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AGORAFOBIA e HIKOMORI: "Ossigeno" di Sacha Naspin

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Siamo lieti di presentare la recensione di "Ossigeno", l'ultimo libro del nostro amico Sacha Naspini, che verrà a parlarcene Venerdì 13 Dicembre ad Acquaviva presso il Piranha Social Club, nell'ambito del loro intenso programma autunno-inverno 2019

(https://www.facebook.com/555090291564840/posts/650151982058670?sfns=mo)

 

Sacha Naspini

Ossigeno

Roma, e/o  Edizioni, 2019

 

Dopo il successo delle Case del malcontento, di cui si annunciano tante traduzioni, ivi compresa quella cinese, nonché una serie televisiva (a far concorrenza alla Casa de papel?), Naspini torna al suo buco nero, prediletto fin dai Cariolanti e ci offre una vicenda noir di sequestro, molto agorafobica.

Una bambina è stata fatta prigioniera e trascorre anni in un container fino ad esserne liberata quasi casualmente dai Carabinieri ormai adolescente. A Naspini non interessa perché il rapitore l'abbia sequestrata e che fine faccia dopo l'arresto: quello che ci racconta è l'impatto del sequestro sulla rapita, Laura, e sul mondo degli affetti che la circondava (la madre e l'amica) e sul figlio del sequestratore, choccato dallo scoprire il padre rispettabile antropologo come un criminale.

Anche Stephen King ci ha appena offerto una storia di rapimenti di bambini ed adolescenti, uniti nella battaglia per il riscatto e la punizione dei colpevoli, in comunione tra loro (telepatici) e in comunità di azione (telecinetici). L'Istituto è l'ennesimo romanzo di formazione e di avventura con reminiscenze di Tom Sawyer e Huckleberry Finn, raccontato con la maestria dei dettagli che sempre King ci fa godere nella costruzione dei personaggi.

Naspini parte invece dalla fine, racconta il post-liberazione, e la riluttanza a liberarsi veramente dalla gabbia, la voglia di costruirsene una nuova. La protagonista Laura ogni tanto si rinchiude in un gabinetto nelle sue peregrinazioni per riprendere fiato, quasi che l'ossigeno le manchi tra la gente. Luca, il figlio del criminale, si trasforma in uno stalker che la segue, imprigionato nei fili che lo legano a lei come una tela di ragno. E nel finale distopico nuove gabbie si profilano, lasciandoci con un punto interrogativo.

Non sarà che la gabbia, la dimensione chiusa che ci avvolge e in cui ci si raggomitola, sia più rassicurante della realtà? Come per gli adolescenti giapponesi che sono stati antesignani del fenomeno degli Hikomori, i ragazzi chiusi in camera con la loro realtà virtuale, che ormai si sono diffusi in tutto il mondo?

In fondo Laura, pur tagliata fuori dal mondo nel container, esce perfettamente consapevole, nutrita dalla informazione virtuale che il suo sequestratore le ha propinato, una Minerva dal cervello di Giove, ma anche una pulce ammaestrata tenuta sotto vetro dall'antropologo sperimentatore.

E Bastiano, dopo aver conosciuto il mondo uscito dal suo buco, non aveva desiderato di tornare a rinchiudersi?

(Silvia Calamandrei)