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Un bel giallo italiano: "Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi" di Maurizio De Giovanni

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Maurizio De Giovanni

Il senso del dolore. L'inverno del commissario Ricciardi

Torino, Einaudi, 2012

 

Ho letto il libro "Il senso del dolore - L'inverno del Commissario Ricciardi" di Maurizio De Giovanni, romanziere napoletano che ha debuttato come esordiente nel 2005, vincendo un concorso per giallisti.

De Giovanni ha ideato il personaggio del Commissario Ricciardi che opera nella Napoli degli anni '30 e che è per ora protagonista di cinque storie.

Il libro è scritto benissimo, in una forma originale e avvincente. Qualche frase va riletta un paio di volte per "sciogliere" le spire con cui appare costruita; ma proprio la struttura si rivela poi perfetta e alla fine i periodi apparentemente più complessi sono anche i più affascinanti.

Ad ogni pagina si rinnova dunque quella sottile sfida tra autore e lettore che rappresenta uno degli aspetti più stimolanti e divertenti della lettura in prosa.

Il personaggio, poi, benché non del tutto credibile, così carico di contraddizioni, è altrettanto anticonvenzionale ed eccentrico. Come Montalbano, non sopporta soprusi e ingiustizie e "piega" la legge alle sua esigenze morali, ma questo appare l'unico punto di contatto con il commissario più popolare e letterario del momento.

Giovane, ricco, bello e carico di fascino (così viene descritto), Ricciardi porta con sé una sofferenza, eredità di un'infanzia agiata ma sconvolta dalla morte del padre e dalla malattia mentale della madre, che è poi il fulcro dell'intera narrazione.

Formidabile nel suo mestiere, grazie ad un mix di intelligenza e sensibilità, non è però un uomo di successo: vive una vita solitaria e dolente, con la vecchia tata che lo adora e lo vorrebbe vedere "sistemato", ed insegue un amore impossibile per il quale, alla fine del libro, qualunque lettore finisce per fare un tifo sfegatato.

Le donne gli si offrono ma, rigoroso come è, non tradisce il suo obiettivo che, però, non fa nemmeno nulla per raggiungere.

Una sorta di riedizione del meraviglioso "nec sine te nec tecum vivere possum" di Ovidio!

L'altro aspetto che colpisce profondamente è la descrizione della Napoli degli anni '30, tutt'altro che didascalica ma, anzi, quasi fotografica; una scelta (o un'esigenza) che pare rivelare tutto l'amore dell'autore verso la sua città.

Napoli è raccontata con affetto ma senza condiscendenza, non evidenziandone i problemi ed i difetti e non esaltandone i pregi. Un quadro che pare dipinto ad acquarello, lasciando magari affiorare l'acquolina in bocca per i caffè e le sfogliatelle che Ricciardi consuma al Gambrinus.

Il plot si sviluppa all'interno del Teatro San Carlo, nel mondo dell'opera, altro cosmo misterioso che a Napoli diventa quasi pirotecnico e che esalta, senza farla diventare truce, la tragicità della vicenda.

(Diego Mancuso)