Biblioteca Comunale di Montepulciano

Biblioteca Archivio Piero Calamandrei

L'Incontro su Piero Calamandrei del Novembre 2019 all'Università di Siena: una sintesi

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Il 27 Novembre 2019 si è tenuto a Siena l'Incontro di studio Piero Calamandrei. Dagli anni senesi alla fondazione della Repubblica, nella ricorrenza dei cento anni dalla chiamata del docente sulla cattedra senese di diritto processuale civile e dordinamento giudiziario; l'Università di Siena intende pubblicare i testi offerti dai partecipanti alla giornata. Evitando toni 'celebrativi' si voleva mettere in luce che le Prolusioni L'avvocatura e la riforma del processo civile - pubblicata nel 1920 su «Studi senesi» - e Governo e magistratura, ospitata sull'«Annuario accademico» del 1921-22 - avevano tematizzato la 'dimensione costituzionale' della giustizia, architrave del pensiero di Calamandrei nei cambi d'epoca dell'Italia del Novecento.Si è inoltre ritenuto di collocare l'attività del docente, avvocato, 'legislatore', 'padre costituente' nella storia, che le ha dato senso, anche per sottrarre il giurista toscano all'odierno 'uso e abuso', talora affiorante nel discorso pubblico sulle riforme istituzionali. Al tempo stesso molti interventi hanno colto i tanti profili della «lezione» di Calamandrei,che ancora oggi ci chiamano, in primo luogo il «dovere della verità nel rapporto tra istituzioni e cittadini», al centro della non rituale Introduzione del prefetto di Siena, Armando Gradone. Si è dunque considerato che la fede del giurista toscano nel principio di legalità dall'agonia dell'Italia liberale transitava fin dentro il regime ed oltre, con la sequenza legalità-autorità, legalità-libertà, legalità costituzionale, messe in luce anche da Enzo Cheli, che ha coordinato i lavori.

Angelo Barba ha ripercorso l'itinerario del pensiero di Calamandrei, dall'art. 24 dello Statuto, con la legalità entro i diritti di libertà, e la libertà 'degna' nella Costituzione, la legalità coincidente con la legittimità, se costruita mediante il consenso.

Paolo Borgna ha considerato che nel 1940 la «fede» di Calamandrei nella certezza del diritto era iscritta nella separazione liberale della giustizia dalla politica, di contro alle derive totalitarie del diritto libero della Russia rivoluzionaria edella Germania nazista, e che, dopo la Costituzione, il giurista toscano tematizzava il nesso Processo e democrazia ,in una «coerente incoerenza».

Roberto Barzanti ha ricostruito «gli anni senesi tra politica e cultura», le numerose occasioni cittadine, che vedevano Calamandrei intellettuale 'eloquente' nelle manifestazioni accademiche, nella stampa, nei luoghi della sociabilità borghese. E' emerso che l'«interventismo democratico» di Piero si scontrava con le confuse e violente tensioni politiche del primo dopoguerra, e che, in occasione della celebrazione di Curtatone e Montanara, l'oratore non nascondeva lo sconsolato dolore per gli attacchi al combattentismo da parte del «sovversivismo rosso», che lo costringeva a celebrare la «religione della patria» nel  chiuso dell'Università .Di contro alle spinte per una palingenesi rivoluzionaria, Calamandrei 'perorava' per lo «Stato superiore ai partiti» e la «legge voce augusta della patria», mentre il fascismo si avviava ad incarnare, stravolgendole, quelle retoriche. Anche dopo l'ottobre 1922 il guardare 'inattuale' ad un'Italia misurata e civile, forte della «bontà» - a suo tempo cantata nei Poemetti - suonava contrasto all'«odio». In particolare Barzanti ha ricordato le parole di Calamandrei in occasione della consegna delle medaglie ricordo agli ufficiali nel 15 Aprile 1923, l'«amor di patria» come «sacrificio», «che si insegna [...] non si impone», e l'inaugurazione dell'Asilo monumento ne Settembre 1924,in cui l'oratore chiedeva per i «bimbi, che saranno l'Italia di domani», «la bontà più onorata della forza».

Sul piano 'costituzionale' nel primo dopoguerra Calamandrei guardava ad un modello di Stato liberale 'modernizzato', un 'idealtipo', impermeabile ai 'moderni partiti di massa', che apparivano fazionari, nel minare la stabilità dell'esecutivo, criticità poi colta tra le origini del fascismo. In questo orizzonte Elena Bindi ha analizzato «il problema  della forma di governo nel pensiero di Calamandrei»dal Programma del Partito d'Azione - cui il giurista toscano aderiva - alle proposte e dal dibattito 0nella Seconda sotto commissione della Costituente; Bindi ha messo in evidenza l'opzione del giurista toscano per la repubblica presidenziale, condizione per un governo efficiente. Come negli anni Venti ipartiti politici di massa apparivano a Calamandrei portatori di interessi 'di parte', minaccia per la stabilità dei governi, anche da qui il fascismo; il presidenzialismo era considerato anche strumento per un auspicato bipolarismo. Bindi ha inoltre colto la consapevolezza di Calamandrei sul governo parlamentare ad esecutivo debole tra i motivi della Costituzione inattuata; da qui l'attenzione per gli organi di garanzia quali titolari della funzione di indirizzo politico costituzionale, distinto dalla maggioranza, che pareva aver congelato la Carta, fino alla fiducia nel disgelo alimentata dalla presidenza Gronchi, con il Capo dello Stato viva vox Constitutionis.

A proposito della tensione a 'far muovere' la Costituzione, Tania Groppi ha ripercorso il pensiero di Calamandrei sull'accesso alla Corte costituzionale, dai lavori della Commissione dei 75, all'intervento al Congresso internazionale degli studiosi del diritto processuale civile, ad un saggio del 1956, pubblicato sulla Processuale. Tra modello kelsensiano e statunitense la Costituzione è parsa aver scelto un «italian style» di giudizio incidentale, con la fictio litis poggiante sul violare la legge; Calamandrei - che, tra l'altro, partecipava alla vicenda processuale conclusasi con la sentenza 1/1956 - definiva il magistrato pronunziante l'ordinanza di rimessione «portiere del giudizio costituzionale». Nell'incrocio tra Corte, giudici, legislatore per Groppi resta la lezione calamandreiana a rendere meno 'tortuosa' la tutela del cittadino contro la illegittimità costituzionale.

In tema di agibilità della Costituzione Paolo Passaniti ha collocato nella difficile dialettica politica degli anni Cinquanta la «cittadinanza del lavoro», mostrando il contributo intellettuale ed operativo di Calamandrei all'attuazione del principio lavorista, anche come punto di riferimento della Cgil per il diritto di sciopero. Passaniti ne ha sottolineato il ruolo di argine contro ogni regresso in un'opaca legalità post-fascista e di condizione di effettività dell'ordinamento democratico.

Le carte conservate nell'Archivio storico dell'Università di Siena hanno consentito a Floriana Colao di tratteggiare i profili dell'insegnamento di Calamandrei, attento alla 'politica del diritto', che non si interessava tanto all'esegesi e al sistema, quanto ai «disegni riformatori», come risalta dai titoli delle Lezioni sulla «storia del processo civile, metodo esegetico e sistematico, l'importanza sociale del processo», «l'interesse pubblico e privato», i «principi fondamentali del procedimento: pubblicità, oralità, concentrazione, immediatezza», «capisaldi dell ariforma Chiovenda»; gli studenti discutevano «in classe» La sentenza civile di Alfredo Rocco - nel 1925 apprezzato come autorevole giurista,oltre che guardasigilli - e l'«Azione nel sistema dei diritti» del Chiovenda. Insegnando Ordinamento giudiziario Calamandrei spiegava gli articoli 68, 70, 71 dello Statuto, la pluralità degli organi giurisdizionali, lo stato giuridico dei magistrati, iscritti nell'«interesse dello Stato e delprivato», collocato entro il «sistema della legalità», contrapposto alle «scuole di diritto libero». Colao ha considerato che nel 1920 il docente pubblicava La Cassazione civile, 'monumentale' opera 'teorico-pratica', intesa a perorare l'«unità nazionale deldiritto», vertice di una giustizia espressione dello Stato, non dell'«interesse delle parti». Ha ricompreso in questo orizzonte la Prolusione sull'Avvocatura,Troppi avvocati! e Governo e magistratura, poggianti sulla limitazione delle giurisdizioni alle sole espressione dell'«interesse supremo dello Stato» - soluzione al problema del proliferare di quelle speciali - e soprattuttosu una Cassazione unica. Da qui l'apprezzamento di Calamandrei per la «sospirata unificazione», realizzata da Oviglio nel 1923, contestuale alla nomina del docente a Siena a membro della Sottocommissione per la riforma del codice, presieduta da Mortara. Le idee maturate a Siena sono parse una «vigilia» delle scelte del Calamandrei 'legislatore', capace di 'codificare' una giurisdizione adeguata agli interessi generali dell'Italia degli anniTrenta, molto diversi da quelli sottesi al codice del 1865. L'antifascista aveva fede nella separazione tra giustizia e politica, dal primo dopoguerra cardine del suoliberalismo giuridico da «vecchia destra».

La tavola rotonda su due recenti volumi-Piero Calamandrei e il nuovo codice di procedura civile (1940), Bologna, Il Mulino, 2018 e Processo e democrazia. Le Conferenze messicane di Piero Calamandrei, Pisa, Pacini 2019 - aperta da Guido Alpa, ha anche ripreso spunti delle Relazioni. Silvia Calamandrei ha sottolineato, in via introduttiva,  come il volume Piero Calamandrei e il nuovo codice di procedura civile (1940), permetta di inquadrare storicamente, anche grazie alla pubblicazione di alcuni documenti inediti, il contributodel giurista toscano ad un codice nato in «pieno periodo illiberale». 

Guido Melis ha ricordato l'importanza delle fonti archivistiche per la comprensione della discussa Relazione Grandi ad opera dell'antifascista Calamandrei, sottolineando una utile diversità di approcci tra la 'storia fatta dagli storici' e 'la storia fatta dai giuristi positivi'.

Certe 'categorie politiche', fascismo/antifascismo, non sono sembrate rendere la complessità del contributo del giurista toscano al codice, le cui scelte di fondo - più incisivi poteri del giudice, per contingentare la durata dei processi, fermo restando il principio dispositivo - erano da tempo condivise dalla dottrina, come ha sostenuto Giulio Cianferotti, ascrivendo il senso del codice alla difesa del principio di legalità.

Anche Claudio Consolo ne ha ripercorso in questo orizzontegli istituti chiave; Giuliano Scarselli ne ha invece evidenziato un carattere autoritario, con particolare riferimento allo spazio dell'avvocato, di cui Brando Mazzolai ha considerato la «funzione pubblica» come di protagonista della tutela dei diritti. IlariaPagni e Niccolò Pisanesch ihanno argomentato che, all'indomani della Costituzione, Calamandre iha inteso ancorare il processo civile alla «democrazia», con le Conferenze messicane auspicio del passaggio dalla legalità formale alla sostanziale, tra mantenimento delle scelte codicistiche e innovazioni intese ad assicurare ai cittadini una 'giustizia giusta'. In questo orizzonte Giovanni Amoroso ha concluso con interessanti riflessioni sul ruolo della magistratura nel pensiero di Calamandrei, con particolare riferimento alla Cassazione; l'opera pubblicata nel1920, tra storia e sistema, sembra ancora proporre soluzioni 'ragionevoli' al difficile funzionamentodellagiustizia civile.

                                                                                                                                                                                          Elena Bindi, Floriana Colao