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Cina in Italia nell'emergenza del Coronavirus (SARS.COV-19): intervista con Shi Yang Shi

Discorsi sul Coronavirus (e oltre) tra Cina e Italia

 

Shi Yang Shi. Agli amici di Montepulciano (e non solo a loro) questo nome suonerà familiare. Il 13 maggio di due anni fa, infatti, lo ospitavamo presso il Teatro Poliziano con il suo spettacolo Arle-Chino: traduttore-traditore di due padroni (TONG MEN-G), che racconta del suo rapporto conflittuale sia con la Cina, sua terra natia, sia con l'Italia, la nuova patria che lo ha accolto ormai trent'anni fa. Un conflitto che è però anche amore e gratitudine, nella continua ricerca di un equilibrio tra le parti affatto semplice da trovare. Lo abbiamo contattato per conoscere il suo punto di vista e farci raccontare la sua esperienza in prima linea, in questi mesi surreali che nessuno di noi si aspettava certo di vivere. Ne è uscita una lunga ed emozionante intervista - ringraziamo pubblicamente Yang per la generosità che ancora una volta ci ha dimostrato.  

 

1.      Partiamo dalla prima fase. Quando è esploso il Coronavirus in Cina, sei stato molto presente in tv a commentare e lanciare messaggi di pace e solidarietà contro episodi di razzismo verso i cinesi in Italia. Come hai vissuto tutto ciò?

Il 27 gennaio sono stato invitato da RaiNews24 a intervenire in un dibattito sul Coronavirus. Quel giorno il Presidente Mattarella, in occasione della Giornata della Memoria, parlava del virus del razzismo da cui bisogna stare lontani. Io ho quindi usato quel riferimento e l'ho scritto sulla mia mascherina: "Io non sono un virus". In seguito sono andato nelle varie testate di informazione e di intrattenimento politico o di cronaca a portare due messaggi. Il primo antirazzista; il secondo per tranquillizzare. La comunità sino-italiana, infatti, era molto attenta e soprattutto voleva essere parte attiva di una società che, di fatto, non aveva ancora scoperto il pericolo. Da un lato, io ero lusingato da quanta attenzione straordinaria riponessero i media su di me ma dall'altro sentivo anche una responsabilità gravosa che, per fortuna, stavolta - ed è stato bellissimo constatarlo -  non è caduta solo sulle mie spalle o sui pochi veterani della seconda generazione, più matura. Anche i giovani ventenni e cinesi di ogni generazione si sono infatti schierati in un messaggio unitario, lanciando solidarietà verso la Cina attraverso i messaggi "Forza Wuhan, forza Cina", (sui social e non solo); mandando le mascherine in Cina procurate in Italia; e altre iniziative simili. In questo primo periodo ho però avvertito un certo affanno: è tornata infatti quell'attenzione spasmodica dei media che avevano bisogno di facce cinesi che parlassero italiano e che volessero dire la loro. Non ero nuovo a questo tipo di attenzione; tuttavia, stavolta c'era qualcosa di diverso che mi turbava, io mi sentivo in grande disagio rispetto a domande pungenti di una certa informazione e di certi canali e programmi più viziati dal giudizio e tesi a istigare e vendere litigi ed emozioni come la rabbia. Eppure, come dice un famoso proverbio cinese: "Se non entri nella tana della tigre come puoi acchiappare i tigrotti?", ho deciso di andare nella "tana della tigre" (o del lupo, in italiano) per parlare della mia gente all'altra faccia della mia gente.

 

2.      Seconda fase: dalla Cina all'Italia. Proprio la Lombardia è la tua regione di residenza e Milano la tua città. Come ha reagito la comunità cinese, per tutelare se stessa e gli altri?

Sono fiero di essere lombardo, di vivere in una terra dove, fin dai tempi di Manzoni, ci sono racconti e testimonianze di altri periodi legati alla peste. Ricordo quando sono andato davanti al Liceo Volta di Milano per leggere una lettera scritta dal Preside (il video: Allegato 1); in quell'occasione ho parlato anche con alcuni studenti, molto attenti e incuriositi, ed è stato bello partecipare a un discorso comune. Sulla comunità cinese occorre fare un distinguo perché non c'è solo una comunità: ci sono le prime generazioni, ci sono gli spazi di Chinatown di Milano (soprattutto in Via Paolo Sarpi) e le varie associazioni e organizzazioni di imprenditori soprattutto di Wenzhou (città dello Zhejiang, provincia sulla costa orientale della Cina, da cui proviene la maggior parte dei cinesi in Italia e in Europa) accomunati dalla stessa origine. Ecco, come già successo in altre occasioni (pensiamo ad esempio al terremoto del Sichuan nel 2008), con o senza pubblicità dei media loro hanno sempre donato moltissimi dei loro risparmi e dei loro guadagni al sociale. Anche in questa occasione si sono contraddistinti per le loro ricche elargizioni. Va inoltre sottolineato un aspetto peculiare: molti di loro vivono in Italia ma, per questioni linguistiche, culturali e di scelte di vita, a livello informativo fanno più riferimento ai media cinesi e anche la loro mentalità è più affine ai media cinesi filo-governativi, di cui promuovono il pensiero. Ecco perché, di fatto, si sono subito messi in auto-quarantena, cercando di organizzarsi, temendo il peggio, che poi è arrivato. Sto parlando di molti cinesi qui a Milano, e dei miei stessi genitori. Per esempio mio padre, che non vive in Sarpi ma condivide questo pensiero, ha subito comprato cento mascherine e me ne ha mandate venti. Posso infine osservare come il mio stesso pensiero sia cambiato nel tempo e abbia attraversato varie fasi. In un primo periodo, con lo scoppio del caso di Wuhan e il conseguente lockdown fino ai primi casi in Italia, io ancora pensavo che la mascherina non fosse così necessaria in Italia, anche perché facevo riferimento alle indicazioni del Ministero della Sanità italiana che non ne raccomandava l'utilizzo se non in certi casi. Poi le cose sono cambiate e ho visto che, di fatto, anche il governo italiano ha seguito l'esempio cinese - Fontana in particolare - e in Lombardia la mascherina è ormai diventata obbligatoria. Io stesso ho cominciato a cambiare idea da quando ho ascoltato il mio amico medico Wen Zhenhua, (a lui ho anche chiesto di lasciare un video (allegato 2) per gli italiani, invitandoli a non uscire e a resistere) secondo il quale "nei pronto soccorso italiani dove visito malati di Covid-19, penso che voi civili dovreste aiutarci mettendo le mascherine perché così ho più tempo, insieme ai miei colleghi, per curare la gente con un minimo di dignità." Così ho cambiato la prospettiva e ho iniziato a prepararmi a gestire l'arrivo del peggio; quando è arrivato il lockdown, non ero del tutto impreparato (anche se non mi aspettavo sicuramente tutti questi morti) ma stavo già cercando di chiudermi in casa e di staccare da quell'attenzione dei media che mi chiedeva di essere un opinionista, ruolo che non mi si confà. Tuttavia avevo scelto di accettarlo. Ma da un momento all'altro, quest'attenzione dei media è scemata improvvisamente, perché loro sono a caccia della notizia, dell'ondata emotiva. E l'ondata è passata sui malati in Italia. 

 

3.      In quali altre forme hai portato il tuo contributo in queste prime fasi?

Senz'altro partecipando a una comunicazione sociale, massiva, mettendoci la faccia, come ho fatto con i video nei miei canali social e con gli interventi televisivi. Molto lavoro, tuttavia, l'ho fatto dietro le quinte, mettendo in contatto persone che potevano procurare mascherine prima per la Cina e poi per l'Italia. Da quando sono cresciuti i casi in Italia ed è arrivato il lockdown fino a poche settimane fa, ho portato avanti principalmente tre tipi di volontariato. Il primo: mediare con i carabinieri della Lombardia che mi chiedevano donazioni o possibilità di acquisto. Qualche scatola di materiali siamo riusciti a farla arrivare dalla Cina grazie a Tony Hu - Zhi Lian, membro dell'Associazione dei cinesi dello Zhejiang; il grosso del lavoro è stato nella mediazione disperata, poi fallita, pel far arrivare 300 mila euro di materiale. I carabinieri purtroppo sono strozzati dalla burocrazia; ho anche cercato di farli aiutare dalla Regione Lombardia ma era impossibile perché loro non potevano accettare fatture provenienti dalla Cina. È incredibile come in Italia non riusciamo a trovare un modo per aggirare la burocrazia in situazioni simili. Questo mi ha fatto male ed è stato un rammarico, non per il tempo speso (che è stato comunque tanto) ma perché loro avevano davvero bisogno di un importatore che non siamo riusciti a trovare, se non a prezzi esorbitanti che sul mercato non mancano mai.

Il secondo contributo - ma qui se n'è occupato soprattutto mio marito Angelo perché nel frattempo erano arrivati i medici cinesi - è stato nel metterci la faccia per ricevere i soldi dei tanti donatori, da tutto il mondo, per l'ospedale di Pesaro Urbino, nelle Marche. In questo processo ho visto come sia possibile ricevere i soldi dalla Cina, bypassando i vari blocchi cinesi (Great Firewall of China, ndr). Un esempio concreto riguarda WeChat: molti amici non potevano inviare i soldi dalla Cina, perché avrebbero dovuto prima usare un VPN per arrivare sulla piattaforma GoFundMe e procedere. Attraverso un'amica cinese che vive in Italia, siamo riusciti a far mandare soldi in yuan (RMB, moneta cinese) direttamente sulla carta di credito cinese che lei ha poi potuto versare su GoFundMe. Si tratta senz'altro di piccole cose, anche rispetto ai milioni di euro trovati da grandi nomi, che tuttavia sono risultate molto utili e ci hanno dato soddisfazioni. Anche Giorgio Armani, una mattina, ha chiamato Angelo per riconoscere il suo impegno. 

 

4.      Arriviamo alle ultime settimane. Tanta la solidarietà dalla Cina (dispositivi di protezione e macchinari) e diversi i medici cinesi arrivati in Italia, che tu hai potuto seguire e accompagnare come interprete. Ci racconti la tua esperienza e il loro punto di vista?

La mia terza esperienza in prima linea è appunto stata questa di mediazione linguistico-culturale per i medici arrivati dallo Zhejiang. Prima del loro arrivo, già giravano messaggi di richiesta di interpreti ma io mi dicevo: "Io non son capace di tradurre per la medicina, qua serve gente preparata", e ho mandato subito il contatto di Wen, il medico cinese che, come me, è arrivato in Italia da bambino. Poi abbiamo visto in tv il vicepresidente della Croce Rossa cinese Sun Shuopeng [arrivata in Italia il 12 marzo scorso, ndr] che parlava attraverso una doppia traduzione: cinese-inglese e inglese-italiano. In ogni caso, sono finito a tradurre per quei medici lì, compreso Sun, ma soprattutto per la delegazione cinese dello Zhejiang arrivata dopo, la seconda delle tre delegazioni cinesi arrivate in Italia. Nel giro di dieci giorni, mi son trovato ad assumere un ruolo di mediazione culturale ma anche linguistica sul posto, oltre a tanto lavoro dietro le quinte per organizzare le visite all'ospedale Sacco e gestire i vari problemi burocratici e di comunicazione con i vari enti locali. Ho accompagnato il team due volte al Sacco (dove sono concentrati i malati Covid) e una volta all'ospedale da campo allestito alla Fiera di Milano e sono rimasto con loro anche in hotel a fare comunicazione e interviste. In tutta questa esperienza mi sono reso conto di quanto non fosse sufficiente la mia preparazione tecnica, d'altra parte era molto importante che io mettessi al servizio la mia conoscenza della mentalità italiana e di quella cinese, fin dove arrivavo, cercando di capire i problemi prima che sorgessero e di portare soluzioni e risultati. Di questo sono stato abbastanza fiero, i miei piccoli sacrifici mi hanno fatto capire la grandezza dei medici e degli infermieri italiani che non vogliono essere chiamati eroi: sono cittadini che in questo momento vengono celebrati ma che nei loro diritti vengono, se non proprio calpestati nella normalità, non aiutati socialmente come si deve. Piccola parentesi. Nella mia esperienza (solo a Milano, non sono andato né a Bergamo né in Toscana) ho trovato una realtà buona, ma certamente una situazione difficile per quanto riguarda la prevenzione. Il nostro è uno Stato con un rapporto cittadino-potere e una mentalità nazionale molto diversi da quanto accade in Cina: in Italia ad esempio non accettiamo, per cultura, interventi pervasivi e non gradiamo che lo Stato ci insegni che cos'è etico e cosa non lo è, barattiamo e trattiamo con lo Stato un insieme di regole di convivenza. E poi ci sono loro, i tanti furbetti che per fortuna sono stati multati ma - va detto - la battaglia a questo male si combatte attraverso i comportamenti dell'uomo e non dopo, quando ormai la gente si è ammalata. Il mio ragionamento va in questa direzione: non possiamo aiutare l'Italia se gli italiani, banalmente, non stanno a casa, non usano la mascherina e non si lavano le mani.

Tornando ai medici provenienti dallo Zhejiang, loro hanno aiutato i colleghi italiani attraverso una donazione statale di un milione e 380 mila euro. La logica cinese statale è stata quella di inviare un gruppo di medici di ogni provincia cinese in uno Stato o regione diversa. I medici dello Shandong, ad esempio, sono andati in Inghilterra; i medici del Fujian in Toscana ed Emilia-Romagna, elogiandone tra l'altro il sacrificio e l'alta competenza. Laddove sono stato testimone, anche la ricerca avanzata cinese - e non più l'arretratezza del passato -, l'avanguardia e l'attenzione talvolta superiore alle richieste dell'OMS (forse proprio perché la Cina ha dovuto affrontare l'emergenza in un quadro di elementi sconosciuti) sono state notevoli e diverse rispetto all'Italia. Un esempio concreto: quando siamo andati al Sacco abbiamo visto che, dentro la terapia intensiva, quando i medici e gli infermieri stavano nei corridoi non si vestivano sempre con lo scafandro da capo a piedi, lasciavano fuori braccia e collo e lo scafandro lo mettevano solo dopo, quando entravano nelle stanza a pressione negativa dove ci sono i malati Covid. In Cina no, lì lo mettono ovunque, sia in corridoio che dentro le stanze con i malati, il personale ha sempre un equipaggiamento superiore, più severo rispetto alle stesse richieste dell'OMS.

 

5.      Torniamo alla Cina. La ripresa è davvero iniziata e come prospetti il futuro di questo Paese?

Per me è molto difficile rispondere a questa domanda perché non vivo in Cina, anche se lì ho interessi affettivi e culturali. Indirettamente, mi sono accorto che anche economicamente dipendo dalla Cina e che ora sono praticamente disoccupato! Dipendo dalle mie radici a livello economico nel senso che se non ci sono interpretazioni simultanee da fare, se si sono fermate le registrazioni nel settore dei media e del cinema per preparare nuovi film (che prima c'erano), io non lavoro. Tuttavia resto ottimista, perché la Cina è una nazione in grande evoluzione e, tutto sommato, ha superato egregiamente questa prova. Ci saranno certamente degli strascichi che riguarderanno lo scontro tra idee diverse nel mondo, per esempio sulle responsabilità e sulle colpe, concetto tipicamente cristiano e occidentale, ma la mia attenzione sarà rivolta proprio a studiare meglio il sistema economico e culturale cinese, al di là della propaganda, rispetto ai suoi progetti futuri a all'influenza positiva che questi potranno avere sul mondo. Penso ad esempio all'evoluzione del progetto BRI (Belt & Road Initiative), meglio conosciuto come "one belt-one road", sulla Nuova Via della Seta cinese, che riprenderà dopo il Coronavirus. Penso poi che il 7 aprile Wuhan ha riaperto dopo 76 giorni di lockdown. Per molti italiani, Wuhan era il nome del lazzaretto e invece ora è diventato il nome della speranza. Di questo sono felice. Io ci sono stato tanti anni fa col regista Gianni Amelio, per girare il film La stella che non c'è (2006) e mi ricordo che andavo con la protagonista Bianca Zhou (Zhou Ting) a mangiare xiaochi, cibo da strada, nei mercatini. Ho quindi un affetto quasi familiare verso tutto questo. Sono ottimista non perché sono nato in Cina ma perché ho fatto una scelta ben precisa. 

 

6.      Ci racconti un aneddoto che non dimenticherai facilmente?

C'è un episodio che mi piace ricordare, pur nella sua tragicomicità. È legato all'ultimo incontro dei medici cinesi con i loro colleghi italiani del Sacco, che vedevano per la quarta volta prima di andare via. A un certo punto, nella sala riunioni del Sacco, io non riuscivo a tradurre i termini tecnici: esistono già cinque medicine in uso qui in Unione Europea e i medici cinesi, per giunta, ne stanno implementando un'altra ancora in Cina. A un certo punto ho quindi chiamato il mio amico medico Wen e l'ho messo in vivavoce a tradurre: era appena uscito da un turno di notte all'ospedale di Verbania per curare i malati ma si è messo subito a disposizione. L'ho trovato divertente, per quanto io stessi sudando freddo perché era una situazione difficile. Dovevo tradurre il medico-capo cinese, proveniente dallo Zhejiang e quindi con un accento meridionale e un mandarino a me poco comprensibile [chi conosce il cinese e fa questo lavoro sa di cosa parla Yang!, ndr], per di più lui indossava la mascherina e dunque non potevo neanche leggere il suo labiale. Anche alcuni termini inglesi, inoltre, erano pronunciati dal professore italiano in un modo che io non comprendevo o non conoscevo proprio. Mettendo insieme questi elementi, mi sembrava dunque che parlassero un linguaggio extraterrestre! Per fortuna c'era un altro medico che conosceva i termini inglesi e mi ha dato una mano. Questo succede in generale anche in altri settori (aeronautica, ingegneria ecc.) per i quali ho lavorato in diverse situazioni di traduzione consecutiva; non sempre ti viene fornito il materiale in anticipo dunque tu improvvisi, usando la tua logica e intelligenza in un terreno condiviso dagli interlocutori, che attraverso il passaggio dall'inglese riescono infine a comprendersi.                                                                         

E poi è stato bello l'ultimo giorno, quando i medici cinesi sono arrivati con altri scatoloni di materiali e i medici italiani hanno subito detto: "Dai, prepariamoci che dobbiamo fare la foto con loro, ché loro ci tengono": ormai erano già istruiti sul da farsi! Veder loro fare amicizia mi ha rincuorato molto.      

 

7.      Che messaggio vorresti lanciare per vivere al meglio questa situazione e soprattutto per il nostro futuro?

La mia riflessione sul futuro nasce da un'esigenza di contrastare la paura, la rabbia o quell'indifferenza secondo cui dopo tornerà tutto come prima. No. Dobbiamo scegliere noi in che direzione andare. Dobbiamo avere speranza concreta di ricostruzione, a patto che ci sia una seria riflessione sui valori fondanti del nostro stare insieme e sui valori costituzionali da difendere. Parlo, da un lato, di relazioni umane e di senso di comunità, che include anche i tanti extracomunitari che vivono qui; dall'altro, dei sistemi pervasivi che ci stanno chiedendo di assumere anche in Italia, come già è stato fatto in Cina. Per quanto riguarda il lavoro, io sono un artista nato in teatro e mi chiedo: come sarà il mio ambiente? Come faremo a parlare, e quando, al nostro pubblico? Mi son saltate tutte le date teatrali, contavo nella ripresa primaverile-estiva del mio spettacolo Arle-Chino (la cui ultima uscita è stata proprio da voi due anni fa). Il mio futuro è certo nel lungo periodo, non ho nessun timore; nel breve e nel medio termine sono invece molto concentrato a immaginare cosa accadrà. E per quello che mi riguarda, coraggio coraggio coraggio, infinito coraggio!        

 

8.      Ultima domanda aperta. A te la parola...

Nel disegno geopolitico mondiale c'è senz'altro qualcosa che sta cambiando, e che io da cittadino e artista poco informato non riesco a restituire del tutto. Mi riferisco alle manovre geopolitiche, agli interessi del nostro capitalismo e della globalizzazione sfrenata, di certa finanza sulla nostra testa. Tutto ciò cambierà i nostri rapporti dal basso. Ecco, io vorrei dedicare il mio impegno, insieme ad altre persone con cui sto riflettendo, a capire come guidare e partecipare in Italia, laddove ci sarà permesso, a un confronto libero tra cinesi e italiani su queste tematiche. Cercare di sfuggire a quell'autocensura - a cui talvolta ci prestiamo noi della seconda generazione - riconoscendo nelle varie parti della nostra comunità chi siamo e dove vogliamo andare. Quali sono, lo ripeto ancora una volta, i valori fondanti che ci fanno incollare gli uni agli altri, pur nella nostra eterogeneità. Perché scegliamo di difendere l'Italia, l'importanza della Costituzione, l'appartenenza culturale a un'etnia importante come quella cinese ma anche il bisogno e il diritto di sentirsi italiani e di essere riconosciuti come tali, come sino-italiani oppure come cinesi, cittadini che hanno deciso di intraprendere qui un dialogo e un discorso con la popolazione autoctona, ma da pari a pari.    

 

 (Intervista a cura di Tatiana Camerota) 

Allegati:

1 - https://www.facebook.com/yang.shi.948/videos/3156097677757667

2 - https://www.youtube.com/watch?v=curb8h97kOc