Biblioteca Comunale di Montepulciano

Biblioteca Archivio Piero Calamandrei

Una riflessione sulla Cina, che riguarda anche noi: "Cultural Revolution and Revolutionary Culture" di Alessandro Russo

Alessandro Russo

Cultural Revolution and Revolutionary Culture

Durham (NC, USA), Duke University Press, 2020

 

Il saggio è pubblicato in inglese e traduco da una mia prima recensione in inglese (in fondo) per condividerla con i tanti entusiasti della Rivoluzione culturale che vissero quegli anni agitati in Cina, come capitò ad Alessandro, con cui sono stata amica e compagna di fede all'Istituto di Lingue di Pechino nell'inverno 1974-75. Avendo condiviso quell'esperienza diretta ero molto curiosa di leggere il suo saggio, pur sapendo che le nostre strade nel frattempo si erano divise.

All'epoca le poche ellittiche frasi di Mao sulla dittatura del proletariato e la necessità di studiarne la teoria ci avevano scosso nel profondo e insieme traducemmo i preziosi articoli di chiosa di Zhang Chunqiao e Yaowenyuan, considerandoli strumenti essenziali per i rivoluzionari di tutto il mondo. E ci sentimmo terribilmente sconfitti insieme alla Banda dei quattro quando furono arrestati dopo la morte di Mao aprendo la strada all'ascesa al potere di Deng Xiaoping (dopo il breve rassicurante interregno di Hua Guofeng). Con Alessandro eravamo insieme nella redazione di "Vento dell'est" e fino al 1978 tentammo di spiegare al pubblico italiano la portata e le ragioni della svolta cinese. Alessandro era ancora in Cina ed io ero tornata in Italia, e poi il nostro processo di riesame di quegli eventi ha preso strade differenti.

Quasi 50 anni dopo, Russo resta convinto del contributo fondamentale della Rivoluzione culturale alla storia del Comunismo. Non è troppo interessato a cosa accadde storicamente, ma ai dibattiti ideologici e teorici che si svolsero allora. Se qualcosa è andato storto, ci deve essere stato un vizio teorico, una mancanza di chiarezza nelle menti di Mao e dei suoi seguaci. Se il Comunismo, citando Marx, è il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente, quello che conta in quei 10 anni sono i "movimenti", le esperienze delle organizzazioni create ex novo (le nuove soggettività politiche), piuttosto che i mutamenti reali nella struttura del potere. Un enorme laboratorio politico di massa volto a fare il bilancio dell'esperienza del socialismo, dopo il fallimento di quella sovietica: questo era l'obiettivo che si proponeva Mao, in uno sforzo disperato per prevenire il trionfo del revisionismo e della restaurazione capitalistica in Cina.

Ma Mao sapeva bene, secondo Russo, che la sconfitta era inevitabile, e che molte altre Rivoluzioni culturali sarebbero servite in futuro: quindi nessuna sorpresa se le cose sono andate storte e se Deng Xiaoping ha potuto seguire la sua strada del capitalismo.

Gli studenti, i primi a mobilitarsi, organizzati in una molteplicità di fazioni di Guardie Rosse, che si spaccavano continuamente e si combattevano reciprocamente, furono sconfitti dal loro stesso fazionalismo. E Mao e il Gruppo centrale della Rivoluzione culturale ebbero perfettamente ragione a scioglierle come organizzazioni indipendenti e a spedirli in campagna ad imparare dai contadini. Le università dovevano essere chiuse, perché un nuovo modello educativo era necessario, quello del "7 maggio" descritto nella lettera di Mao a Lin Biao,  e le porte delle scuole dovevano spalancarsi alla realtà. A che pro studiare filosofia e letteratura, si chiedevano i vecchi dirigenti rivoluzionari ironicamente, scambiandosi le idee nel corso dell'incontro con i Piccoli Generali delle Guardie Rosse del luglio 1968, dopo gli scontri all'Università di Quinghua? La Squadra operaia di propaganda inviata da Mao ("La Mano nera sono io", proclamò Mao orgogliosamente a KuaiDafu) aveva posto fine agli scontri. Il Presidente aveva deciso di "uccidere la tigre", sciogliendo le Guardie Rosse e spedendole in campagna.

E buon per loro, commenta Russo, constatando che parecchi scrittori si sono formati in quella esperienza, sia pur traumatica:

"guardando alla fioritura della letteratura cinese negli anni '80 e '90, è sintomatico che grandi poeti come Bei Dao, Meng Ke e Yang Lian, o romanzieri come Han Shaogong cominciarono a scrivere proprio alla fine degli anni Sessanta  come "giovani istruiti inviati in campagna" senza bisogno di frequentare l'università. Qualcuno potrebbe sostenere che l'interruzione dei corsi universitari di letteratura abbia nuociuto alla letteratura cinese contemporanea?".

Un giudizio più positivo merita per Russo l'esperienza degli operai di Shanghai, culminata nella creazione della Comune di Shanghai. A suo parere, gli operai potevano contare su un livello elevato di cultura politica: "Le campagne di educazione politica di massa in Cina avevano generato in meno di due decenni una generazione di operai politicamente sofisticati, capaci di argomentazioni risolute e sottili". Furono tuttavia presi in trappola ed incastrati in un dilemma: la Tempesta di gennaio di Shanghai fu un drammatico faccia a faccia tra una visione del comunismo come una serie di invenzioni sperimentali, messe in opera sulla scena politica dall'auto-organizzazione dei ribelli, e la visione del comunismo come forma di governo, allora egemone negli Stati socialisti. Il nodo chiave era quello della "presa del potere".

"E cosa significava la presa del potere, non in senso weberiano, ma nell'ambito della cultura rivoluzionaria, nel momento in cui gli operai ribelli rimettevano in discussione la connessione storico-politica tra la classe operaia ed il Partito comunista?"

Fu lo stesso Mao a sollecitare un passo indietro, a rinunciare al nome di "Comune" (che pur lui stesso aveva in un primo tempo suggerito) e a stabilire una Grande Alleanza recuperando i buoni quadri. Secondo Russo: "il ridimensionamento rese possibile la conservazione delle energie soggettive mobilitate nella Tempesta di Shanghai, evitando la degenerazione in fazionalismo".

Dunque Shanghai rimase una roccaforte, grazie alla direzione della Sinistra (fortunatamente Zhang Chunqiao e Yao Wenyuan erano là per sostenere Wang Hongwen combinando vecchi e nuovi quadri), ma cosa succedeva nel resto del paese? E che dire dei contadini, che non avevano creato alcuna organizzazione indipendente? Comunque va detto che Russo mantiene una valutazione positiva del Grande Balzo in avanti, attribuendo errori e disastri alle falsificazioni dei dati da parte dei quadri locali e l'iniziativa della creazione delle Comuni popolari ai contadini. Donde il giudizio negativo sulla posizione di Peng Dehuai alla riunione di Lushan e il ruolo chiave attribuito alla critica da parte di Yao Wenyuan dell'opera teatrale di Wu Han sulla Destituzione di Han Rui.

La narrazione del saggio si concentra più sui dibattiti teorici e le campagne di studio che sui conflitti in seno al gruppo dirigente del PCC. La destituzione di Liu Shaoqi è appena accennata mentre il confino di Deng Xiaoping in campagna viene presentato come un modo di preservarlo. Russo rifiuta l'interpretazione della Rivoluzione culturale come un conflitto di potere tra Mao e i suoi sostenitori (Lin Biao, Jiang Qing, Yao Wenyuan, Zhang Chunqiao, Kang Sheng and Chen Boda) e i "seguaci della via capitalista". Anche l'affare Lin Biao non viene affrontato in profondità, così come la posizione sempre più debole di Zhou Enlai: nessun cenno al fatto che Zhou potesse essere il bersaglio della campagna contro Confucio. Lin Biao e Zhou Enlai erano troppo vicini a Mao, secondo Russo, come stretti compagni d'armi per opporsi veramente a lui. In verità- sostiene Russo- criticare Lin Biao era come criticare "noi stessi" (i rivoluzionari):

"Più del nome di un traditore della causa, Lin Biao era il nome che fino a pochi anni prima designava il "noi" nella Cina rivoluzionaria. Anzi, io sono tentato di tradurre la critica a Lin e a Kong come "Critichiamo noi stessi, critichiamo Confucio", ovverosia "Critichiamo il confucianesimo che c'è in ognuno di noi"

Siamo tutti Lin Biao, insomma! E non è un caso, anche se Russo non ne fa menzione, che Lin Biao garantì a Mao l'appoggio dell'Esercito, elemento chiave per forgiare la Grande Alleanza e creare i Comitati rivoluzionari, nonché nel reprimere l'anarchia.

Russo prende alla lettera le tematiche delle campagne di studio, a partire dal dibattito su Hai Rui- Peng Dehuai, respingendo le interpretazioni metaforiche. È convinto che lo scopo principale fosse di creare un grande dibattito che coinvolgesse studenti, operai e soldati sul futuro del Comunismo, al fine di prevenire la restaurazione del capitalismo, o piuttosto di preparare il popolo all'inevitabile sconfitta: perché Mao era perfettamente consapevole che i seguaci della via capitalista avrebbero vinto.

Dopo l'impasse del fazionalismo e delle prese del potere, Russo attribuisce a Mao la volontà di "stimolare la crescita di una intellettualità politica di massa capace di affrontare i nodi problematici creati dalla Rivoluzione culturale. Oserei dire che il suo obiettivo strategico era di aprire un ripensamento critico di massa sulla Rivoluzione culturale".

Come scrive:

"Gli ultimi movimenti politici lanciati da Mao erano essenzialmente 'movimenti di studio' che miravano non solo a elevare il livello culturale di massa, ma altresì a sviluppare vaste capacità critiche su questioni teoriche altamente controverse. I due movimenti principali furono la 'critica del Confucianesimo' del 1973-74 e il 'movimento di studio della teoria della dittatura del proletariato' del 1975".

E ancora:

"I contingenti teorici operai furono organizzati durante il movimento di critica a Lin Biao e Confucio nel 1973. Nel 1975 i loro temi di studio implicavano lo studio della teoria della dittatura del proletariato. I gruppi dovevano combinare le classi di studio teorico con il lavoro in fabbrica. L'idea stessa che il lavoro teorico, comprendente lo studio della filosofia, della storia e dell'economia, fosse un'attività da svolgere nell'ambito delle mansioni ordinarie di lavoratori era una novità senza precedenti in una fabbrica socialista così come capitalistica".

Lo scopo era dunque di promuovere sperimentazioni politiche volte a creare una nuova intellettualità operaia.

Secondo Russo, Mao avrebbe voluto che anche Deng Xiaoping partecipasse al bilancio della Rivoluzione culturale: ma Deng fu abbastanza astuto da sottrarsi prendendo tempo nella prospettiva del bilancio negativo che ne avrebbe tratto in futuro, ratificato dalla Risoluzione del 27 giugno 1981 su Alcune questioni nella storia del Partito a partire dalla fondazione della RPC

Mao e Deng si muovevano in direzioni opposte:

"Chiaramente c'erano due prospettive divergenti. Per Mao era prioritario un ripensamento di massa delle politiche egualitarie; per Deng, si trattava anzitutto di ripristinare l'ordine e il governo del paese, e qualsiasi iniziativa di massa non poteva che ingenerare disordine. Mao mirava a una autovalutazione politica utilizzando una molteplicità di soggettività egualitarie, che considerava capaci di 'educarsi da se stesse' e di "liberarsi da sole', anche imparando dai propri errori. Per Deng invece si trattava di ricostruire gerarchie ben definite, sbarazzandosi di iniziative egualitarie delle masse che considerava intrinsecamente anarchiche".

Russo è persuaso che il bilancio rimasto incompiuto nel 1975-75 sia uno strumento indispensabile per sviluppare politiche egualitarie, nonché per comprendere il presente e il possibile destino della Cina.

Come  afferma nell'introduzione: "L'ipotesi principale del mio libro è che la Rivoluzione culturale cinese sia stata un movimento comunista il cui scopo era di compiere un riesame a fondo del comunismo. In sostanza, una disamina radicale delle alternative esistenti al capitalismo".

Di qui la scelta di astenersi da un approccio storiografico (anche se la bibliografia mostra che Russo è ben al corrente della letteratura in materia) e concentrarsi invece sulla teoria rivoluzionaria sviluppata in quel decennio travagliato.

Tuttavia la gente non vive in laboratori o pensatoi. Il libro appena tradotto in inglese e francese di Yan Jisheng sulla storia della Rivoluzione culturale, con una narrazione ed un bilancio dall'interno di quegli anni, ci mostra che i cinesi possono offrirci una narrazione di prima mano piena di fatti e vite reali.

(Silvia Calamandrei)

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Versione inglese

Published in English, I'll try first a review in English, to share it with all the enthusiastics of the Cultural Revolution who lived the years of the great turmoil in China, as happened to Alessandro, with whom I was friend and comrade at the Beijing YuyanXueyuan in the winter 1974-75. Having shared that direct experience I was very keen to read his essay, knowing already that our paths had in the meantime taken different directions.

At the time the few and elipticals Mao's sentences on the proletarian dictatorship and the need to study its theory had shaken our minds, and we translated together into Italian the precious articles of Zhang Chunqiao and Yao Wenyuan, considering them essential tools for revolutionaries all over the world. And we felt terribly defeated together with the Gang of Four when they were arrested after Mao's death opening the road to the ascension of Deng Xiaoping (after the short reassuring interregnum of Hua Guofeng). With Alessandro we were together in the editorial board of the Italian magazine "Vento dell'est" and until 1978 we tried to explain to the Italian public the reasons of the fundamental change that was taking place in China. Alessandro was still in China, and I was back to Italy and afterwards our reassessing process of those events took different directions.

Nearly 50 years after, Russo is still convinced of the fundamental contribution of the Cultural Revolution to the history of Communism. He is not too much interested in what happened in historical terms, but in the ideological and theoretical debates that took place at the time. If something went wrong, there must have been a theoretical handicap, a lack of clarity in the minds of Mao and his followers. If Communism (quoting Marx) is the real movement which abolishes the present state of things, what's interesting in those 10 years are the "movements", the experiences of the newly created organisations (new political subjectivities) rather than the effective changes in the power organisation. A huge mass political laboratory targeted to a reassessment of the Socialist experience, after the failure of the Soviet Union experience: this is what Mao was looking for, in a frantic effort to prevent revisionism and capitalistic restauration in China.

But Mao knew, according to Russo, that the defeat was unavoidable and that many other Cultural Revolutions were necessary in the future: so no surprise if things went wrong and Deng Xiaoping could follow his capitalist road.

The students, who were the first to mobilize, organised in a multiplicity of Red Guard factions, splitting over and over, fighting against each other, were defeated by their own factionalism. And Mao and the Central Group were right to put a stop to the existence of their independent organisations and send them to the countryside to learn from the peasants. Universities had to be closed, because a new system of education was needed, opening the doors to reality (the 7th May model, described by Mao in his letter to Lin Biao). What's the point of studying philosophy or literature were asking among themselves the old revolutionary leaders, gathered with the student representatives, the Little Generals, after the clashes at Qinghua university. The workers propaganda team had put an end to their fighting, following Mao's order ("I am the Black Hand", Mao proclaimed  proudly to Kuai Dafu, in the minutes of the face-to-face meeting of July 1968). The Chairman decided to "kill the tiger", declaring the end of Red Guards as independent organisations.

Good for them to be sent to the countryside, even for the blossoming of their talents. As Russo puts it:"looking at the blossoming of Chinese literature in the 1980s and 1990s, it is significant that great poets like Bei Dao, Mang Ke, and Yang Lian, or novelists like Han Shaogong,began to write at the end of the 1960s when they had been sent as "young educated people to the countryside" and that none of them ever attendeduniversity. Can anyone assert that the interruption of university teaching of literature during those years was decidedly harmful to contemporary Chinese literature?".

A more positive assessment is awarded to the Shanghai workers experience, leading to the creation of the Shanghai Commune. According to Russo,workers could count upona notable level of political culture:"The mass campaigns of political education in China had in less than two decades brought to the fore a generation of politically sophisticated workers capable of resolute and subtle argumentation". However, they were caught into a dilemma: The Shanghai January Storm was a dramatic face-to-face encounter between a vision of communism as a set of experimental inventions, which the self-organization of the rebels brought into the political arena, and the vision of communism as a form of government, which was then hegemonic in the socialist states. The "seizure of power" was the key issue:

"So, in the January Storm, what could seizingpower mean, not in any Weberian sense but in the framework of revolutionary culture, at a moment when the rebel workers had called into question the historical-political connection between the working class and the Communist Party?"

Mao himself urged to take a step back, give up the name of Commune (that he himself had prevoiusly suggested), and forge a Great Alliance involving good cadres. According to Russo, "a downsizing enabled the subjective energies that appeared with the January Storm in Shanghai not to break down into factional struggles".

So Shanghai was a stronghold, thanks to the leadership of the Left (luckily, the old cadresZhang Chunqiao and Yao Wenyuan where there to support the new cadre Wang Hongwen in forging the Alliance) but what about the rest of the country? And what about the peasants, that didn't create any independent organisation during that period? By the way, Russo maintains a positive evaluation of the Great Leap Forward, attributing  mistakes and disasters to low level localcadres that were reporting fake numbers, and considering the peasants as the active factor in the creations of the People's Communes. Hence the negative judgement of Peng Dehuai position at the Lushan meeting and the key role attributed to the critic of the Wu Han play Hai rui's dismissal by Yao Wenyuan.

The storytelling of the book focusses more on the theoretical debates and the study campaigns than on the conflicts inside the leadership of the CCP. Liu Shaoqi's dismissal is not even mentioned and Deng Xiaoping isolation in the countryside is considered a way to protect him. Russo rejects the interpretation of a power clash between Mao and his allies (Lin Biao, Jiang Qing, Yao Wenyuan, Zhang Chunqiao, Kang Sheng and Chen Boda) and the "capitalist-roaders". Even the Lin Biao affair is not thoroughly dealt with, as well as the position of Zhou Enlai: no mention of Zhou being the possible target of the anti-Confucius campaign. Lin Biao and Zhou Enlai were too close comrades of Mao to really oppose him. Criticizing Lin Biao was like criticizing ourselves (the revolutionaries), as Russo puts it:

"Far more than the name of a person who had betrayed the cause, Lin Biao had become the name that up to a few years before had been the political "us" in revolutionary China. Indeed, I am tempted to translate pi Lin pi Kong as "Criticize Ourselves, Criticize Confucius," or "Criticize the Confucianism in Each of Us."

We are all Lin Biao! And it was no chance, even if Russo doesn't mention it, that Lin Biao guaranteed to Mao the firm support of the Army, a key element in forging the Great Alliance and in the creation of the Revolutionary Committees, as well as in the repression of anarchy.

Russo takes literally the meaning of the study campaigns, starting from the debate on Hai Rui-Peng Dehuai, rejecting any metaphorical reading. He believes that the main point was to create a huge debate involving students, workers and soldiers to look at the future of Communism, in view of preventing capitalistic restauration, or rather prepare people to the unavoidable defeat: because Mao already knew that the winners would be the capitalist-roaders

Following the impasse of factionalisms and seizures of power, Russo attributes to Mao the will of "stimulating the growth of a mass political intellectuality capable of dealing with the tangle of new problems that the Cultural Revolution had opened up. His strategic goal, I will argue, was to open up a critical mass rethinking of the Cultural Revolution".

As Russo writes:

"The last political movements launched by Mao were essentially "study movements" that aimed not only at raising the mass cultural level, but at developing vast critical capacities on highly controversial theoretical issues. The two main movements were the "critique of Confucianism" in 1973-74 and the "movement for the study of the theory of the dictatorship of the proletariat" in 1975".

Again quoting him:

"The workers' theoretical contingents were organized during the pi Lin pi Kong movement in 1973. By 1975, their topics involved the study of the theory of the dictatorship of the proletariat. These groups were to combine "study theory" classes with their shop-floor duties. The very ideathat theoretical work, including the study of philosophy, history, and economics, should be an activity inherent to the job of any ordinary worker was as unprecedented in the socialist as it would be in the capitalist workplace".

So, the aim was to promote political experiments aiming at creating a new worker intellectuality.

According to Russo, Mao would have liked Deng Xiaoping to take part in the Cultural Revolution reassessment: but Deng was smart enough to avoid being involved. He was taking time for his future negative assessment, ratified in the 1981 Resolution("Resolution on Certain Questions in the History of Our Party since the Founding of the People's Republic of China," June 27, 1981).

The two were aiming at opposite directions:

"Clearly, here were two completely divergent perspectives. For Mao, the priority was to promote a mass rethinking of egalitarian politics; for Deng, the priority was to restore governmental order, and any mass initiative would bring more disorder. Mao's aim was to promote a political self-assessment using an indefinitely multiple set of egalitarian subjectivities, which he considered capable of "educat[ing] themselves by themselves" and "liberat[ing] themselves"-the implication being even from their own mistakes. In contrast, Deng aimed at reconstructing well-defined hierarchies that would be able to free themselves from any egalitarian initiatives of the masses, which he considered inherently anarchic".

Russo believes that the reassessment, left undone in 1975-76, is a fundamental tool for developing egalitarian politics and it is also indispensable for understanding the present and the possible destinies of China.

As the introduction states: "The main hypothesis of this book is that China's Cultural Revolution was a communist movement whose aim was to undertake a thorough reexamination of communism. In essence, it was a radical scrutiny of the existing alternatives to capitalism".

Hence the choice to avoid an historical approach (even if Russo is aware of all the books that have been written in recent decades, as the bibliography shows) and rather concentrate on revolutionary theory developed in those ten years of turmoil.

But people don't live in laboratories or think tanks. Yan Jisheng just published his The World turned upside down, A History of the Cultural Revolution, an insider's reassessment showing that the Chinese people are able to offer a storytelling full of real lives.