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Un contributo al dibattito sulla nascita dell'Italia di oggi: "Anche i partigiani però" di Chiara Colombini

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Chiara Colombini

Anche i partigiani però

Roma.Bari, Laterza, 2021


L'autrice mette a profitto la sua lunga esperienza all'Istituto piemontese della Resistenza come studiosa ed organizzatrice degli annuali Cantieri di Giustizia e libertà e dell'azionismo, nonché delle prove di divulgazione a Rai storia, per contribuire a questa collana laterziana che si propone di sfatare i luoghi comuni della memoria storica.

E la sfida non era da poco, visto che il dibattito sulla Resistenza e sui partigiani coincide con la nostra storia repubblicana, attraversando varie fasi, dall'immediato dopoguerra, alla "Resistenza tradita", alla Resistenza istituzionalizzata e celebrativa dell'"arco costituzionale", al "revisionismo" fino al "Sangue dei vinti", mentre a livello storiografico si passa dall'interpretazione classica di Roberto Battaglia, all'intervista di De Felice alla rilettura complessa e tripartita di Claudio Pavone.

Controversa sempre, e soprattutto la resistenza armata attribuita ai comunisti, quella "rossa e non democristiana" che veniva riscoperta negli anni Sessanta e Settanta, imputandone il tradimento ai compromessi del dopoguerra, all'amnistia di Togliatti, all'epurazione mancata, alla rinuncia alla prospettiva rivoluzionaria che pur in essa era contenuta.

Di fronte alla messa sotto accusa della Resistenza, l'autrice nota che c'è stata una tendenza da parte dei suoi stessi difensori a stemperarla in una sorta di nebulosa, evidenziando la resistenza civile, con particolare attenzione al ruolo delle donne e raccontando l'impegno degli operai nelle fabbriche, degli internati militari in Germania, dei deportati, insomma tutte le esperienze "non armate" che contribuivano a ridurre la "zona grigia":

Quasi che fosse necessario farsi perdonare qualcosa di ciò che allora è stato, quasi che mostrare un volto più "rassicurante" della Resistenza fosse l'unica via per preservarne la memoria oggi.

Ne esce una visione edulcorata, una declinazione debole dell'antifascismo, una narrazione depoliticizzata, da cui escono di scena i partigiani e si valorizza una generica "resilienza".

L'autrice rimette al centro la lotta armata, nelle sue varie declinazioni, comunista, azionista, democristiana e badogliana, reputando che valga la pena di preservare gli anticorpi che quella lotta ha lasciato in eredità, provando a calarsi nella realtà dura e drammatica ma anche piena di speranza e generosità di quei venti mesi tra il 1943 e il 1945 che tanto hanno significato per la storia di questo paese.

Si tratta "di conoscere ciò che è stato, di farsene carico in tutti i suoi aspetti: e di rivendicarlo per come è stato". Si tratta anche di contestualizzare il discorso sulla violenza, la lotta armata, sia nei confronti dei fascisti e dei tedeschi, che nella scia che lascia subito dopo la Liberazione contro responsabili e collaborazionisti. Avendo presente anche la diversa percezione che si ha oggi della violenza.

Il saggio si articola in capitoli che replicano ai luoghi comuni della vulgata: Tutti rossi, Inutili e vigliacchi, La violenza è colpa loro, Rubagalline, Assassini, La storia la scrivono i vincitori.

Ampio l'apparato di note e ricca e ragionata la bibliografia, fornendo strumenti di approfondimento soprattutto alle nuove generazioni, che rischiano di smarrirsi in una narrazione mediatica che ci offre un passato à la carte, privo di profondità storica.

Ma da apprezzare soprattutto la vibrazione che queste pagine trasmettono grazie alla passione dell'autrice, che nelle pagine finali invita a non essere ingenerosi e a pretendere dai partigiani più di quanto potessero dare. In fondo ci hanno lasciato "un appiglio. [...]la cosa migliore che abbiamo avuto e che abbiamo".

(Silvia Calamandrei)