Un pezzo di storia recente, ma che sembra lontano anni luce, e invece forse no: la vicenda di Pietro Secchia
LIBRI RICEVUTI
LE RIVOLUZIONI NON CADONO DAL CIELO
di Marco Albeltaro- Laterza 2014
Una volta esistevano i rivoluzionari di professione, e Secchia si considerava tale. Ad un certo punto però gli venne il dubbio: si era negli anni Cinquanta ed era chiaro che la rivoluzione non si faceva più: si poteva essere rivoluzionari di professione senza rivoluzione? Si rende conto che non era questa la sua scelta di vita: non era per fare il parlamentare che aveva dedicato tutta la sua vita al comunismo, fin da giovanissimo nel biellese, cercando di resistere all’ascesa del fascismo e poi restando in Italia ad organizzare il Partito nella clandestinità, dopo la messa fuori legge dei partiti d’opposizione.
La biografia di Albeltaro ricostruisce accuratamente il suo percorso contribuendo a riproporci un pezzo di storia del PCI, ormai obliterato nella memoria. La ricerca si basa in gran parte sulle ricostruzioni dello stesso Secchia, che a partire dalla metà degli anni Cinquanta, tagliato fuori dalle responsabilità di Partito a seguito dello scandalo Seniga, si dedica alla costruzione della sua versione storiografica e del mito della Resistenza tradita. Si sente che lo storico non riesce a sviluppare una vera empatia con il suo personaggio. Ne scaturisce una notevole asciuttezza del testo, diviso come è l’autore tra un atteggiamento di rispetto per la scelta di vita e la coerenza del personaggio ed una distanza dalle sue ragioni e dal suo rigorismo.
Anticipatore insieme a Longo della “svolta” dell’Internazionale della fine degli anni Venti, che ripudia le alleanze in nome della teoria del social fascismo, Secchia si concentra sulla sopravvivenza del PCI in Italia fino a quando non viene arrestato; in carcere e poi al confino a Ventotene studia (anche l’immancabile von Clausewitz) ed anima il dibattito politico contribuendo all’isolamento di Terracini e all’espulsione di Spinelli. Sempre ortodosso, sposa tutte le giravolte del Komintern. Liberato nel 43, è organizzatore politico a fianco di Longo delle Brigate Garibaldi. Esaurito il “vento del Nord”, la sua stagione migliore, Secchia assume il ruolo di principale coordinatore organizzativo del Partito, ruolo chiave se si pensa a come Stalin se ne fece il predellino per garantirsi la successione a Lenin. Il dualismo rispetto alla linea morbida togliattiana si fa sentire fin dal 1947, ed incide sul Partito. Secchia cerca una sponda nei sovietici, ma non trova sufficiente appoggio. Togliatti riesce a liberarsene nel 1954, approfittando dell’oscura storia dello stretto collaboratore che fugge con i fondi neri, o meglio rossi (provenienti da Mosca) del Partito. E’ l’unico capitolo in cui la ricostruzione potrebbe assumere toni romanzeschi. Ma Albeltaro se ne astiene, leale al suo personaggio. Con la teoria del “cui prodest” verrebbe quasi da pensare che l’affare sia stato montato dallo stesso Togliatti.
Esonerato dalle responsabilità, Secchia fa lo storico e guarda con simpatia ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta. La sua simpatia è naturale, mentre le simpatie che il personaggio raccoglie in quei movimenti, vedendolo come l’alternativa rivoluzionaria al moderatismo togliattiano, daranno frutti avvelenati.
(Silvia Calamandrei)