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Dala Valdichiana al Grande Mondo: "Il figliolo della Terrora" di Silvia Cassioli

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Silvia Cassioli

Il figliolo della Terrora

Roma, Exòrma, 2019

 

Una scrittrice delle nostre parti (Torrita 1971) ha scritto questo romanzo, consultando anche molti esperti ed autori locali che ringrazia, da Vania Berti a Mariano Fresta.

Ecco come viene presentato dalla casa editrice, Exòrma:

Tre figure femminili scandiscono la storia: la Terrora, madre operaia, 1947; Giglia, la studentessa, 1978; e dal 1980 in poi Viola, àncora e madre. Tre donne, tre appuntamenti del protagonista con la vita e nello stesso tempo, sullo sfondo, il concatenarsi di tre epoche. La storia di Omero è una staffetta tra generazioni. È la storia di un figlio della provincia del dopoguerra, di un mondo operaio che lascia le sue tracce indelebili nei legami familiari; un mondo che però è destinato a ibridarsi in fretta con la piccola borghesia cittadina e che produce una generazione alle prese con una realtà che accelera sempre più la sua corsa. I salti temporali che ordiscono la narrazione della vita di Omero ci calano in maniera formidabile, a volte con una ironia implacabile ma sempre con grande calore ed empatia, in una dimensione quotidiana e rivelatrice del clima degli anni che abbiamo vissuto, e poi ci traghettano nell'attualità di un presente che non abbiamo difficoltà a riconoscere perché anche nostro.

L'arco temporale della narrazione va dal 1948 al 2008, e i primi vent'anni sono ambientati in Toscana, in una famiglia di contadini ed operai in cui primeggia la figura forte della Rosina, soprannominata la Terrora, operaia in uno stabilimento di pulitura di pelli di coniglio. È una stagione in cui ci sono i padroni e i lavoratori, le lotte sindacali, i tumulti per l'attentato a Togliatti.

L'impasto linguistico della narrazione è gustosamente nutrito del dialetto del senese, con felici scambi dialogici tra i personaggi ed ottime soluzioni calcate sulla parlata quotidiana: "Io uncivò, te uncivài"; "Ossenti anche te, urrompetantolescatole".

Drammatica la narrazione dell'incidente sul lavoro nello stabilimento, e delle reazioni all'attentato a Togliatti.

Poi via via ci si allontana dalla Val di Chiana, verso Firenze e verso il Nord, perché il figliolo della Terrora è studioso, appassionato alle letture fin da piccino, e destinato a essere promosso nella piccola borghesia cittadina, sia pur mantenendo legami con la terra d'origine. Si attraversa l'alluvione di Firenze con gli angeli del fango, e la sinistra intellettuale degli anni settanta, con il travaglio della fine del comunismo. Omero, il protagonista, insegna e fa politica, scrive sulle riviste, ma è come se i personaggi sbiadissero, perdessero di consistenza, ed i fili col passato tendessero a perdersi nell'omologazione.

C'è un ritorno sul finale tra ospedale e cimitero, a scoprire che il nuovo ospedale di Nottola è quasi meglio di Milano:

"il grande monoblocco verde e rosato, di recente fabbricazione, che si inserisce fra le colline della Valdichiana monocoltivate a vigneti. Parcheggio sotterraneo, sei piani dotati di tutti i comfort, cablatura completa, servizi, cappella, l'inglese nelle scritte strategiche. Più e meglio ancora che a Milano".

La Terrora li osserva dall'aldilà con uno sguardo di sfida.

(Silvia Calamandrei)