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Il libro della settimana…dal 20 al 25 giugno 2011 : “Città della notte rossa” di W. Burroughs

Abbiamo pensato che oltre alle novità sia interessante riproporre edizioni di “classici”, sia antichi che moderni. Cominciamo da un testo importante, anche se ora quasi dimenticato (ma è stato ripubblicato nel 2006): “Le città della notte rossa” di William Burroughs (Roma, Arcana, 1982):

“Le città della notte rossa sono in tutto sei. Tamaghis, Ba’dan, Yass-Waddah, Naufana, Wagdhas e Ghadis. Sono città che non hanno una vera e propria collocazione fisica o geografica (anche se gli antichi dicevano che si estendessero in quello che oggi è il deserto del Gobi). Queste, in realtà, sono città della mente. Città situate in (inter)zone non ancora esplorate dalla maggior parte delle persone. Città dove soli i pazzi o i sognatori o i drogati possono entrare.
William Burroughs ne descrive la vita, i vizi, i regolamenti. William Burroughs è un viaggiatore, forse uno dei più grandi del nostro secolo. E’ uno che ha esplorato. Che si immerso in oceani mentali vorticosi per lasciarsi trasportare lungo quella corrente che dal caos porta alla creazione. Perché l’intero libro, scritto sotto un’unica regola, quella del “niente è vero, tutto è permesso” è un essere indefinibile che fugge da qualsiasi logicità per perdersi in un universo unico e inimitabile, quello delle paranoie e delle fantasie del suo autore.
Chi riuscisse ad entrare in una di queste città, unico modo, forse, quello di imparare a sognare, potrebbe rimanere intrappolato dai mille pericoli e dalle tante attrazioni che le città stesse offrono.
Le droghe sono al primo posto. Burroughs se ne inventa un’infinità, tutte molto pericolose, tutte che possono portare dritte ad una assuefazione mortale ma che allo stesso tempo promettono le esperienze più incredibili. Droghe che sono legate al mondo dei colori (Red Hots, White Angels, Blue Burns, Black Light) e che trasformano le persone in pure terminazioni nervose pronte ad esplodere in un orgasmo. Perché se è la droga una delle ossessioni di Burroughs, l’altra è indubbiamente il sesso. Visto in maniera quanto mai morbosa, allucinata, sempre a un passo dalla morte. Un sesso tanto vitale quanto grottesco e parossistico. Le immagini di ragazzi impiccati che eiaculano mentre muoiono sono numerosissime. La trasformazione della morte e del dolore in un ultimo istante di piacere e vita lascia di stucco. La vista di questi ragazzi impiccati, che penzolano con il cazzo dritto pronto ad eiaculare è un qualcosa di difficilmente dimenticabile.
Intorno al nucleo delle città si forma l’intera rete di visioni, incubi, allucinazioni, storie e fantasie di cui è intessuto il libro. Qualsiasi consequenzialità viene bandita da questo territorio, come qualsiasi struttura. Ci si immerge in un magma da cui è impossibile tirarsi fuori. Tutto si trasforma nelle parole dell’autore, che come pochi riesce a trascinarti nel suo mondo, un viaggio all’interno delle zone più inesplorate della mente umana.
(affresco, Bosch, la grottesca deformità della nostra coscienza)
Il capitano Mission prima della rivoluzione francese fondò un luogo dove alcuni principi democratici vennero messi in atto. Possiamo ricordarne alcuni: la completa uguaglianza tra uomini, l’abolizione della schiavitù, della tortura e della pena di morte e la più completa libertà per quanto riguarda le attitudini sessuali e i credo religiosi.
Dopo di lui, alcuni pirati, per la maggior parte ragazzi, continuano con l’attuazione di questi principi. Comincia una lotta, modellata su quella delle guerriglie sud-americane, che vede come obiettivo la distruzione della nostra società (a partire dal ‘700 in poi) o per lo meno di quei metodi di controllo che servono ad ingabbiare l’uomo dentro schemi di produzione e consumo sempre più stretti.
Meravigliose sono le pagine in cui si parla di quei luoghi (Port Roger su tutti) dove i ragazzi si ritrovano. Etnie diverse a contatto tra di loro, maschere e danze, una sessualità selvaggia, dionisiaca e vitale, oppio e hashish sempre a portata di mano. Un mondo che prende vita nei suoi colori (così importanti per tutta la durata del libro), profumi, meravigliose visioni d’oriente.
Perché lo sguardo di Burroughs, oltre ad essere visionario, è anche quello preciso e dettagliato dell’antropologo. Molte sono le descrizioni dei rituali più disparati da quelli della religione egizia a quelli dei maya, passando per gli indiani d’America, gli antichi greci e le discipline orientali.
Poi c’è Clem Williamson Snide, un buco di culo privato (come ironicamente si definisce lo stesso Burroughs nei panni del personaggio). Trama poliziesca, di nuovo ambienti tra l’Africa mediterranea (Tangeri e il Marocco), il Sud America e l’oriente. Persone da ritrovare, omicidi, come sempre la droga, libri che mostrano immagini vive.
E infine la febbre, la malattia, la trasformazione genetica. La notte rossa è quella in cui un meteorite cadde sulla Terra e infettò una parte dell’umanità. La notte in cui i corpi cambiarono colore e il sesso e la morte assottigliarono i loro confini.
E mano a mano che le pagine scorrono i limiti tra un tempo e un altro, tra i vari personaggi, tra le situazioni e lo sviluppo della trama scompaiono. Ci ritroviamo in una terra di nessuno, in un incubo da astinenza da oppiacei, in una realtà che ne ingloba altre mille. L’unica cosa da fare è lasciarsi andare, è perdersi come in un sogno, quando cammini tra vie e strade di città sconosciute eppure così familiari. Bisogna lasciarsi avvolgere da tutte le sensazioni (i libri di Burroughs sono tattili, le parole sono concrete, possono farti male se vogliono, quindi fate attenzione) e correre senza fiato dietro alle visioni che ne scaturiscono.
Pubblicato nell’81, troppo lontano dalla Beat Generation e da quel futuro che noi ormai ci ritroviamo a vivere, il libro è quanto di più moderno ci saremmo potuti aspettare. Uno stile che avvolge tutto, che si lancia in accurate descrizioni per poi perdersi in poetiche visioni o atroci allucinazioni, uno stile che prende le parole e le taglia, le violenta le frantuma (i cut-up che lo stesso Burroughs aveva inventato anni prima) e che distrugge la trama in una serie di intuizioni inconsce.
L’Autore alla fine del libro ci confessa di essere legato al passato. Non gli interessa la modernità, anche se forse ne è stato uno dei veri precursori. Ed è in questo suo mondo talmente assurdo da essere qualcosa di unico ed inimitabile che si ritrova tutta la sua abilità di scrittore e la sua immensa voglia di sperimentazione.
Niente di quanto avete mai letto è paragonabile a questo libro.
Perché è bene ricordare che dove la mente è libera di muoversi solo in pochi hanno il coraggio di viaggiare.

Pubblicato il 01/09/2006 da Emiliano Bertocchi, per la rubrica LETTERATURA

(dal sito http://www.kultunderground.org/articoli.asp?art=299)

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