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Il Drago si è svegliato: “Mal di Cina” di Romeo Orlandi

Romeo Orlandi

Mal di di Cina

Roma, DeriveApprodi, 2020

 

L’autore conosce bene la Cina e la sua mirabolante affermazione economica nella globalizzazione ed ha vissuto a Pechino ed in altre delle città evocate in questo romanzo, come esperto di questioni commerciali ed imprenditoriali per l’Istituto italiano del commercio estero (ICE). Attualmente Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN e dell’Osservatorio Asia, è uno dei maggiori esperti italiani di economia cinese ed asiatica, ed ha vissuto da testimone attivo l’avvio della politica di apertura e riforme di Deng Xiaoping e la tortuosa ascesa della Cina sulla scena mondiale, nonché la sua trasformazione da “fabbrica del mondo” a potenza in grado di sfidare Stati Uniti ed Europa nella produzione, nelle tecnologie e nella capacità di investimento all’estero.

Stavolta ci racconta questa parabola in forma romanzesca, offrendo una narrazione divulgativa della grande trasformazione cinese attraverso le vicende di personaggi della sua generazione, provenienti da paesi diversi (Italia, Olanda, Indonesia), che si ritrovano studenti stranieri in Cina nel momento della svolta post-maoista: sorpresi dagli accadimenti , ma anche costretti a fare i conti con il procedere della realtà, che mette in discussione illusioni e aspettative e richiede un adattamento pragmatico alle nuove opportunità di carriera che si offrono come mediatori commerciali e imprenditoriali, grazie alle proprie competenze linguistiche.

Ẻ il caso di Daniela, proveniente da una famiglia operaia di Torino, con il padre animato dalla antica lealtà alla professione e il fratello partecipe delle ribellioni selvagge in FIAT, che alla lunga si converte in efficace consulente per gli investimenti stranieri in Cina. Ed è il caso dell’olandese Carl, sindacalista di fabbrica a Rotterdam, contestatore, che diventerà supermanager dell’azienda olandese ricomprata dai cinesi, dopo averne a lungo curato gli interessi di investitori in Cina. Ed è infine il caso dei due fratelli sino-indonesiani che riscattano l’antica impresa paterna, liquidata nella fase della repressione anticinese inaugurata dai massacri del 1965 dei militari di Suharto. Nel 2003 a Medan Toni Tan, che ha fatto carriera nella diplomazia cinese dopo aver studiato a Hong Kong e Pechino, diventa Amministratore delegato della Sutanto Cement, acquistata dai cinesi, mentre la sorella Mari, dopo aver a lungo lavorato per gli olandesi a Pechino, restaura ed arreda sontuosamente l’antica magione familiare, saccheggiata nel 1965.

Di fronte all’ascesa della Cina e allo sgomento degli imprenditori occidentali che si sentono minacciati suona significativa la frase pronunciata da uno dei protagonisti: “Avete voluto la globalizzazione: ora ve la tenete. Capita a chi mette in moto meccanismi che non sa poi controllare”.

In fondo i protagonisti stranieri sono spettatori della parabola cinese, e l’autore attinge alla propria conoscenza di una minoranza di esperti che si è fatta intermediaria, osservatrice di una realtà che non controlla più di tanto. Sintomatico il passaggio sulle giornate di Tian’anmen, cui il gruppo di amici assiste chiacchierando sui divani dell’appartamento di Carl, dopo essersi riforniti di provviste per attendere che la legge marziale sia sospesa. E Carl, quando va a Rotterdam a dicembre dell’89, tranquillizza i suoi datori di lavoro: “La Cina è troppo importante. Finirà l’ipocrisia delle condanne formali, riprenderanno le forniture, prima di merci, poi di armi”.

Ed anche l’autore, in uno dei tanti excursus saggistici che interpola alla narrazione romanzesca, sembra apprezzare il pragmatismo di Deng: “la fermezza, il pragmatismo, il controllo componevano il suo arsenale. Non mostrò dubbi quando intervenne a Tian’anmen. Disse più volte che la vita di centinaia di studenti era meno preziosa di decenni di percorso ordinato. Di fronte alla minaccia del caos non tentennò, ma la sua riflessione cercava radici più profonde”.

Avendo scelto di scindersi in molteplici protagonisti, Orlando riesce comunque ad esprimere anche disincanto e “perdita di senso” attraverso alcuni dei personaggi, che pure hanno dedicato tanti anni della loro vita alla Cina. Se la rifrazione sfaccettata tra gli stranieri funziona nella costruzione dei personaggi, perché l’autore vi immette anche la propria esperienza personale, meno plausibili risultano i personaggi cinesi, nei quali l’immedesimazione è più difficile. Il professore ispanista cinese Song Mei, cultore di Pablo Neruda, appare piuttosto stereotipato, così come la sua vicenda amorosa con Daniela, che si infrange di fronte ad una rivolta popolare repressa a Chengdu, la città dei Panda ma anche della speculazione immobiliare sui terreni.

Dal punto di vista della costruzione letteraria l’alternanza tra il romanzato ed il saggistico non è sempre felice. Ma Orlandi trasmette un’intensità di rapporto con la Cina che non riesce evidentemente ad esaurire nella dimensione saggistica, e che forse si sarebbe prestata ad una narrazione più autobiografica. 

(Silvia Calamandrei)

 

 

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