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Una tragedia per la Cina, ma un monito per tutti: “The Killing Wind” di Tan Hencheng (recensione in italiano-inglese)

Tan Hecheng, The Killing Wind, Un distretto della Cina precipitato nella follia omicida durante la Rivoluzione culturale, Oxford University Press 2017 (attualmente disponibile solo in ebook)

La lettura di questa ampio e dettagliato resoconto, scritto in stile vivace e partecipe, ci immerge nell’atmosfera tragica di conflitti feroci che hanno funestato la storia recente della Cina e ci aiuta a capire la difficoltà che permane a elaborare la memoria di un passato la cui eredità pervade il presente. Non va sottovalutato il fatto che questa testimonianza provenga da fonte cinese, e si basi su documentazione raccolta in loco, sintomo di uno sforzo di ricerca storica che si è comunque messo moto.

Sulle orme di Tombstone (Mubei) di Yang Jisheng (il giornalista che ha ricostruito la catastrofe del Grande balzo in avanti e dei suoi quaranta milioni di morti, e che scrive una autorevole prefazione), un altro giornalista cinese si addentra nel resoconto di un’ ecatombe di diversa natura, sia pur molto più delimitata. Ricostruisce la dinamica di una serie di omicidi perpetrati a livello locale al tempo della Rivoluzione culturale, nel distretto Dao (Daoxian) della provincia dell’Hunan, non troppo distante dalla capitale Changsha e dai luoghi natali del Presidente Mao.

Episodi simili devono essere avvenuti in tante altre parti della Cina, le novemila vittime in un ampio distretto rurale sono in linea con le circa duemila nel solo agosto 1966 a Pechino (l’agosto rosso delle Guardie Rosse scatenate dalla parola d’ordine Bombardare il quartier generale),  e con il milione e mezzo di vittime calcolate per l’intera Cina. Sono certo poche in paragone a quanti erano periti all’epoca del Grande Balzo nello stesso distretto, con la differenza che i trentaquattromila del Grande Balzo erano morti di fame e di stenti, mentre questi sono stati ammazzati brutalmente, anche se la condanna a morte è stata talvolta “legalizzata” da sentenze di sedicenti tribunali di contadini poveri e medio-poveri.

Fatto sta che su questo eccidio c’è stata una inchiesta dettagliata nel 1984-86, ad opera di una commissione spedita in loco da Hu Yaobang, il segretario del PCC che contrassegnò una breve fase  liberal-riformista e la cui commemorazione fu  all’origine del movimento del 1989 con l’occupazione della piazza Tien An’men.

Alla fine dell’inchiesta Tan, l’autore di questo ampio reportage, venne incaricato dal suo giornale, assieme ad un reporter della radio provinciale , di valorizzare l’operato della commissione  rendendone note le conclusioni. La gestione riformista di Hu Yaobang incoraggiava la trasparenza e voleva segnare una rottura con il passato, tracciando un bilancio accurato delle responsabilità e raddrizzando i torti.

Le novemila uccisioni concentrate a Daoxian  tra fine agosto e  fine settembre 1967 potevano essere spiegate come semplice conseguenza dell’ anarchia e degli scontri di fazione della fase più acuta della lotta contro “i dirigenti che avevano imboccato la via del capitalismo”, o c’erano delle responsabilità che si potevano ricostruire?  I familiari delle vittime erano convinti che ci fossero numerosi responsabili tra i dirigenti locali, soprattutto quelli che avevano fatto carriera combattendo i vecchi quadri: le masse erano state istigate a procedere ad esecuzioni sommarie, convinte di guadagnare punti di lavoro o di dimostrare il loro zelo rivoluzionario. I parenti  sopravvissuti, non essendo riusciti ad avere giustizia a livello provinciale nella fase di ricomposizione dei conflitti dei primi anni Settanta (si erano anche rivolti a Hua Guofeng, allora dirigente provinciale),   dal 1978 in poi avevano tempestato di petizioni  la dirigenza centrale, contando su  Deng Xiaoping  e l’inaugurazione della politica di riforma. E finalmente avevano trovato ascolto da parte di Hu Yaobang, anche lui originario della provincia .

La prima versione di questa ricostruzione risale al 1986, quando ancora Tan sperava di poterla rendere pubblica. Purtroppo la trasparenza e lo slancio di rettifica durarono poco: Hu Yaobang sarebbe stato messo da parte e condannato all’oblio, ed il fatto che nel 1989 gli studenti siano scesi in piazza per ricordarlo andando incontro ad una nuova repressione non ha certo giovato al processo di accertamento della verità. I risultati dell’inchiesta non sono mai stati pubblicati ed una percentuale minima di responsabili verrà individuata e punita, con pene peraltro leggere (una cinquantina di condannati e con pene inferiori ai dieci anni, emendando addirittura il codice per ridurre le pene per omicidio).

L’autore, che onestamente si chiede se sarebbe stato tra le vittime o tra gli assassini, avendo constatato quanti fossero implicati e corresponsabili dell’ondata omicida dilagata nel distretto (almeno ventimila per novemila morti) ha comunque perseverato nelle sue ricerche, ha pubblicato a Hong Kong, ed ora all’estero con questa versione in inglese.

Il suo è stato un processo di presa di coscienza graduale della difficoltà di fare giustizia se il sistema totalitario di potere si mantiene, sia pure sotto nuove spoglie. Ed è arrivato ad interrogarsi non solo sugli eccessi e i crimini della Rivoluzione culturale, risalendo alle campagne precedenti e alla stessa conduzione della riforma agraria.

Di fronte al dilagare delle lotte tra fazioni contrapposte, e alla distribuzione di armi incoraggiata dall’estrema sinistra nell’estate del 1967 (ma anche dal Gruppo centrale della Rivoluzione culturale nella persona di Jiang Qing, se non dallo stesso Mao, per poi rinnegarla e mettere un freno), una parte dei quadri dirigenti locali cerca di indirizzare l’ira delle masse verso quelle categorie tradizionalmente ostracizzate (dopo il 1949 erano state definite ben 21 categorie nere!) che vanno dagli ex proprietari fondiari agli elementi di destra, e tutti coloro che avevano per legami famigliari connessioni con il Guomindang. Si sparge il panico e l’allarme per il complotto controrivoluzionario, per la rivolta anticomunista. Si fabbricano false accuse, non è chiaro se per paranoia o per sventare l’attacco a se stessi. I capetti locali temono vendette da parte di coloro che hanno perseguitato,  criticato o represso nel decennio passato? Non si sentono abbastanza solidi al potere? Gli apprendisti stregoni della rivoluzione ininterrotta del gruppo centrale per la rivoluzione culturale  hanno scatenato una sequenza infernale e ci vorrà l’intervento dell’esercito per porre termine all’anarchia.

Gridando al pericolo di complotto controrivoluzionario, i quadri del distretto incitano a colpire le categorie di coloro che sono stati classificati come agenti del Guomindang e proprietari fondiari ( anche se in realtà nell’Hunan prevalevano i contadini medi, come lo stesso padre di Mao), ridotti a categoria subumana. Molti dei presi di mira, oltre a quelli classificati localmente come controrivoluzionari (bastava essere stato vigile ai tempi del Guomindang) erano stati spediti in campagna perché oggetto di campagne di pulizia dei ranghi di classe o perché avevano criticato i quadri. Nelle stragi risultano attivi elementi criminali e sbandati, ma anche tanti semplici contadini docili esecutori delle direttive superiori e desiderosi di dimostrare il proprio zelo rivoluzionario. Spesso si colpisce per regolare vecchi conti, o per impadronirsi dei beni e delle donne altrui. Non ci si accontenta di colpire un singolo individuo, ma viene sterminata l’intera famiglia, in modo da evitare vendette future. Si compete tra le varie brigate sul numero degli uccisi, in una macabra emulazione. Le donne sono considerate in genere spoglie dei vincitori, e la commissione d’inchiesta non indagherà sugli stupri a meno che non si siano conclusi in omicidi.

Alcune brigate agricole restano indenni, ma forse semplicemente per mancanza di comunicazione: l’ordine di far fuori gli ex proprietari fondiari non è arrivato. Un centralinista particolarmente zelante si incarica di sollecitare gli ignari. Per fortuna talvolta c’è chi frena l’esecuzione, temporeggiando in attesa che arrivino smentite e contrordini. Una ragazza particolarmente impegnata a dimostrare la parità tra uomini e donne (rivendicando giustamente gli stessi punti di lavoro dei maschi data la sua capacità di falciare quanto gli uomini)  ammazza a colpi d’ascia una quindicina di “elementi controrivoluzionari” per  non essere da meno dei maschi.

Ci vorrà l’intervento di una unità dell’esercito (la compagnia 6950) per imporre la fine dei combattimenti tra fazioni rivali e bloccare gli eccidi. Nel marzo 1968 si tiene una sorta di sessione di riconciliazione tra le due organizzazioni di massa contrapposte (l’Alleanza Rossa e l’Alleanza Rivoluzionaria, divise solo tra chi è più fedele a Mao) e vittime e carnefici; ma poi gli estremisti riprendono il sopravvento e non c’è nessuna vera ricomposizione. Persone che erano rientrate nel distretto dopo esser riuscite a sfuggire ai massacri allontanandosi e nascondendosi si trovano di nuovo perseguitate ed arrestate. La tensione locale si allenta solo dopo la caduta di Lin Biao e tanto più dopo la caduta della banda dei Quattro. Ma ancora nel 1985 un’ottantina di familiari  delle vittime che  volevano andare a Pechino per presentare petizioni invocando giustizia,  vengono arrestati e ostacolati dalla polizia locale. Tra loro Li Niangde, che ha avuto 13 familiari uccisi ed è stato tra i più attivi nel sollecitare giustizia.

La conclusione cui approda la commissione d’inchiesta assieme ai dirigenti attuali è che sono state vittime non solo gli uccisi ma anche gli assassini, che uccisero per amore del Partito e per compiacere i superiori: se non uccidevi disobbedivi al partito. Si cita una frase di  Krusciov a proposito delle grandi purghe in URSS, secondo cui bisogna perdonare perché  troppi sono stati i colpevoli. L’orientamento è dunque di “mantenersi sulle generali evitando di entrare nei dettagli,  dimostrare magnanimità piuttosto che severità, meglio fare meno che più”. L’obiettivo è infatti di  riportare stabilità ed ordine e  non di punire le  persone. La percentuale da punire deve essere al di sotto del 2 per cento (sempre le quote, che il PCC ama fissare e che diventano vincolanti per i dirigenti di base!). Bisogna punire solo i crimini odiosi e particolarmente efferati o coloro che hanno continuato ad ammazzare nonostante fosse arrivato il contrordine.  Si è incoraggiato l’oblio e dunque i materiali della commissione d’inchiesta sono rimasti segreti. Ma Tan ha persistito ed ora il suo resoconto viene reso noto anche al di fuori della Cina, in una versione allargata elaborata negli anni 2000. Bisogna essergliene grati perché aiuta a capire come sia difficile fare i conti col passato in presenza di una continuità del potere. I torti subiti sono stati riparati molto parzialmente, in una breve fase dei primi anni Ottanta che vide la riabilitazione di elementi di destra perseguitati ed il tentativo di ripristino di procedure legali (ne fece parte anche il processo alla Banda dei Quattro, primo tentativo di formalizzare legalmente una condanna politica, un caso di quella transitional justice, nuova categoria del diritto invalsa dopo la decomunistizzazione e la caduta delle dittature in America latina).

(Silvia Calamandrei)

Tan Hecheng, The Killing Wind
Reviewed by Silvia Calamandrei

This detailed and lively account plunges us into the tragic atmosphere of wild conflicts taking place in recent Chinese history and helps us better understanding why it is still so difficult to discuss a past whose scars are alive in the present. Let me underline that this is a Chinese firsthand account, based on documents collected at the local level, a signal that research effort has started and cannot be stopped indefinitely.

Following the steps of Mubei (Tombstone), the fresco of the disaster of the Great Leap Forward painted by Yang Jisheng (who writes an authoritative preface to this book and is just now publishing his own study on the Cultural Revolution), another journalist offers us an account of another type of hecatomb, even if more limited in scope and timing. Tan Hecheng depicts the dynamics of killings that took place in 1967 in the Dao district of Hunan Province (Daoxian), not too far away from Changsha and the village where Chairman Mao was born.

Similar episodes took place in other parts of China and the nine thousand victims are in line with the two thousand in Beijing alone in the Red August of 1966 (following the slogan “bombard the central headquarters”) and with the one million and a half victims calculated for whole China. Not too many if compared with the death toll of the Great Famine in the same district (34,000): but at that time they starved to death, whereas in the Cultural Revolution they were savagely killed, even if sentenced to death by self-appointed courts of poor and medium poor peasants

In 1984-86 a Task Force was sent by CCP Secretary general Hu Yaobang to investigate this massacre. It was a short lived liberal and reformist effort to set clear accounts with the past. Liberalism would soon be criticized and Hu Yaobang would die in isolation, only to be commemorated by the students in the mourning opening the road to 1989 great demonstrations

Tan was charged by his newspaper, together with a reporter of the local radio, to report on the findings of the Task Force. Hu Yaobang’s liberal approach encouraged transparency and wanted the conclusions to be made accessible to the great public as a signal of redress of past injustices and sufferings.

Was it possible to find those responsible for what had happened? Could the death toll be explained only as a consequence of anarchy and civil war, of the factionalism in the fight against “capitalist roaders”? The victims’ families thought that there were many responsibles among the local leaders, mainly those who had made progress in their careers attacking the old cadres: masses had been instigated to prove their revolutionary zeal killing bad elements, so to gain work points or approval. The survivors had not gotten any redress in the 70’s (they had even addressed Hua Guofeng, provincial leader at the time, with no result) and since 1978 they had flooded the central leadership with petitions, until they got the attention of Hu Yaobang, another Hunanese.

The first draft of Tan’s account was written in 1986, when he still hoped to publish it. But transparency was halted by the campaign against bourgeois liberalism and Hu Yaobang wasn’t even entitled to official mourning if not for the student mobilization that was going to end on Tiananmen Square. The new repression was not going to help to establish the truth on past events. Only a minimal percentage of responsibles were punished, and with light sentences (less than 10 years of prison, amending the Code to allow this reduction of punishment for homicide).

Tan honestly asks himself if he would have been among the victims or the perpetrators. He has understood the complexity of establishing rights and wrongs in a turbulent period of fighting and has realized how many were involved in the killings, not only the killers but also the ones who were not reacting and assisted passively. He went ahead in his search and finally published a longer version in Hong Kong. The abridged English version is based on the 2008 Hong Kong edition.

In his search he gradually became aware of the difficulty of having justice reestablished when the totalitarian system is still in place, even if in a new shape. And he questions not only the Cultural Revolution excesses, but goes back to previous campaigns and movements, and to the agrarian reform period itself, when people in the countryside were classified in different categories and so many got the black hat of the landlord class, becoming the targets of all the following campaigns.

What happened in August 1967 was that local leaders, confronted with factionalism and the distribution of weapons among the rebels (on encouragement of the Central Group of the CR at the beginning, when Jiang Qing and maybe Mao himself asked the Army to stand on the side of the rebels, only to change attitude later), tried to direct the anger of the masses against the traditional black categories, counterrevolutionaries, landlords, people with connections with the Guomindang and so on. It was a sort of diversion, finding other targets to protect themselves. Spreading panic and rumors of anticommunist rebellions the local cadres showed their fear to be attacked by people they had oppressed and persecuted; they didn’t feel stable and solid in their power and tried to find scapegoats to the anger of the masses. The sorcerers at the top, the Central Group of the Cultural Revolution, had opened the Pandora vase of violence, and they will need the Army to stop the fightings and the homicide wind.

Invoking the danger of counterrevolutionary plots, the district leaders invited the masses to smash the black categories, reduced to a subhuman class of people: how many landlords had been found in a province where middle and poor peasants were the big majority (think of Mao’s family itself!)! Among the killers there were surely criminals, but also so many faithful executors of the Party’s orders. Often people were killed to get their goods and their women. Women were considered prey of the winner and the Task Force didn’t enquire on rapes unless they ended with a killing. And it was not enough to kill a single person, the whole family had to be exterminated, to ensure that nobody would seek vengeance afterward. Agricultural brigades would compete in the killings, opening a sinister emulation campaign. Thanks to lack of communication, certain areas were exempt of killings, because the order was not transmitted; sometimes there were also people who opposed the violence or obstructed it. But there were also zealots, such as a girl who wanted to prove that women and men are equal even in killing capacity and killed fifteen black elements by her own hands.

Only an Army Unit (6950 company) succeeded in stopping the killings and the fighting. In March 1968 a conciliation session was organized to try to unite opposing factions (the Red Alliance and the Revolutionary Alliance who fought each other only to prove their loyalty to Mao). No real unity was established and the Leftists gained again supremacy, persecuting and arresting their “enemies”. It took the the fall of Lin Biao to register an improvement in the situation. After the arrest of the Gang of Four the victims’ families asked for redress and compensations; the most active to present petitions was Li Niangde, who had 13 members of his family killed. Still in 1985 the local police arrested and blocked eighty people who were traveling to Beijing to ask for justice.

The verdict of the Task Force was that not only the killed but also the killers had been victims: the later acted for love of the Party and loyalty to their leaders; if you disobeyed you would have been an antiparty element. A sentence of Khrushchev was quoted: it is necessary to forgive because too many were involved. Better avoid going too much into details, show magnanimity rather than severity, do less rather than more. The aim is not to punish people, but to promote stability and order. The percentage of people to punish must stay under 2% (always a quota to be respected by lower cadres, to conform to the wishes of the top).

Better to forget, to drop the case, and to keep the materials secret. However Tan didn’t want oblivion to prevail. We must be grateful to him to help us understand how difficult is “transitional justice”, a new concept introduced at the end of the 80’s after the fall of Communism in Eastern Europe and of dictatorships in Latin America. In China “transitional justice” lived a short season, redressing the sentences on the former rightists (around 3 million people persecuted in the 50’s) and giving legal form to the trial against the Gang of Four (now discussed by Alexander Cook in The Cultural Revolution on Trial, Cambridge University Press 2016). (by denton.2@osu.edu on February 8, 2017)

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