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Un insolito "Grand Tour": "La linea del colore" di Igiaba Scego

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Igiaba Scego

La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown

Milano, Bompiani 2020

 

Passeggiando per la sua Roma, la città dove è nata e cresciuta, l'autrice la paragona ad una grande torta di nozze stratificata:

Roma è una città che spesso amo definire come una grande torta di nozze. Proprio come una torta, anche la città è fatta di strati sovrapposti. In ogni strato un'epoca, un evento, una manciata di personaggi famosi e meno famosi. E poi ci sono le sue pietre, i suoi archi, i suoi capitelli corinzi, i suoi scorci, i suoi tramonti. E Roma in ogni strato nasconde tutto questo e molto altro.

Ecco, anche il suo libro è un po' come una torta di nozze, stratificato e ricco di tanti sapori ed aromi, farce e decorazioni, con una ricchezza a volte stucchevole per il palato, che deve selezionare tra le tante suggestioni. Perché c'è Roma, ma anche Venezia e Firenze, mete del Gran tour ottocentesco di ragazze americane alla scoperta dell'Italia. Ma non quelle raccontate da Henry James: sono giovani afroamericane, e quindi c'è anche il loro luogo d'origine, gli Stati Uniti al tempo della guerra civile, prima e dopo l'emancipazione degli schiavi, per spiegarne il background e la spinta a cercare la libertà in Europa approdando alla terra dell'arte, delle rovine antiche, delle chiese e dei grandi pittori.

Scego fonde in un solo personaggio, la protagonista pittrice Lafanu Brown, due visitatrici della Roma di fine ottocento, Sarah Parker Remond e Edmonia Lewis, entrambi afroamericane, l'una ostetrica e l'altra scultrice, la prima sepolta al cimitero acattolico detto degli Inglesi vicino alla Piramide. Ed attraverso i loro occhi guarda alla sua città cercandovi i segni della presenza africana nei secoli, come farà poi nei quadri e negli affreschi di Firenze e di Venezia. Perché l'Africa ora bandita con il blocco imposto all'arrivo dei migranti c'è sempre stata nelle pietre e nelle opere d'arte, talvolta umiliata e in catene come nella fontana di Marino o nel monumento di Livorno, altre volte affrescata come nella volta di Andrea Pozzo al Gesù o evocata dal gondoliere in rosso del Carpaccio del Miracolo della croce a Rialto.

La ricerca dell'autrice sulle vicende storiche ottocentesche e sulle tracce artistiche è rispecchiata nella narrazione in parallelo di una vicenda contemporanea, la farcia della torta, che si alterna al filo narrativo romanzesco sotto forma quasi diaristica. Si immagina una ricerca sulla pittrice Lafana Brown condotta oggi da una giovane donna somala in collaborazione con una studiosa americana, con il progetto di una mostra veneziana alla Biennale, coinvolgendo anche artisti di origine africana. Ma la somala segue al contempo con angoscia le sorti di una giovanissima cugina che sta tentando di raggiungere l'Italia e viene aggredita da una banda ancor prima di raggiungere la Libia. Aggredita e violentata come lo erano state probabilmente le giovani donne afroamericane, accomunate nell'oltraggio e nel dolore. La cugina rientrata traumatizzata a Mogadiscio apre uno squarcio sulle cure psicologiche che devono essere dedicate ai tanti che non sono riusciti a raggiungere l'Europa, e rientrano segnati dalle violenze e dalle torture subite.

C'è tanta carne al fuoco in questa vibrante denuncia del razzismo di ieri e di oggi, che invita a immedesimarci tutte e tutti con Lafana Brown. Igiaba Scego completa così una trilogia, dopo Adua e Oltre Babilonia, aprendo il romanzo con la rivelazione dell'origine della denominazione di Piazza dei Cinquecento, i morti di Dogali, la cui notizia raggiunge Roma qualche giorno dopo:

È il febbraio del 1887 quando in Italia giunge la notizia: a Dògali, in Eritrea, cinquecento soldati italiani sono stati uccisi dalle truppe etiopi che cercano di contrastarne le mire coloniali. Un'ondata di sdegno invade la città. In quel momento Lafanu Brown sta rientrando dalla sua passeggiata: è una pittrice americana da anni cittadina di Roma e la sua pelle è nera. Su di lei si riversa la rabbia della folla, finché un uomo la porta in salvo.

Da qui comincia l'appassionante narrazione romanzesca, ricca di flashback e parentesi e alternata alla secca cronaca dell'oggi. Bello il ringraziamento alle bibliotecarie del Pigneto, che l'hanno aiutata nelle sue ricerche, altrettanto preziose di tanti studiosi citati.

(Silvia Calamandrei)