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Ombre sul recente passato d'Italia: "Prima di Piazza Fontana" di Paolo Morando

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Paolo Morando

Prima di Piazza Fontana. La prova generale

Bari-Roma, Laterza, 2019

 

La ricostruzione del giornalista trentino della prova generale della strategia della tensione si legge come un romanzo, e potrebbe essere una sceneggiatura perfetta per una serie tv.

A cinquant'anni da quella tragedia italiana riusciamo a cogliere gli aspetti farseschi della aberrante messa in scena preparata da servizi segreti e ambienti eversivi dell'estrema destra e degli apparati dello Stato per innescare la pista anarchica e far scattare una involuzione della nostra democrazia.

Per fortuna la reazione ci fu e la trappola non funzionò, anche se ci vollero anni per fare chiarezza, come ha ben ricostruito di recente Benedetta Tobagi col suo libro dedicato all'annosa vicenda processuale di Piazza Fontana.

L'inchiesta di Paolo Morando fa luce sugli antefatti, su come pescando in ambienti marginali ed infiltrati della sinistra estrema si precostituiscono percorsi che serviranno ad attribuire il grande attentato della Banca dell'Agricoltura all'area anarchica. E vediamo all'opera tanti mestatori e zelanti esecutori tra apparati polizieschi, servizi e gruppi dell'estrema destra, ossessionati dal disegno di bloccare il grande moto democratico che sta sollevando il paese, nelle università e nelle fabbriche. E la strategia prende a modello la Grecia del colpo di Stato dei colonnelli, come risulterà anche da testimonianze britanniche.

Tanti microepisodi terroristici, tanti tasselli che preparano la demonizzazione del mostro Valpreda, convocato a Milano per l'appunto quel 12 dicembre per rispondere di attentati della primavera e dell'autunno di cui era perfettamente in grado di scagionarsi.

Bella la ricostruzione di un ambiente di sprovveduti e di ingenui, quello dell'anarchismo giovanile tra Pisa, Milano e Roma, in cui si infiltrano torbidi personaggi (la professoressa Zublena!) ma spiccano anche anime generose come la coppia Corradini-Vincileoni. La macchinazione approntata, che fa perno sulle testimonianze deliranti della Zublena, appare finalizzata a coinvolgere Feltrinelli, da tempo bersaglio su cui punta la questura milanese.

Il processo del 1971, in cui spicca il giovane pubblico ministero Scopelliti, destinato a morire per mano della mafia, arriva a smontare il castello accusatorio messo in piedi dal giudice istruttore Amati e da Allegra e Calabresi con le loro indagini a senso unico negli ambienti anarchici. Clamoroso il crollo della supertestimone, con precedenti di calunnia e lettere anonime di accuse diffamatorie fin dagli anni sessanta, la cui fragilità psichica ne ha fatto un elemento duttile di penetrazione e manovra. Le responsabilità di chi le ha dato credito, o meglio la ha accreditata infiltrandola, risultano inoppugnabili.

Insomma una vicenda che sembra un romanzo di spionaggio o una serie televisiva ed è invece un pezzetto della nostra storia.

(Silvia Calamandrei)