Skip to content Skip to left sidebar Skip to footer

Dopo il 150° l’Italia s’interroga: chi sono veramente gli Italiani?

Il settantesimo del biennio 43-45 sta producendo già i suoi primi frutti editoriali, proseguendo in qualche modo il dibattito storiografico già sviluppatosi per il 150mo dell’unità d’Italia.

E gli studiosi si interrogano di nuovo se nell’8 settembre vada sottolineato il momento della scelta e l’inizio della Resistenza armata, o lo sgretolarsi dello Stato, lo  sbandamento dell’esercito ed il “tutti a casa” degli italiani, irrimediabilmente familisti amorali ed individualisti, insomma la “morte della patria” da cui non ci siamo più riavuti.

Oltre alle tante rievocazioni televisive e giornalistiche, che vanno nelle due direzioni, ma – va notato- con un prevalere della seconda versione, cominciano ad arrivare in libreria antologie e sintesi divulgative, come quella di Gianni Oliva , L’Italia del silenzio- 8 settembre 1943 (Mondadori 2013), che insiste con la metafora del silenzio sulla “zona grigia” di defelicisiana memoria. Quella di Oliva è una versione di sinistra della “morte della patria” di Galli Della Loggia, che sostiene l’artificialità della “vulgata” sulla Resistenza -una “finta memoria” agiografica-, sottolinea l’alto grado di consenso che il fascismo era riuscito a consolidare, e fa propria la chiave interpretativa di Rosario Romeo: “la Resistenza, opera di una minoranza, è stata usata dalla maggior parte degli italiani per sentirsi esonerati dal dovere di fare fino in fondo i conti con il proprio passato”. Insomma gli italiani voltagabbana hanno operato una gigantesca rimozione riuscendo a collocarsi all’ultimo momento tra i vincitori.

Il riduzionismo rispetto alla Resistenza e l’insistenza sulla “casualità” delle scelte compiute, documentata soprattutto dalla letteratura (Fenoglio, Calvino, Cassola), portano Oliva a concludere che la rivisitazione del rapporto tra fascismo e storia d’Italia è “ancora oggi largamente incompleta”. Non si capisce però bene dove voglia andare a parare e certo non contribuisce ad avviare questa ricerca; la sua opera si colloca tra il pamphlet e la rassegna storiografica e non è un buono strumento divulgativo mancando di bibliografia ed indice dei nomi (ma ormai gli editori considerano queste appendici obsolete?). Forse influisce il clima ambiguo del presente, in cui il silenzio dell’Italia è davvero assordante.

Di ben altro spessore il saggio di De Luna Una politica senza religione (Einaudi 2013) che si interroga sulla difficoltà di costruire un sentimento di appartenenza civile in Italia, pur riconoscendo gli sforzi compiuti all’indomani della Liberazione da Piero Calamandrei e da altri azionisti in merito. E ricorda come proprio dalla consapevolezza del peso dell’esperienza fascista sugli italiani (“un arido ventennio di diseducazione”) muovesse Calamandrei nel 1945 quando scriveva:

“Nessuna vittoria militare, per quanto schiacciante, nessuna epurazione, per quanto inesorabile, potrà essere sufficiente a liberare il mondo da questa pestilenza, se prima non si rifaranno nelle coscienze le premesse morali la cui mancanza ha consentito a tante persone […] di associarsi senza ribellione a questi orrori”.

 De Luna ha da tempo oltrepassato la “vulgata” (insieme a tanti altri peraltro) e non si attesta sulla sua difesa. Constata come i progetti di “fare i cittadini italiani” si siano susseguiti nel tempo, soffermandosi sul fallimento della costruzione di quella “religione civile”, di quel patriottismo costituzionale che Calamandrei auspicava battendosi per dare attuazione al patto “murato col sangue”.

La parte più stimolante di questo saggio sta nell’analisi della “religione dei consumi” che ha teso a prevalere negli ultimi decenni, alimentando individualismo e familismo amorale, mentre si disgregava la capacità di egemonia e rappresentanza dei partiti. In un’omologazione che Pasolini aveva ben presagito gli italiani si sono riconosciuti in

“un’appartenenza che coincide con il sentirsi tutti figli di uno stesso benessere, in un universo sempre più affollato da derive familistiche, egoismi aggressivi, pulsioni che oscillano tra il rancore e la passività”.

Il “tengo famiglia” si è esteso al “padrone in casa propria”, alimentando l’indifferenza al bene comune. Ma che succede ora con la crisi? Secondo De Luna “la politica senza religione della Seconda Repubblica è andata a schiantarsi sugli scogli della crisi economica”, e non basteranno i tecnici a cavarcene fuori.

La conclusione  è un invito ad un autoesame impietoso, nel segno di Leopardi:

“Per risvegliarci come nazione, dobbiamo vergognarci del nostro stato presente. Rinnovellar tutto, autocriticarci.  Ammemorare le nostre glorie passate è stimolo alla virtù, ma mentire e fingere le presenti, è conforto all’ignavia e argomento di rimanersi contenti in questa vilissima condizione”.

(Silvia Calamandrei)

 

« Torna indietro