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Ambiguofobia: "La misura del tempo" di Gianrico Carofiglio

Pubblicato in:

Gianrico Carofiglio

La misura del tempo

Torino, Einaudi,  2019

 

Un libro riuscito, veramente riuscito. Un intreccio giudiziario che ha del thriller e insieme ci fa capire le dinamiche e le regole di un processo penale di appello. Ci tiene incollati agli sviluppi delle indagini e ci insegna qualcosa.

Poi, l'avvocato Guerrieri esce dai cliché ormai insopportabili dei poliziotti-magistrati-investigatori dei polizieschi nostrani: non è stato abbandonato dalla moglie, non tende alla pinguedine o all'alcolismo, non si fa le canne, è solo come un cane, tutto serve alla captatio benevolentiae del lettore. No, Guerrieri è più o meno in buona salute, salvo un po' d'insonnia, torna a casa e si allena al sacco, mangia di gusto e moderatamente, e altrettanto fa col bere, ha una fidanzata-non/fidanzata più giovane. Insomma niente del pietismo/cinismo a cui siamo abituati.

Una sua vecchia fiamma gli affida l'appello del processo in cui il figlio è accusato di un omicidio, per il quale è stato condannato in primo grado. La preparazione del processo e le relative indagini procedono in modo avvincente e puntuale, fino al dibattito in aula, altra parte di ottima narrazione e istruttiva insieme. Il percorso narrativo si intreccia tra la preparazione del processo e il ricordo di quella relazione di gioventù, a caccia di quel che rimane, di quel che il protagonista era ed è ora, a cinquant'anni.

Niente di patetico, il tono è sobrio, spesso le risposte sono difficili o impossibili. Guerrieri poi viene chiamato a tenere una lezione a giovani magistrati su "Accertamento dei fatti e funzione del difensore nel processo penale": una trovata narrativa che fa veramente onore a Carofiglio. Guerrieri fa una lezione a tutti noi: tecnica giuridica, freddezza delle norme, che vanno accompagnate da sensibilità, comprensione del mondo, umanità e curiosità. Giustizia e verità difficilmente si sovrappongono totalmente, bisogna saperlo, seppur arrendendosi al fatto che poi una conclusione, in un senso o nell'altro, nell'amministrazione della giustizia deve esserci.

La parola più bella del romanzo Carofiglio la prende in prestito da David Foster Wallace: ambiguofobia, difetto imperdonabile di chi vuole che le proprie posizioni siano assolute, e che equivale a non voler ascoltare le posizioni degli altri, ma soprattutto al rifiuto di conoscere se stessi. Il finale del romanzo è tutto meno che ambiguofobo, coerente con la vicenda e la lezione che Carofiglio ci offre.

(Fabrizio Grillenzoni)