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L'ultima battaglia della Comune di Parigi rivissuta: "L'ombra del fuoco" di Hervè Le Corre

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Hervé Le Corre

L'ombra del fuoco

traduzione di Alberto Bracci Testasecca

Roma, Edizioni e/o, 2021

 

Ci stiamo avvicinando all'anniversario della "settimana di sangue" comunarda ed è in quei giorni che l'autore ambienta il suo romanzo rosso-nero, rievocando la speranza della giustizia sociale alla soglia della sua sconfitta.

Da un'intervista con l'autore (pubblicata dal "Manifesto"), comprendiamo meglio le sue motivazioni:

Perché ha scelto di ambientare «L'ombra del fuoco» proprio durante l'ultima settimana di vita della Comune, quando il sogno di una società diversa volge ormai al termine?

Volevo evocare l'idea della sconfitta, il modo in cui un sublime sogno politico fosse stato schiacciato. E questo per due ragioni. Da un lato perché attraversiamo una lunga fase di riflusso delle idee della sinistra che fa seguito ad una stagione di sconfitte che abbiamo patito collettivamente. Il capitalismo è sulla buona strada per vincere la «sua» lotta di classe. Ne consegue una sorta di malinconia rivoluzionaria, l'idea che malgrado il sentimento del disastro abbia sempre accompagnato i rivoluzionari, sostenendoli però piuttosto che farli rinunciare ai loro propositi - come analizzato da Daniel Bensaïd in Le pari melancolique (Fayard, 1997) - questa «scommessa» pascaliana sull'avvento di una rivoluzione si sia fatta ormai sempre più ardua. Era questo il mio stato d'animo quando ho iniziato a pensare al romanzo e al modo in cui avrei voluto raccontare le vicende della Comune. Volevo mostrare come i personaggi del libro - esattamente come hanno fatto i comunardi nella realtà - continuino a combattere anche di fronte ad una sconfitta fattasi ormai inevitabile.

Mentre l'altro aspetto di questa scelta con cosa aveva a che fare?

Con il fatto che la Comune di Parigi sia stata oggetto negli ambienti della sinistra rivoluzionaria di una sorta di mitizzazione, un'idealizzazione estrema che ha finito per trasformare chi si è battuto allora alla stregua di un'«immagine di Epinal». Ho sempre avversato il modo in cui i movimenti rivoluzionari erigono dei mausolei in cui giacciono «idee morte» che sono tanto più commemorate - e parlo anche della mia esperienza personale -, quanto più non sembra possibile andare avanti, inventare altro, cimentarsi davvero con le sfide del presente. Per questo i personaggi dei miei romanzi sono sempre malinconici, ossessionati dall'idea della loro fine o della loro sconfitta. Non hanno niente a che fare con il mito che si vorrebbe appiccicargli addosso.

Le Corre, professore di liceo riconvertito al romanzo noir (e/o ha pubblicato altre due sue opere, Dopo la guerra e Scambiare i lupi per cani, bestseller in Francia) mescola i toni del romanzo epico realistico ottocentesco al noir grandguignolesco per darci un affresco dei comunardi e dei loro nemici, nell'ultima disperata battaglia, strada per strada, barricata per barricata. Parigi e il suo popolo sono protagonisti, ritratti nella variegata umanità che ha vissuto quelle giornate: non eroi, ma cittadini, compagni di battaglia, donne e uomini che decidono di non tirarsi indietro, di lasciare un messaggio di speranza.

Se vogliamo trovare un accostamento in esperimenti letterari nostrani pensiamo ai romanzi storici di Wu Ming, ma con meno distacco ironico ed un tocco della scuola del romanzo ottocentesco francese, da Hugo a Zola, nella minuziosa descrizione di luoghi e personaggi e nella suspense di trame fosche e/o sentimentali. Il lieto fine sta nella memoria imperitura che la Comune lascia alle generazioni future.

(Silvia Calamandrei)