Biblioteca Comunale di Montepulciano

Biblioteca Archivio Piero Calamandrei

Presentazione del 5 Maggio 2013: "La giudice" di Paola Di Nicola

Paola Di Nicola

La giudice, Una donna in magistratura

Roma, Ghena, 2012

 

Quando Berlusconi inveisce contro la Boccassini o altre donne giudici che nutrirebbero pregiudizi o intenti persecutori contro di lui, spesso ci si dimentica che le donne hanno avuto accesso  relativamente da poco alla Magistratura (1975), pur costituendo ormai il 46% dei giudici. Nel dibattito alla Costituente lo si escluse, nonostante questo si scontrasse con il principio di uguaglianza sancito in Costituzione, e  nonostante Calamandrei facesse un tentativo in commissione in senso favorevole alle donne. E' interessante rileggersi quei dibattiti, e gli incredibili argomenti addotti per escludere le donne, e constatare che lo stesso Calamandrei introduceva delle cautele e delle limitazioni, riservando loro campi particolarmente adatti alla loro sensibilità:

"Il relatore è favorevole che le donne possano essere ammesse negli uffici giurisdizionali, perché esse hanno dato ottima prova in tanti altri uffici in cui occorrono doti di raziocinio, di equilibrio e di spirito logico pari a quelle che occorrono nella giurisdizione.

Si è obiettato che le facoltà psicologiche della donna sono soggette a periodiche variazioni che potrebbero portare ad una discontinuità dei giudizi; ma egli ritiene che in certi giudizi, come quelli di separazione coniugale, l'intervento della donna sia utilissimo per raggiungere un maggior equilibrio di giudizio. È quindi favorevole all'ammissione delle donne con qualche limitazione, per certe materie della giurisdizione penale.

Le chiamerebbe, però, a far parte della giuria nei giudizi di Assise e del Tribunale per i minorenni e in tutte le questioni di giurisdizione volontaria e in quelle familiari".

Ci sarebbe voluto un lungo cammino per schiudere i concorsi alle donne,  che poi sono risultate le meglio preparate tra i candidati.

 Paola Di Nicola è tra le tante giovani donne che si avviano fiduciose alla carriera di giudice, ereditando il mestiere paterno e nutrita delle frequentazioni di magistrati impegnati fin dalla prima infanzia. Si trova poi a scoprire sulla propria pelle i tanti pregiudizi ancora esistenti e le tante reticenze ad accettare una donna in veste di giudice.

C'è un problema di cultura millenaria, in cui la legge è sempre stata amministrata dagli uomini e parla il linguaggio degli uomini: e Paola lo scopre nello sguardo perplesso dell'imputato sotto interrogatorio, nell'atteggiamento scettico del superiore, nella necessità di imporre la propria autorevolezza assumendo una voce grave o coprendosi con la toga (a cui non rinuncia però a dare un tocco di femminilità). Ma c'è soprattutto una battaglia da condurre con se stessa, con le proprie timidezze e i propri dubbi, con i modelli maschili a cui si è ispirata, e che tendono a farle rinnegare la propria femminilità per esercitare un ruolo "neutro".

E' un percorso lungo quello per accettarsi e per voler marcare sul proprio timbro la dizione "La giudice" anziché "Il giudice", segnando anche nel linguaggio la ricchezza che può derivare dalla propria diversità di genere in una cultura giuridica prettamente maschile.

Il libro è scritto con freschezza e autenticità, sia nel dar conto dell'affannarsi di una madre che deve combinare la scrittura di una complessa motivazione di sentenza con il piacere di stare coi figli, e raccordare i tempi strettissimi degli impegni professionali con gli obblighi scolastici o altre scadenze familiari (combinazione peraltro poco favorita dalle regolamentazioni del CSM), sia nel testimoniare della pienezza di sentimenti che può mobilitare un processo per stupro o per violenza contro una donna, e nel rivendicare la positività della presenza di questa "memoria di genere", che pure va filtrata dalla necessaria "terzietà".

La giudice si interroga anche sul perché della scarsa presenza delle donne nei gradi elevati e nelle strutture di governo della magistratura e denuncia la difficoltà di combinare vita professionale intensissima e obblighi affettivi sul versante familiare; sottolinea anche il piacere e l'impegno delle donne a farsi carico del fronte più diretto della gestione dei casi giudiziari piuttosto che "correre" e impegnarsi in una scalata ai vertici.

Il libro ci interpella perché racconta una mutazione antropologica, quella della femminilizzazione della magistratura, che sta incidendo profondamente nelle cultura e nell'amministrazione della legge. Il rifiuto di omologarsi al modello maschile, ma al tempo stesso la necessità di garantire la neutralità della giustizia, sono dilemmi raccontati con coraggio che sfidano anche gli interlocutori maschili della professione: quei tanti giudici che ormai si trovano affiancati dalle colleghe e devono misurarsi col loro punto di vista.

Un'analisi che meriterebbe di essere compiuta con la stessa franchezza anche per tanti altri mestieri dove la presenza femminile è cresciuta ma non senza ostacoli interiori ed esterni.

(Silvia Calamandrei)