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L’intervento di Silvia Calamandrei al seminario “Symbola”, 2 luglio 2011

Pubblichiamo il testo integrale dell’intervento preparato dalla Presidente Calamandrei per la mattina del 2 luglio al seminario “Symbola” (vedi notizia del 24 giugno). Ci preme sottolinearne i passaggi che chiariscono come il “patrimonio culturale” sia da considerarsi un elemento costitutivo dell’indentità di una comunità: perchè se una persona perde la memoria consideriamo questo fatto come una delle massime sciagure possibili, mentre se si disperdono archivi, biblioteche, opere d’arte, che sono la memoria di un popolo, non sentiamo altrettanto?

Intervento convegno Symbola- sabato 2 luglio 2011

Silvia Calamandrei

Presidente Biblioteca Archivio “Piero Calamandrei”, Istituzione del Comune di Montepulciano

 

Il mio intervento affronta la cultura e il paesaggio come beni comuni,  secondo un principio iscritto nel patto fondativo costituzionale che negli ultimi decenni è stato gravemente messo in discussione.

 Ho letto nel frattempo a grandi linee la ricerca condotta sull’industria culturale che viene presentata a questo convegno: l’ho trovata estremamente interessante per il dinamismo che riscontra nell’industria culturale, e mi ha confermato la difficoltà in cui versa invece la situazione dei beni culturali pubblici, di quel patrimonio che lo Stato e gli Enti Pubblici Territoriali devono garantire, conservare, mettere a disposizione e preservare per le generazioni future.

 Tra questi due comparti il rapporto non è affatto armonico e idilliaco, ed occorre guardarsi dall’illusione della quadratura del cerchio e di automatiche sinergie.

C’è inoltre un versante di cultura diffusa creativa, che fa uso dei nuovi media,  che dialoga e si aggrega in blog, campagne, elaborazioni grafiche, visive, musicali e di discorsi. E’ l’area a cui guardano di più i giovani e che sfugge ad una logica produttiva, rivendicando la condivisione e l’accessibilità dei beni culturali; è un interlocutore da cui pubblico e privato non possono prescindere, e che ha animato con creatività e innovazione le recenti campagne referendarie per la salvaguardia delle risorse comuni, idriche ed energetiche.

E’ il fronte della partecipazione, dell’associazionismo, del no-profit, che è il sale di una cultura democratica.

Una istituzione come quella che presiedo deve tener conto di queste diverse dimensioni, come risulta da una riflessione sulla nostra esperienza.

 

In questi anni, di ristrettezza di risorse destinate ai beni culturali, ci siamo trovati a condurre, come Biblioteca Archivio di Montepulciano, una battaglia di resistenza, cercando di coinvolgere i cittadini e soprattutto i giovani nella consapevolezza che i beni archivistici e librari custoditi dall’istituzione comunale sono fondamentali per coltivare la memoria e la cultura di una cittadinanza consapevole.

Dal 2007 la Biblioteca è stata trasformata in istituzione comunale ed è stata intitolata a Piero Calamandrei.

Piero Calamandrei, giurista e costituzionalista, ma anche poeta, scrittore, pittore, è fortemente associato alla cittadina di Montepulciano e al suo paesaggio, assurti a luogo mitico e compendio della civiltà toscana, che affonda le radici e trova la sua identità più profonda nel mondo etrusco.

Questo mito, compendiato nelle pagine dell’Inventario della casa di campagna, viene costruito negli anni più bui della vita di Calamandrei, tra il 1939 e il 1941, gli anni della guerra in Europa, ispirandosi anche alle passeggiate con gli amici, da Nello Rosselli a  Luigi Russo a Benedetto Croce, momento di respiro negli anni in cui il fascismo godeva del maggior consenso.

Nel dopoguerra, animando la ricostruzione, oltre che colla rivista Il Ponte e con il suo peregrinare per tutta Italia a difendere Resistenza e Costituzione, Calamandrei si fa ambasciatore della cultura italiana nel mondo.

Recentemente una giovane studiosa, Silvia Bertolotti, ha ritrovato negli archivi di Firenze gli appunti inediti di una sua conferenza a Londra, nel 1952, a proposito dei nostri tesori artistici danneggiati dalla guerra o trafugati. Presentandosi alla platea londinese all’Istituto di cultura, allora diretto da Guido Calogero, Calamandrei precisava di non parlare in veste di “storico o critico dell’arte, quale io non sono, e neanche da giurista, ma da uomo a uomini, da uomini civili ugualmente ansiosi di salvare le opere d’arte – a parlarvi di una dolorosa esperienza che l’Italia ha patito durante l’ultima guerra e della sorte del suo “patrimonio artistico”.

Calamandrei dichiarava “inadeguata e goffa l’espressione di “patrimonio artistico” che comunemente si usa per indicare le opere d’arte di un paese: il patrimonio nel linguaggio dei giuristi è espressione che si riferisce alle cose, ai beni materiali, alla ricchezza, universitas rerum: qualcosa di distaccato, che riguarda l’avere, non l’essenza, qualcosa che si contrappone alla persona, e che si può perdere senza che la persona sia menomata”.

Invece, secondo lui,”le opere d’arte riguardano l’Essere, la civiltà, lo spirito di un popolo. Sono vita, sono parte della nostra vita, del nostro spirito: non si possono perdere senza sentirsi mutilati, menomati nello spirito. Se un capolavoro d’arte si distrugge, è una zona della nostra memoria che si oscura”.

Ed aggiungeva:

“Dunque io vengo qui a parlarvi non di un patrimonio impoverito, ma di una minaccia di oscuramento che pesa sul nostro spirito: non come esperto d’arte, che io non sono, e neanche come italiano che venga qui a lamentarsi delle sue disgrazie domestiche, ma come un quisquis de populo a cui sta a cuore un problema che non è dell’Italia soltanto, ma che è di tutto il mondo, poiché le opere d’arte italiane sono vostre come nostre, sono di tutti, e più siamo a possederle, più siamo felici e ricchi:  e questa è la sola ricchezza che conta”.

 

Sono parole le sue, come quelle sulla Costituzione o la scuola pubblica, che ancora ci parlano e ci fanno riflettere, invitandoci a non considerare la cultura e i beni artistici come merci, e mi fa piacere, come istituzione a lui intitolata, affidarle a questo consesso.

A MP abbiamo in eredità dal passato un patrimonio paesaggistico, architettonico e documentario eccezionale, e che ha conosciuto punte di eccellenza nel  Rinascimento e nel periodo della Controriforma: dal Poliziano al Bellarmino, dai Della Robbia a Antonio da Sangallo al Peruzzi ad Andrea Pozzo, i protagonisti nativi ed ospiti della nostra città sono di rilievo nazionale e mondiale.

Ma anche il Risorgimento e il Novecento hanno avuto personalità di spicco, proiettate ben oltre la dimensione locale. In questi giorni è in corso una mostra sulla rivista “Il Grifo”, che si pubblicava qui a Montepulciano, tra i cui protagonisti ancora molto popolari tra i giovani d’oggi c’era Andrea Pazienza, venuto a vivere a Montepulciano. Negli stessi anni era venuto qui Elémire Zolla, mentre il Cantiere d’arte veniva animato dal grande maestro tedesco Henze. Nel Novecento presenze significative Piero Calamandrei, Lucangelo Bracci e Lidio Bozzini, i cui archivi si conservano in loco.

Forti di questo spessore culturale, come Biblioteca Archivio abbiamo lanciato fin dal 2008 un programma ambizioso per celebrare i 150 anni, dal titolo LA PERLA DEL RINASCIMENTO PROIETTATA NEL TERZO MILLENNIO; e una volta constatato che le cricche e le resistenze interne alla compagine governativa vanificavano possibilità di finanziamento del progetto, abbiamo insistito contando sulle nostre forze e sul partenariato, puntando sulle associazioni e sulle istituzioni culturali, scolastiche ed accademiche del territorio.

Ed abbiamo potuto contare sul sostegno di Carlo Azeglio Ciampi, presidente del Comitato nazionale, e poi di Giuliano Amato, che in gennaio è venuto ad inaugurare le nostre iniziative, che coprono tutto l’anno 2011 e coinvolgono tutte le associazioni ed istituzioni presenti sul territorio, coordinate da un Comitato che il Comune ha voluto sostenere.

 

Nel manifesto redatto per l’occasione si afferma:

 “L’immagine dell’Italia che la nostra città e il suo paesaggio proiettano nel mondo è un’immagine di bellezza, armonia, accoglienza e apertura. Questo implica un impegno delle istituzioni e della cittadinanza a preservare i beni comuni e a misurarsi con le sfide del terzo millennio: la salvaguardia dei diritti civili e sociali per tutti e la difesa dell’ambiente, riducendo l’impatto sulle risorse naturali come aria, acqua e energia.

Il marchio di qualità che Montepulciano vanta va riconquistato giorno dopo giorno, e le nuove generazioni devono esserne consapevoli.

Una celebrazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia all’insegna di una cittadinanza attiva, partecipata e solidale,  è il miglior omaggio che possiamo fare alla nostra patria, quella dolce patria a cui tanti hanno dedicato energie e talvolta la vita, nel Risorgimento, nella Resistenza, nelle prove quotidiane”.

E nel manifesto abbiamo voluto ricordare un messaggio che Ciampi ha indirizzato già nel 2009 ai giovani di Montepulciano, in occasione del convegno Un caleidoscopio di carte, iniziativa preparatoria che si è fregiata del logo del 150mo:

:

«Il presente che oggi vi si offre confuso e smarrito, il futuro che vi si profila denso di incertezze non devono prevalere sulla convinzione che “sta in noi”, che sta in voi volgere in positivo  le difficoltà di questi nostri tempi: tempi che non sono né facili, né felici.

Sono convinto che “sapendo scavare” potremo dissotterrare quei tesori di volontà, di laboriosità, di solidarietà che ci hanno permesso tante volte nel corso della nostra storia di risollevarci. Soprattutto, i tesori della nostra cultura: la cultura è il fulcro della nostra identità nazionale; identità che negli ultimi due secoli si è sviluppata in una continuità di ideali e di valori dal Risorgimento alla Resistenza, alla Costituzione repubblicana».

Ciampi ci ha poi rinnovato il suo incoraggiamento nel 2010, donando alla nostra Biblioteca la sua collezione di libri d’arte ricevuti in omaggio alla presidenza della repubblica, con un suo ex libris, che invita a guardare verso l’alto, verso le stelle.

 

Pensiamo fiduciosi che questo messaggio stia dando i suoi frutti, e che le iniziative capillari che in tante parti d’Italia si sono sviluppate per il 150mo, costringendo a fare i conti con i punti alti e bassi della storia del nostro paese, una nazione giovane ma con radici antiche, abbiano contribuito ad un ridestarsi della coscienza e alla riscoperta di valori irrinunciabili. Parecchi osservatori hanno commentato che il vento è cambiato anche a causa del senso di appartenenza ridestato nei cittadini, e scioccamente irriso recuperando le più trite polemiche antirisorgimentali e antiunitarie. Lo ha fatto Ermete Realacci nella sua introduzione, lo ha scritto lo storico Giovanni de Luna sabato scorso su “Tuttolibri”.

“L’Italia s’è desta”, si va dicendo, ed allora cerchiamo di capire come valorizzare e salvaguardare il patrimonio di tesori dell’umanità che custodiamo. Si è detto che i privati debbono avere un ruolo, ma allora ispiriamoci alle esperienze di altri paesi, dove il mecenatismo è incoraggiato, mentre noi dobbiamo accattare sussidi o svendere i nostri beni, mercificandoli.

E poi non si tratta ovviamente solo di salvaguardare e conservare, ma di trovare nuove forme e nuovi mezzi di comunicazione per vitalizzare e rendere fruibile il patrimonio documentario ed artistico. Interessante in proposito l’esperimento pilota di schedatura dei monumenti di Montepulciano con un sistema consultabile via i-phone (QRSIT), a cui il personale della biblioteca ha contribuito con la sua competenza.

 Ma per questo biblioteche, archivi e musei devono essere dotati di risorse per innovare: soprattutto risorse umane, attingendo alle competenze dei tanti giovani che sarebbero capaci di aprire una nuova stagione per il nostro paese. In questi anni ci hanno aiutato il Comune, la regione e la fondazione MPS, queste ultime consentendoci di far lavorare dei giovani, ma sempre in modo precario ed estemporaneo.

            Si è detto negli ultimi decenni che la cultura deve valorizzarsi con le risorse private, dato che il pubblico ha tagliato  i fondi. Ed allora per ogni iniziativa non manchiamo di bussare a tutte le porte locali, alla ricerca degli sponsor: una volta una banca, una volta la banca concorrente, una volta la Fondazione culturale. Ma in questi tempi grami, il massimo che riusciamo a ricevere sono scambi in natura: si è tornati all’economia del baratto: un logo in cambio del vino da offrire per l’aperitivo, o di parte delle spese di tipografia per la locandina, o dello sconto sulla rete telefonica se entriamo nella nuova rete di telecomunicazioni o di un risparmio sull’assicurazione.

            Quali conclusioni trarre da questa esperienza? Che bisogna contare sulle proprie forze, perché appena si cerca di entrare in una filiera più ampia si rischia di finir male?

Ma la realtà locale è immune da inquinamenti? E riesce ad emergere e a contare in un contesto tanto gelatinoso?

Bisogna entrare in una dimensione SLOW anche per quanto riguarda la cultura e la sua fruizione, puntando sui tempi lunghi?

Montepulciano è una PERLA perché è stata in una certa fase in contatto con i punti alti della cultura e dell’arte, ma anche del POTERE, i Medici prima, il Papato poi. I palazzi rinascimentali ostentavano le fortune delle famiglie nobiliari ed il paesaggio disegnato nei dettagli che ancora ammiriamo è il risultato della mezzadria, aspramente combattuta nel “secolo breve” per lasciar dietro di sé agriturismi e seconde case.

Il paesaggio si è preservato perché il territorio è rimasto ai margini dello sviluppo, ed ora puó essere ben pubblicizzato sulle cartoline e i depliant turistici. Gli intellettuali che ci si sono insediati vogliono preservare la propria qualità della vita e conducono battaglie ben mediatizzate per salvaguardarne la fisionomia Ed anche i prodotti tipici  beneficiano delle belle immagini toscane con il chilometro zero, mentre si aprono i musei alle degustazioni di vino.

Non c’è niente di innocente?

E la comunità locale é al riparo dalla gelatina della corruzione che si è diffusa nel paese? Riesce ad esprimere anticorpi sufficienti o rischia semplicemente di rifugiarsi in un particulare relativamente civile?

Quello che è vero è che ogni volta che abbiamo intrapreso iniziative dal basso collegandoci con altre realtà locali, scuole, università,  biblioteche, librerie siamo stati ripagati consolidando via via rapporti che ci hanno arricchito nei contenuti e consentito di valorizzare le nostre risorse: è la dimensione del volontariato e del partenariato che bisogna percorrere, sottraendo la cultura alla sfera mercantile? Ma come retribuire le risorse umane qualificate da mettere all’opera per conservare, gestire e comunicare il patrimonio culturale?

Come far interagire i beni culturali di base, a cui attingono le produzione culturali creative dell’oggi, con il modello di produzione e consumo dei nostri tempi? Si parla sempre di “fare sistema”, ma stiamo attenti a non ridurre la cultura ed il paesaggio ad un semplice marchio, perché la stratificazione di beni e memorie è un giacimento in cui bisogna scavare con fatica e perizia, ed il glamour non si trova solo in superficie.

Mi torna in mente la metafora che Ciampi riprendeva da Calamandrei, nel suo messaggio del 2009, sull’oro delle porte del Paradiso del  Ghiberti, ritrovato dopo la guerra ripulendo quello che si credeva bronzo:

Non è l’oro dei lingotti e degli zecchini e dei gioielli ; è l’oro dei trittici e delle miniature, delle aureole e delle ali degli angeli.

Solo questo è veramente prezioso: espressione intelligente dello spirito, non sua negazione. In questa terra, sotto le macerie, sotto le zolle calcinate, c’è il filone di quest’oro: solo di questo. Basta saperlo scavare …”.

 

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