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Contraddizioni del Dragone: un caso di repressione del pensiero in Cina

Gli anni di prigionia di Hu Feng

 

La memorialistica cinese si arricchisce sempre più di testimonianze che aiutano a riempire i vuoti della storiografia: i percorsi individuali si intrecciano con le grandi scansioni storiche della “rivoluzione ininterrotta” voluta da Mao Zedong e ne escono stravolti.

E’ il caso di Hu Feng, il primo leader intellettuale perseguitato negli anni Cinquanta per le sue idee “liberal”, tacciato di capo di una “cricca controrivoluzionaria” per aver mantenuto una rete di rapporti culturali e di scambio di idee mettendo in discussione il controllo politico troppo stretto che il Partito comunista voleva stabilire sulla crezione artistica ed intellettuale. Hu Feng era uno dei migliori allievi di Lu Xun, riferimento inconfutato anche nel pantheon ortodosso, più volte elogiato da Mao, ed aveva partecipato attivamente ai movimenti letterari radicali sviluppatisi nel corso della guerra antigiapponese e della resistenza al Guomindang. Era un comunista, non metteva in discussione la direzione del Partito sulla letteratura e sull’arte, ma cercava di ritagliarsi una libertà d’espressione. Ne fu fatto un simbolo di deviazione da cui prendere le distanze già nel 1955: un arresto precoce, prima che subentrassero le grandi campagne contro gli intellettuali.

E’ stato liberato solo nel gennaio 1979, quando la Cina popolare si è avviata sulla strada delle riforme e ha parzialmente rettificato alcuni eccessi del passato.

Dei suoi più di vent’anni di prigionia ci fornisce un resoconto sua moglie  Mei Zhi, che avendo subito una condanna più lieve, già nei primi anni sessanta viene semiriabilitata ed affiancata al marito per prendersene cura e soprattutto convincerlo a confessare le sue colpe.  Perché nel sistema della giustizia della repubblica popolare cinese senza ammissione di colpa non ci può essere mai liberazione.

Gli anni di prigionia di Hu Feng, che nel 2013 ha avuto il premio del Pen Club, racconta la storia tristissima ed angosciosa di una persecuzione che è soprattutto spirituale, al di là dei disagi fisici dei campi di rieducazione e delle strutture carcerarie (solo verso la fine degli annio Settanta Hu Feng riceve delle cure dentarie, ed è questo un segnale che la liberazione si avvicina).

 La moglie può reincontrarlo dopo dieci anni di separazione, nel 1965, quando l’atmosfera politica si è fatta meno tesa e viene autorizzata a visitarlo. Dopo la batosta e i disastri del Grande Balzo in avanti c’è stato un periodo di relativa tregua e sembra quasi possibile una mitigazione della sentenza. I coniugi vengono addirittura trasferiti  a vivere  insieme a Chengdu in un regime di semilibertà . Ma l’illusione è brevissima, di pochi mesi, perché con lo scatenarsi della Rivoluzione culturale, tutti i conti in sospeso si acuiscono; si torna a scavare nel passato della “cricca” di Hu Feng e di tutti gli “elementi di destra” cercando  possibili collusioni con quelli che sono diventati i nuovi bersagli dell’attacco. A nulla vale che Hu Feng sia stato dieci anni incarcerato e nulla possa avere avuto a che fare con i personaggi sotto attacco (i “revisionisti” Liu Shaoqi e Deng Xiaoping ed i loro seguaci che vogliono imboccare la “via del capitalismo”): ci potrebbero essere stati contatti nel passato, nei lontani anni Trenta, il che andrebbe ad aggravare il suo dossier.

La cosa terribile è che i casi non si chiudono mai, non c’è certezza della sentenza e della pena: pur essendo stato fatto condannare nel 1955 da Zhou Yang, a capo all’epoca del Ministero della cultura, Hu Feng viene richiesto di testimoniare contro di lui quando Zhou Yang è  messo sotto accusa, oppure rischia di essergli associato. Lo stesso succede ancora con Yao Wenyuan, dopo la caduta della “Banda dei Quattro”, essendosi scoperta la frequentazione tra Hu Feng e il di lui padre….. Degli interrogatori e dei dossier costruiti contro ogni logica, che mettono a repentaglio la lucidità di mente dell’imputato.

Innumerevoli funzionari  vengono impiegati  nella gestione di questa repressione individualizzata, che richiede continue stesure di rapporti di autocritica e disamine dei medesimi, sempre considerati insoddisfacenti. Il povero Hu Feng deve dimostrare come partecipa alla campagna contro Lin Biao e Confucio nel 1974 e 1975 e ad altre campagne successive, senza spesso avere la minima chiave interpretativa di quanto stia succedendo all’esterno. Poiché le tematiche letterarie sono state spesso prese a pretesto per mascherare campagne politiche, la sua natura di letterato lo condanna a continui coinvolgimenti. Deve tornare sulla critica letteraria del Sogno della camera rossa o dei Briganti, su cui aveva scritto articoli, per giustificare la sua correttezza politica nel presente.

Eppure dimostra una straordinaria capacità di resilienza, componendo poesie a memoria (è privato di carta e penna, se non per le confessioni e le autocritiche) e insistendo sempre a verificare di quali  reati precisi sia accusato e ad esigere una sentenza vera.

Muore nel 1982, dopo essere stato ufficialmente “riabilitato” nel 1980 ed essere stato nominato consigliere del Ministero della Cultura e dell’Associazione degli scrittori. Che spreco di talento,  energie intellettuali  e umanità nella lunga costrizione carceraria!

(Silvia Calamandrei)

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