

Nel funerale tenuto a Montepulciano nel gennaio del 1945, con il Nord Italia ancora impegnato nella battaglia contro i nazifascisti, l’esempio di Bernabei è stato evocato in funzione della resistenza e della ricostruzione, e così è avvenuto nel ricordo a Roma, nel primo anniversario, da parte dei suoi compagni ferrovieri.

Bernabei è uno dei tanti resistenti che furono rastrellati nelle carceri di Roma, con la collaborazione dei fascisti italiani che ne compilarono la lista, per alimentare la sete di vendetta degli occupanti nazisti che sarebbero di lì a poco stati scacciati. Ed oggi lo ricordiamo insieme ad altri caduti quel 24 marzo del 1944, in questo itinerario per l’Italia che Avagliano e Palmieri stanno conducendo nei luoghi di origine dei martiri, ricostruendone le radici molteplici, ma tutti uniti da un impegno di resistenza e di aspirazione ad un mondo migliore, un filo rosso che traccia la variegata storia della resistenza al nazifascismo, articolata nei vari territori ma unita da uno spirito comune che avrebbe consentito di porre le basi della nostra Costituzione.

Fin dall’annuncio di questo itinerario ci siamo riproposti di aderire e di condividerlo, poiché il monumento ai caduti delle Ardeatine può essere considerato il vero monumento della resistenza italiana, quello che nella lapide ad ignominia a Kesselring veniva così descritto.

Ma soltanto col silenzio del torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.

Ci piace ricordare un passo del discorso che tenne il Sindaco di Montepulciano Lucangelo Bracci Testasecca, prima che l’intera Italia fosse liberata, un passaggio che sottolinea la consapevolezza della scelta di Bernabei- smentendo chi a sostenuto che “furono uccisi solo perché italiani”. Pensa alle riflessioni che avrà avuto nelle sue “tristi notti d’ostaggio”:

“sapendo di essere ostaggio (ed essere ostaggio di tedeschi e di fascisti) e sapendo, per averne fatto parte, che fuori della prigione non sarebbero mancati gli atti ardimentosi dei suoi compagni che avrebbero compiuto quel gesto che lo avrebbe condotto al supplizio”.

E ne trae incoraggiamento per il “lavoro lento e faticoso della ricostruzione”, invocando uno spirito d’unità che era venuto meno all’indomani della Grande Guerra. Non a caso rievoca le manifestazioni del 1922 a Montepulciano, in onore del Milite ignoto, che furono turbate dalle violenze squadriste e fa riferimento alla lapide ancora oggi nel cortile del Palazzo comunale in onore dei caduti della Grande Guerra. Fu una lapide di discordia, come è stato rievocato in un volume a suo tempo pubblicato, e nel 1945 Bracci incoraggia ad avanzare in concordia nell’opera di ricostruzione.

Mentre Bernabei veniva accolto nel cimitero di Santa Chiara la lotta di liberazione era ancora in corso, e in questo ottantesimo che celebra la liberazione del Centro Italia possiamo meglio renderci conto di quanto la resistenza sia stata articolata e variegata nelle varie parti d’Italia. Lo stesso Bernabei, commemorato dall’Azione cattolica e dal Partito d’Azione di Montepulciano per la sua appartenenza al gruppo dei cristiano sociali quivi formatosi tra i giovani, cadeva pochi giorni prima della vittoriosa battaglia di Monticchiello in cui combatterono alcuni dei suoi compagni ed amici. E in quei giorni Piero Calamandrei si amareggiava in Umbria sulle sorti della sua Toscana e dei suoi compagni fiorentini, senza notizie da Montepulciano. Realtà diverse anche a poche centinaia di chilometri di distanza.

Rievocare oggi insieme alcuni dei caduti alle Fosse Ardeatine, originari di questi territori,  ci aiuta a consolidare una identità condivisa, fondata sul lascito iscritto nella nostra Costituzione dalla resistenza civile ed armata al nazifascismo.

[Silvia Calamandrei]

E’ on line il PORTALE CARTEGGI PIERO CALAMANDREI “Un caleidoscopio di carte”

On line le scansioni dei documenti della corrispondenza di Piero Calamandrei! 

questo il link:

Archivio Calamandrei – Un caleidoscopio di carte

Le quattro istituzioni che custodiscono le carte di Piero Calamandrei (l’ISRT di Firenze, la Biblioteca Archivio Piero Calamandrei di Montepulciano, la Fondazione Centro di iniziativa giuridica Piero Calamandrei di Roma e la Fondazione Museo storico del Trentino), riunite nel progetto di inventariazione e digitalizzazione di tale patrimonio documentario, annunciano la presentazione il 14 maggio alle 15.30, nella sede della Soprintendenza archivistica della Toscana ( Firenze ,via dei Ginori 7) della strumentazione per la consultazione in rete dei carteggi di Piero Calamandrei.

Grazie agli sforzi congiunti e ai finanziamenti della Direzione generale Archivi del Ministero della cultura, nonché alla preziosa collaborazione della Soprintendenza Toscana che ci ospita, è stato possibile realizzare una prima significativa tappa del percorso delineato nel convegno “Un caleidoscopio di carte” del 2009 a Montepulciano, sotto il patrocinio della Presidenza della Repubblica, per mettere a disposizione degli studiosi e del pubblico le carte del giurista e costituzionalista su una piattaforma digitale.

RECENSIONI. Fosse Ardeatine e via Rasella: nuove ricostruzioni e narrazioni nell’80mo anniversario

Fosse Ardeatine e via Rasella: nuove ricostruzioni e narrazioni nell’80mo anniversario

 

Lutz Klinkhammer e Alessandro Portelli, La fiera delle falsità, Donzelli 2024

Mario Avagliano e Marco Palmieri, Le vite spezzate delle Fosse Ardeatine, Einaudi 2024

Dino Messina, Controversie per un massacro, Solferino 2024

Antonio Iovane, Il carnefice, Mondadori 2024

 

Nell’ottantesimo dal massacro delle Fosse Ardeatine, vendetta efferata nazifascista dopo l’attentato del 23 marzo contro i Bozen che sfilavano a via Rasella, molte trasmissioni televisive, saggi e romanzi sono intervenuti a rivisitare quegli eventi, sgombrando il campo dalle tante falsificazioni o vulgate e ripristinando il contesto e la sequenza dei fatti in quella primavera romana che prelude alla Liberazione.

Il dialogo tra uno storico tedesco e italiano, Klinkhammer e Portelli, oltre a fornire tante precisazioni sull’occupazione tedesca a Roma, la composizione delle sue forze militari e di polizia e la natura del corpo di polizia di origine altoatesina, nonché sulla dinamica decisionale della “rappresaglia” (non ci fu nessun ordine scritto di Hitler) e le reazioni in seno ai comandi del CLN, si interroga sulle ragioni delle distorsioni interpretative, intervenute fin dal primo commento dell’”Osservatore romano”. I due studiosi si soffermano anche sulle responsabilità fasciste italiane nella selezione dei condannati e più in generale sui crimini di guerra di cui il fascismo italiano si è macchiato.

Portelli definisce la strage come “l’unica vera strage metropolitana in Occidente. La composizione delle vittime riflette la demografia del paese: tutte le regioni, tutti i quartieri, tutti i mestieri, tutte le identità politiche e religiose, tutte le età…c’è dentro l’Italia intera. Le Fosse Ardeatine dovrebbero essere il vero monumento all’unità nazionale”.

Si può dire che Avagliano e Palmieri lo abbiamo preso in parola offrendoci le storie delle 335 vittime dell’eccidio, una sorta di Spoon River italiana, composta grazie all’accurato lavoro condotto negli anni dall’Anfim (Familiari vittime) con l’ausilio del Museo della Liberazione di Roma, il Ministero della Difesa, l’ANPI e la Comunità ebraica, per mettere a punto le schede biografiche e portare a termine i riconoscimenti, anche grazie a tecniche più sofisticate di identificazione. Solo tre dei caduti restano non identificati, mentre ai 335 si è aggiunta una donna, uccisa perché stava raccogliendo cicoria nelle vicinanze ed era un testimone da sopprimere.

Tra le biografie anche quella dell’ingegnere poliziano Elio Bernabei, protagonista attivo della resistenza romana per il Partito d’Azione.  Un monumento alla memoria che ha la valenza delle Lettere dei condannati a morte della resistenza e che giustamente viene presentato in tutta Italia con un percorso itinerante degli autori che toccherà anche la nostra zona. Leggendo si constaterà che non sono stati “uccisi solo perché italiani”, come ha dichiarato qualcuno, ma che oltre ai tanti ebrei la grande maggioranza apparteneva alla Resistenza al nazifascismo.

Sintesi divulgativa assai completa ed accurata è quella di Sebastiano Messina, che offre anche una bibliografia essenziale ed una panoramica delle diverse interpretazioni e prese di posizione (Ottant’anni di polemiche) dopo una narrazione dei fatti e dei processi che seguirono, fino a quello a Priebke e alla sentenza del 1999 della Cassazione che ribadisce che l’azione di via Rasella fu “legittimo atto di guerra”.

Per una narrazione avvincente della vicenda Priebke che si legge come un romanzo giallo, e in cui l’autore si implica e si interroga interagendo coi fatti e coi protagonisti, bisogna affidarsi alla narrazione di Antonio Iovane, già maestro di intrecci su fatti storici recenti a proposito del brigatismo e del sequestro Moro.

 

[Silvia Calamandrei]

 

 

RICORDI DI GIUSEPPE MOMICCHIOLI. Trascrizione di una registrazione a cura di Judith Pabian

TRASCRIZIONE IN SINTESI DELLA REGISTRAZIONE

 

Giuseppe Momicchioli

lunedi’ 2 maggio 2016

Gruppo b, residenti sopravvissuti

 

 

 

Nato il 20 maggio 1934 a Montepulciano (Vecchio Ospedale).

 

Giuseppe era il quarto figlio e ultimo figlio della sua famiglia. I suoi tre fratelli morirono da piccoli prima della sua nascita. Alla sua nascita sua madre aveva 40 anni e il padre 41. All’inizio la famiglia (Giuseppe, il padre, la madre e i nonni) abitava nel piccolo Borgo di San Pietro sotto la Fortezza. Poi si trasferirono a via Roma al numero 18, – la stessa via in cui abitava Bozzini così come quasi tutti gli altri membri del Partito Socialista.

 

La famiglia di Giuseppe è nativa di Montepulciano. Nel 1600 a Montepulciano c’erano 50 famiglie che si chiamavano Momicchioli. (Altri cognomi della zona: Del Toro, Bozzini, Mangiavacchi).

 

Durante la guerra lui era ancora ragazzo e andava regolarmente alla messa nella chiesa di S. Agostino. La chiesa era un luogo d’incontro per i ragazzi, dove venivano organizzate sia attività ricreative che educative. La parrocchia offriva aiuto scolastico. Infatti Giuseppe è ancor oggi estremamente grato per ciò che la chiesa fece per lui a quell’epoca.

 

La famiglia del padre era di origine contadina. Nel 1912, a 18 anni, il padre di Giuseppe (suo Babbo) andò militare e poi volontario nella Prima Guerra Mondiale fino al 1919. Pertanto fece tutte le maggiori battaglie durante la guerra (combatte’ sul fronte al Piave, Isonzo, sul Carso).

Si sposò nel 1920 al ritorno dalla guerra.

 

Il padre e la madre di Giuseppe si fidanzarono prima della guerra. La famiglia della madre tuttavia era molto numerosa (9 figli, di cui 5 femmine) e povera. Nel 1917-18, il nonno di Giuseppe organizzò il fidanzamento e il matrimonio di due delle figlie che si sarebbero dovute sposare lo stesso giorno.

Il giorno del matrimonio, già sull’altare di fronte al prete, la madre di Giuseppe si rifiutò di sposare l’uomo che il padre le aveva scelto.

Il padre di Giuseppe tornò dalla guerra nel 1919 e nel 1920 i suoi genitori si sposarono.

 

Dopo la guerra divenne un operaio agricolo. In realtà il comune offriva come ricompensa ai reduci di guerra un posto come vigile urbano. Il padre inizialmente accettò il posto, ma poi quando gli dissero che per avere quel posto bisognava iscriversi al partito fascista rifiutò. All’epoca coloro i quali si allineavano alla visione socialista non si chiamavano veramente socialisti ma “liberi pensatori”.

 

Nel 1936, il padre di Giuseppe comperò un orto vicino alle mura che pagò 6.000 lire. L’orto fu la fortuna della famiglia perché durante la guerra forniva tutto il necessario per la prima sopravvivenza (frutta, verdura ecc.). Nel 1941 con i ricavati dell’orto, il padre di Giuseppe acquistò un piccolo negozietto di generi alimentari per la madre. In realtà quando venne la guerra non fecero particolare fortuna, perché durante la guerra non c’era niente da vendere. Ad un certo punto l’avevano quasi riconvertito e vendevano cordami, mestoli ecc., tutto ciò che si trovava in commercio e poteva essere rivenduto. Giuseppe ricorda che il padre una volta andò addirittura fino ad Arezzo in bicicletta per prendere cose da vendere nel negozio.

 

La gente si procurava il cibo nelle campagne. In paese c’era molto poco e il commercio avveniva con il baratto tra la gente di città e i contadini. Tutti si accontentavano di molto poco.

 

Giuseppe durante la guerra aveva 10 anni.

Nel campanile di S. Agostino ci sono 4 finestre circolari con una feritoia centrale in cui c’erano 4 mitragliatrici con 4 partigiani. Uno dei partigiani era un vicino di Giuseppe. La mamma tutti i giorni gli mandava il pranzo e Giuseppe era responsabile per portare il pacchetto del cibo. Il parroco sapeva che questo avveniva e lasciava sempre aperto il passaggio.

 

Un giorno al ritorno dal campanile di S. Agostino, due ufficiali tedeschi guardavano e indicavano il campanile. Giuseppe tornò in chiesa, avvertì il prete che a sua volta avvertì i partigiani. Quando il prete tornò fuori dalla chiesa, i tedeschi erano spariti. Forse c’era stato un fraintendimento e gli ufficiali stavano semplicemente osservando la bellezza del campanile.

 

Giuseppe non portava mai messaggi, solo il cibo. C’erano delle persone che sapevano della presenza dei partigiani e dove erano dislocati. Da una parte c’era il vescovo Giorgi che mandava messaggi ai partigiani. Il vescovo aveva dei referenti in campagna, che a loro volta informavano i contadini nei boschi.

 

Le campagne erano schierate chiaramente con i partigiani. Ovviamente c’erano anche delle spie, ma queste spie erano ben conosciute e quindi si stava molto attenti. Le campagne erano molto importanti. Tutte le azioni partigiane vennero supportate dai contadini.

 

Tra partigiani c’erano comunisti, socialisti, demo-cristiani, indipendenti (cioè apolitici, coloro che si erano rifiutati di essere militari o coloro che non erano ancora partiti che avevano all’incirca 20 anni). Tutti collaboravano indipendentemente dalla tendenza politica.

 

 

Dopo la guerra Giuseppe diventò medico. Il sindaco Berti, che era anche presidente dell’ospedale, gli voleva dare la precedenza per una posizione in ospedale perché si ricordava del fatto che Giuseppe aveva aiutato nel portare il cibo ai partigiani durante la guerra. Giuseppe rifiutò l’offerta e decise di fare il medico libero professionista.

 

Durante l’occupazione della zona ci furono numerose azioni dei partigiani. Ad esempio i fatti di Pianoia (tra Montepulciano e Monticchiello): i fatti di Pianoia avvennero per colpa di una spia. A Pianoia c’era un gruppo di partigiani rifugiati dentro una villa, tra cui il capo dei partigiani Vincenzo Cozzani (vice-comandante generale). Durante l’attacco Cozzani stava scrivendo una lista di tutti i partigiani della zona. Quando venne avvertito dell’attacco dei tedeschi, cercò di scappare dalla villa. I tedeschi gli spararono e venne catturato e portato in carcere a Torrita.

Durante il tragitto, vide due persone a piedi e riconobbe un amico (Gastone Marelli) a cui passò la lista dei partigiani.

 

Vincenzo Cozzani era un ex-marinaio militare che aveva nobili origini.

Non si sa se era monarchico o repubblicano.

 

Da Torrita lo trasportarono in carcere a Siena dove lo torturano psicologicamente e fisicamente per fargli dire i nomi di tutti i partigiani. Vincenzo non confessò.

Vincenzo riuscì a scappare insieme ad un compagno di cella tedesco che per errore aveva ucciso un altro tedesco. Vincenzo non voleva portare con sé il tedesco ma, preso da compassione, decise di portarselo con sé durante la fuga. Durante la fuga si fermò presso una casa di contadini che lo aiutarono.

Quando tornò a Montepulciano, Giuseppe, la sua famiglia e la famiglia di Cozzani erano dentro un rifugio anti-aereo (La famiglia Cozzani infatti abitava nella stessa casa di Giuseppe).

A mezzanotte bussarono alla porta del rifugio ed era il maresciallo dei carabinieri che era venuto ad informare la madre di Vincenzo che Vincenzo era fuggito dal carcere ma che stava bene.

 

Le madri non potevano aiutare i partigiani perché erano seguite dai tedeschi e controllate.

 

 

A Montepulciano c’era il comando dei tedeschi per tutto il tempo della guerra. Il comando tedesco era nella scuola.

 

Ci furono 2 fasi dell’occupazione della zona:

La prima fase, quando i tedeschi erano principalmente militari ed erano molto disciplinati. Un episodio: una volta un soldato semplice tedesco ubriaco aveva sparato contro la porta di un orefice in centro. Ad un certo punto, arrivò un ufficiale che cominciò a rimproverarlo e picchiarlo per quello che aveva fatto.

La seconda fase cominciò con l’arrivo della divisione di Hermann Goering. Costoro appartenevano tutti alle SS ed erano estremamente crudeli.

 

Le donne aiutavano i partigiani e sapevano tutto ciò che avveniva. Le donne che sapevano e aiutavano di più erano le donne contadine. Le mamme dei partigiani non avevano invece molte informazioni.

 

Il partito socialista di Montepulciano nacque nella bottega del barbiere dove venivano scambiate tutte le informazioni. Tra le persone che frequentavano il negozio del barbiere c’erano: Dr Del Corto, Avvocato Corsini, Calamandrei, Bernabei, Del Toro Cesare. Quando il barbiere venne scoperto fuggì insieme al maestro di scuola di Giuseppe e si rifugiò per un mese nel cimitero locale.

 

La gente aveva molta paura dei tedeschi. Una sera andarono a casa di Giuseppe a cercare delle armi e facevano molta paura.

 

I tedeschi con le donne si comportavano bene; Giuseppe non ricorda episodi di violenza. C’erano alcune donne locali che flirtavano con i tedeschi, ma erano comunque rare.

Mentre quando arrivarono le SS le donne stavano più attente. Ma Giuseppe non ricorda episodi di particolare violenza contro le donne.

 

Problemi con le donne avvennero più quando arrivarono gli Alleati e le truppe marocchine. I marocchini erano violenti con le donne e con gli animali. Non si sa quante donne furono assaltate dai marocchini.

 

I tedeschi consideravano il sapone una cosa molto importante perché ci tenevano particolarmente alla pulizia.

 

Dopo la guerra c’era molta povertà. La povertà era estesa a tutti, anche a coloro che prima della guerra erano signori e possedevano poderi.

 

A Montepulciano c’erano tutte le scuole fino al liceo (liceo classico, scientifico, ragioneria, scuola tecnica). Il liceo classico (che aveva frequentato Giuseppe) esisteva fin dal 1700 ed era inizialmente gestito dalla chiesa e si chiamava Liceo Ginnasio di Montepulciano. Uno dei migliori insegnanti sapeva ben 4 lingue.

Montepulciano era una città culturalmente elevata. C’era anche la scuola per i sacerdoti.

 

In campagna c’erano le scuole elementari. Spesso le maestre di Montepulciano andavano ad insegnare lì.

 

Giuseppe fece l’università a Siena. La scuola medica durava 6 anni ed era una delle migliori di Italia. Giuseppe ce la fece in 6 anni perché aveva un forte desiderio di voler salire di ceto. Giuseppe aveva una gran passione per la lettura, una grande fantasia e una fortissima memoria.

 

La signora di Monticchiello si chiamava Angheben. La figlia si chiama Lucia Angheben e abita a Bologna.

Dopo la guerra la signora Angheben una volta invitò la nostra classe di terza liceo a casa sua. Tutto il liceo andò a casa sua. La sua casa era bellissima con un gran giardino e un pozzo centrale.

Lei generalmente fece da traduttrice per i tedeschi per tutto il tempo in cui i tedeschi rimasero a Montepulciano.

 

Giuseppe ebbe un parente partigiano, era cugino di Giuseppe e abitava a Chianciano (ora morto). Un altro parente fece il partigiano in Sicilia e morì quando il suo sottomarino affondò.

La sua famiglia abitava a Chianciano.